di Roberto Marchesini
Andrzej Wajda è conosciuto, in Italia, come uno dei simboli dell’opposizione al regime sovietico in Polonia; di lui si è scritto: «non risulta che sia mai sceso a compromessi con il regime».
E come è possibile che un oppositore del regime abbia potuto lavorare nella Polonia sovietica, dove la censura era strettissima e feroce? Come ha potuto frequentare e addirittura insegnare nella Scuola di Cinema di Łodz, fondata dal regime nel 1948 come strumento di propaganda?
Cerchiamo di capirlo approfondendo la sua vita e i suoi film.
Andrzej Witold Wajda è nato il 6 marzo 1926; suo padre, fu capitano di fanteria dell’esercito polacco.
Nel 1942 Andrzej entrò a far parte dell’Armia Krajowa, la resistenza polacca caratterizzata da un forte nazionalismo. Nel 1949, dopo alcuni anni di studi artistici, entrò nella neonata Scuola di Cinema di Łodz, dove si laureò nel 1953.
Wajda è stato sposato quattro volte. Dal terzo matrimonio con l’attrice Beata Tyszkiewicz nacque l’unica figlia di Wajda, Karolina.
Karolina Waja fu implicata in un caso di omicidio. L’8 giugno 1999, nella casa padronale di Wajda, fu trovato agonizzante Bartłomiej Frykowski, figlio del produttore cinematografico Wojciech e a sua volta operatore cinematografico. Venne soccorso con numerose ferite di coltello all’addome; non si trovarono né impronte sul coltello, né macchie di sangue sul pavimento. Frykowski era solo in casa con Karolina Wajda. Il caso fu archiviato come suicidio.
Anche Wojciech Frykowski incontrò una fine tragica. Il 9 agosto 1969, infatti, venne ucciso nella villa di Roman Polanski dalla «famiglia» di Charles Manson. Con lui morì Sharon Tate, moglie di Polanski; il regista – anch’egli appartenente alla Scuola di Łodz – si salvò grazie ad una misteriosa telefonata che lo avvertì di non rientrare a casa quella notte.
Polanski incontrò Sharon Tate, adepta della religione neopagana «wikka», in occasione del film horror Per favore non mordermi sul collo! (1967). Lo stesso anno il regista girò il suo film più celebre, il satanico Rosemary’s baby; avrebbe voluto assegnare il ruolo della protagonista alla Tate, ma la produzione gli impose Mia Farrow. Attualmente Polanski è ricercato dall’Interpol per l’abuso sessuale di una tredicenne (Samantha Geimer) avvenuto nel 1977.
I temi satanici sono frequenti anche nei lavori di un altro esponente di spicco della Scuola di Cinema di Łodz: Andrzej Żuławski, considerato allievo di Wajda. I suoi film più noti sono Il diavolo (1972), Possession (1981) e La sciamana (1996), tutti riguardanti il satanismo.
Veniamo alla produzione cinematografica di Wajda. Trascureremo, per ovvi motivi, i numerosi film insignificanti e inguardabili; e quelli significativi in Polonia, ma ben poco comprensibili al di fuori (Le nozze, 1972; Pan Tadeusz, 1999).
1954 – Generazione. Questo film smaccatamente propagandistico (e storicamente falso) apre la cosiddetta «trilogia sulla guerra» di Wajda (insieme a I dannati di Varsavia e Cenere e diamanti). L’Armia Krajova (nella quale si arruolò Wajda) collabora con i tedeschi nella persecuzione degli ebrei di Varsavia; i buoni si riuniscono invece sotto le bandiere della Gwardia Ludowa (Guardia Popolare), organizzazione armata comunista che ebbe un ruolo pressoché nullo nella resistenza polacca.
1958 – Cenere e diamanti. È tratto da un romanzo di Jerzy Andrejewski. La trama: è l’8 maggio 1945, il giorno della resa della Germania e della fine della Seconda Guerra Mondiale. Maciek e Andrzej sono due giovani partigiani appartenenti all’Armia Krajowa. Un dirigente dell’organizzazione, cattolico e tradizionalista, ordina ai due ragazzi di uccidere il (serio e sensibile) segretario provinciale del partito comunista. I due giovani uccidono, per sbaglio, due innocenti. Alcuni operai, accorsi sul luogo del duplice omicidio, chiede con veemenza al funzionario, giunto nel frattempo, di difenderli dalle violenze. Maciek e Andrzej, accortisi dell’errore, decidono di aspettare il momento propizio per ritentare la loro missione. Nel frattempo Maciek si innamora e vede il dolore che il suo gesto ha causato a gente innocente; queste esperienze lo fanno dubitare dei suoi principi patriottici. Il giorno seguente Maciek uccide il funzionario comunista, ma finisce crivellato dai colpi di fucile dei soldati. Il messaggio è chiaro: i patrioti cattolici sono terroristi; il partito comunista difende il popolo dalla violenza dei primi. L’Armia Krajova, l’associazione militare patriottica che nel film è ritratta come una associazione terroristica nemica del popolo e della Polonia. In conclusione, la famosa «trilogia sulla guerra» del maestro si riduce ad un rinnegamento della propria storia e della storia della propria famiglia; ed ad una immensa marchetta al regime sovietico. Se non sono compromessi questi…
1959 – Lotna. Wajda continua la sua opera di ridicolizzazione della resistenza patriottica polacca con questa pellicola. Il regista riprende – e consegna all’immaginario collettivo polacco – la leggenda delle stupidamente eroiche cariche della cavalleria polacca contro i carri armati tedeschi. Peccato che si tratti di una «bufala» denigratoria orchestrata dai tedeschi.
Nel 1939, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, gli ulani polacchi si imbatterono nel 76° Reggimento di fanteria tedesco; attaccarono e li dispersero. Con l’intervento dei reparti corazzati gli ulani ripiegarono senza avere alcun contatto con i mezzi meccanici. Il comandante, tuttavia, mostrò ai giornalisti al seguito (tra i quali il nostro Indro Montanelli) i cadaveri dei cavalli e dei soldati slavi, e raccontò loro uno svolgimento dei fatti diverso da quello reale: i coraggiosi ma stupidi polacchi avrebbero attaccato la divisione corazzata armati di sciabole.
Ci furono in tutto sedici cariche della cavalleria polacca contro la fanteria e la cavalleria tedesca; in nessun caso ci fu uno scontro contro dei mezzi corazzati.
1962 – L’amore a vent’anni. Film collettivo girato dal giapponese Shintarō Ishihara, dall’italiano Renzo Rossellini Jr, dal tedesco Marcel Ophüls, dal francese Françoise Truffaut e dal polacco Andrzej Wajda. Film tutt’altro che memorabile, se non fosse per una domanda: come ha fatto Wajda a collaborare con registi occidentali nel 1962?
1976 – L’uomo di marmo. È il primo film (piuttosto sconclusionato) di una nuova trilogia di Wajda (insieme a L’uomo di ferro e L’uomo della speranza). Si tratta di una pellicola che mette in dubbio il sistema sovietico, con i suoi «eroi del lavoro» e la sua propaganda. Per questo fu accolto, in Italia, con sorpresa e gioia! Un film polacco contro il regime! Come è possibile?
Ecco una domanda interessante.
L’autore della sceneggiatura è Aleksander Scibor-Rylski (1928-1983), scrittore «organico» più volte premiato dal regime per i suoi servizi al socialismo. Tanto per citare uno dei numerosi riconoscimenti: nel 1951 ha ricevuto il Premio di Stato, l’equivalente polacco del Premio Stalin russo.
La produzione de L’uomo di marmo è firmata Zespół Filmowy X. Si tratta di una struttura che le autorità culturali della Polonia sovietica hanno costituito attorno a Wajda nel 1970 o 1971. La costituzione di un gruppo di lavoro attorno ad un regista era una prassi che aveva due scopi: la creazione di una «scuola», in modo che l’autore potesse istruire dei giovani; un riconoscimento per il prestigio internazionale portato al socialismo polacco.
L’uomo di marmo è dunque un’operazione di regime?
Diamo un’occhiata al contesto politico dell’epoca.
Nel giugno del 1976 il paese fu sconvolto da una ondata di scioperi, causata dall’annuncio del governo di prossimi aumenti dei prezzi (fino al 70%) di diversi beni di consumo. Gli scioperi furono soffocati brutalmente con la violenza; numerosi operai arrestati e torturati. Per difendere gli operai nei procedimenti giudiziari seguenti gli scioperi venne fondato il KOR (Komitet Obrony Robotników), Comitato di Difesa degli Operai. Fin dall’inizio aderirono anche personaggi discutibili, tra i quali il cosiddetto «Commando», composto da due trozkisti ucraini che si erano distinti per il tentativo di dare vita ad un ’68 polacco: Jacez Kuron e Adam Michnik. Kuron fu il fondatore dei cosiddetti Scout comunisti, associazione per l’indottrinamento della gioventù polacca; e Michnik, il padre e il fratello del quale si distinsero per ortodossia comunista e ardore anti-polacco, è ora direttore del più importante quotidiano polacco: Gazeta Wyborcza (ex foglio di Solidarnosc al quale, in seguito, il sindacato vietò di fregiarsi del simbolo del sindacato). Gazeta Wyborcza è un quotidiano radicale portabandiera del gender, dell’abortismo, dell’europeismo e difensore di tutti coloro i quali ebbero un ruolo nel regime comunista.
Il KOR fu riconosciuto come interlocutore da parte del regime. Per la prima volta qualche forma di opposizione veniva tollerata. Opposizione infiltrata dal regime? O addirittura controllata?
Nello stesso anno uscì L’uomo di marmo. Un film di opposizione pagato dal regime.
1981 – L’uomo di ferro. L’uomo di marmo non ebbe effetti negativi sulla carriera di Wajda il quale, anzi, nel 1978 venne nominato presidente dell’Associazione dei Cineasti Polacchi (Stowarzyszenie Filmowców Polskich). Rivestendo questo ruolo istituzionale il regista polacco, avvalendosi nuovamente della sceneggiatura di Aleksander Scibor-Rylski e della produzione della Zespół Filmowy X, poté girare il seguito del suo celebre film del 1976. Quest’opera è ambientata durante lo sciopero dell’agosto 1980 nei cantieri navali di Danzica; ed è stato girato in contemporanea agli eventi, considerato che la produzione si è conclusa nell’aprile 1981. La locandina utilizza addirittura lo stesso carattere della celebre bandiera di Solidarnośc. Curioso… il sindacato non era ancora nato (il primo congresso fu celebrato nel settembre 1981) e aveva già una bandiera, un logo d’assoluto impatto, un carattere tipografico immediatamente riconoscibile ed un film celebrativo pagato dallo stato… Il vero protagonista di questo film è un giornalista, Winkel. Egli collabora con il regime pur avendone conosciuto la brutalità; lo fa per debolezza, per vigliaccheria (infatti è perennemente ubriaco). Quando ormai è evidente che gli operai hanno vinto trova il «coraggio» di schierarsi dalla loro parte. Che si tratti di un personaggio autobiografico?
1983 – Danton. Anche questo film è stato salutato dai contro-rivoluzionari italiani (o da quelli che un tempo erano contro-rivoluzionari) con giubilo: finalmente un film contro la Rivoluzione Francese! Ma è proprio così?
Innanzitutto facciamo attenzione alle date. Il film viene pubblicato nel 1983. Com’è possibile che Wajda abbia potuto girare un film francese, con attori francesi, girato a Parigi, durante il regime sovietico? Un film contro-rivoluzionario? E proprio duranti le leggi marziali? Da parte di un regista che, si dice, «non risulta che sia mai sceso a compromessi con il regime»? E che, dopo un film del genere, ha potuto tornare a lavorare in Polonia?
Ma veniamo al film: davvero è un film contro-rivoluzionario?
La scena più riuscita del film è il «duello» tra Robespierre e Danton, che dice: «Bisogna riportare le cose ad un livello umano, ma adesso, subito. […] Quello che vuole la gente è mangiare, dormire in pace. Dove non c’è pane non c’è legge, né libertà, né giustizia, né repubblica». Per alcuni questa scena rappresenta lo scontro tra Jaruzelski e Wałęsa. Messa così è decisamente improbabile, per i motivi di cui sopra. Ma riflettiamo: Danton non è un contro-rivoluzionario. È un rivoluzionario che non approva l’esacerbazione della Rivoluzione; è un rivoluzionario moderato. E se rappresentasse lo scontro (a questo punto fittizio) tra il regime ed una versione moderata del regime?
1986 – Cronaca di avvenimenti amorosi. Film trascurabile, se non fosse per un fatto. La protagonista Paulina Młynarska ha recentemente rivelato di essere stata ubriacata e drogata per girare le scene di nudo del film. All’epoca la Młynarska aveva quindici anni.
2007 – Katyń. Ennesimo film salutato con entusiasmo dagli ambienti contro-rivoluzionari: finalmente qualcuno diceva la verità sul terribile massacro di Katyń. A dirla tutta, l’Unione Sovietica aveva già ammesso la responsabilità del massacro nel 1990… Comunque, solo la prima parte del film è dedicata all’eccidio; la seconda racconta diverse storie, tutte legate tra loro e, in qualche modo, a Katyń. Il tema di questa seconda parte è, nuovamente, il dilemma tra collaborazione e resistenza al regime (sovietico). Ecco alcuni brani della sceneggiatura: «Le chiedo solo di essere ragionevole [cioè di collaborare con il regime]. […] Questo paese ha bisogno di essere ricostruito. Chi lo farà se vi fate ammazzare tutti?»; «Nessuno verrà a liberarci da loro, non in questa vita e neanche in quella dei nostri figli. […] Non riuscirai a cambiare questo mondo. Possiamo scegliere di farci deportare, oppure di farci ammazzare. Oppure di provare a far valere qui quel tanto di libertà che ci è concessa; quel tanto di identità polacca che ci è concessa. Sei troppo intelligente per non capire questo». L’alternativa che Wajda propone è: collaborare o morire. Infatti tutti i personaggi del film che – in qualche modo – resistono, muoiono…
2013 – Walesa, l’uomo della speranza. Tra i pregi di questo film ci sono una buona ricostruzione storica e l’ammissione della collaborazione di Wałęsa con il regime (che ancora oggi diversi, in Italia, si ostinano a negare). Tra le cose che colpiscono in questo film, la principale è forse la recitazione dell’attore Robert Więckiewicz che interpreta Wałęsa; intensa e drammatica nelle scene domestiche; irresistibilmente comica durante nelle scene dell’intervista con Oriana Fallaci, o dei contatti con il KOR, o nelle trattative con il regime. È il secondo, il Wałęsa che i polacchi hanno conosciuto.
2016 – Powidoki. È la storia di Władysław Strzemiński, pittore polacco. Durante la Prima Guerra Mondiale perse una gamba, un braccio ed un occhio. Si trasferì nella Russia sovietica, dove frequentò (senza terminare gli studi) la Scuola di Belle Arti di Mosca; lì frequentò gli esponenti dell’avanguardia pittorica sovietica. Nel 1922 tornò in Polonia, trasferendosi a Łodz. Durante l’occupazione tedesca dichiarò di essere cittadino sovietico e ripudiò la cittadinanza polacca. Nel 1945 divenne direttore dell’Accademia di Belle Arti di Łodz; nel 1950 fu licenziato perché non aderiva alla dottrina pittorica del realismo socialista. Due anni dopo morì di tubercolosi, ma si diffuse la leggenda secondo la quale morì di fame in conseguenza della sua eroica opposizione al regime. Il titolo del film (Powidoki, «dopo la vista») si rifà ad una serie di quadri con i quali Strzemiński volle rappresentare ciò che vide dopo aver guardato il sole.
Questo è l’ultimo film diretto da Wajda prima della sua morte. Possiamo considerarlo come un testamento spirituale? Come dobbiamo interpretare questo film? Il film di un artista dissidente che finisce in disgrazia per non essersi piegato al regime? Wajda tenta forse di giustificarsi? Di spiegarci perché ha collaborato con un regime sanguinario? Per non finire in disgrazia, come accadde a Strzemiński? Uno strano dissidente, organico in tutto e per tutto, tranne nell’adesione ad una scuola pittorica. Eppure, nella storia polacca della seconda metà del XX secolo non mancano i dissidenti eroici…
Per concludere, possiamo dividere la carriera cinematografica di Wajda in due periodi.
Il primo, nel quale rinnega la propria identità e i propri principi e si mette al servizio della propaganda del regime; il secondo, nel quale tenta di giustificare la sua collaborazione. A cavallo tra i due periodi si situa L’uomo di ferro: uno strano film su una strana rivoluzione sulla quale speriamo che, un giorno, si faccia piena luce.