Il Tondo Doni nelle domande e intuizioni dei bambini. Con la bocca dei bimbi e dei lattanti (Sal 8, 3)

L’insegnante della disciplina di Religione Cattolica ha a disposizione l’occasione di accompagnare i propri alunni nella conoscenza del mondo esterno ed interiore, sia riflettendo con essi sulla propria relazione orizzontale, sia attraverso l’approccio di conoscenze date, sia di fonti, sia con l’incontro vivo con opere del creato che d’arte sacra.

 

Michelangelo Buonarroti, Sacra Famiglia-Tondo Doni 1505-1506, cm 120, particolare.

Firenze, Galleria degli Uffizi

 

Riproporre il linguaggio simbolico

Le opere d’arte  ripropongo, con il linguaggio simbolico universale e religioso, la possibilità per l’uomo della scoperta della relazione con il divino, secondo una modalità personale ed originale, guidandolo a scoprire in sé, ancorché gli allievi fossero di piccola età, la capacità di attingere a livelli diversi e superiori di conoscenza.

Spesso, la gente comune si sente inadeguata nell’accostare l’arte, ritenendola oggetto di studio solo per lo specialista. È mio costante impegno, come di tanti altri insegnanti di religione, dunque, proporre agli allievi, di tutti e cinque gli anni della scuola primaria, opere di incomparabile valore, chiaramente legate ai contenuti specifici della materia, stabilendo connessioni con le discipline più direttamente interessate, secondo l’ottica interdisciplinare.

L’opera d’arte sacra non è solo uno strumento, che veicola; un mezzo, possibilmente piacevole, per conoscere contenuti altrimenti più complessi e distanti, ma ri-vela agli occhi della mente e del cuore contenuti altri, non direttamente esperibili nelle relazioni orizzontali col mondo materiale, ed altrimenti difficilmente attingibili.

Nel far conoscere, l’arte sacra ri-vela, vela di nuovo, invitando ad un’ulteriore elevazione lo spirito, s-velando sempre nuovi significati, sia che la persona sia credente che no. Pensiamo, per esempio, ad un grande studioso d’arte, come Federico Zeri, ormai scomparso, ed autore di una delle maggiori raccolte fotografiche di opere d’arte, che ha contribuito a salvare il patrimonio artistico d’Italia. Pur non essendo credente, offre una lettura simbolica dei grandi, come, per esempio, di Giotto, benché da diversi studiosi ritenuto privo di un linguaggio simbolico intenzionale e più vicino alla rappresentazione del mondo sensibile in una chiave naturalistica, concepita, anche, come svolta che lo distaccherebbe dalla concezione del mondo medioevale.

 

Il bambino e la novità dell’arte

Da un lato, al bambino è proposta una novità: studiare attraverso l’arte come una positiva e meditata scelta didattica, dall’altro, grazie a domande, che fanno emergere elementi denotativi e connotativi dell’opera, scoprirsi capaci di comprendere, di apprendere una adeguata grammatica e sintassi dell’opera, analogamente a quanto avviene nello studio della lingua, o, della matematica. Non con il fine di divenire un artista, o, uno specialista, ma di conoscere e scoprire la dimensione spirituale dell’invisibile, in stretta relazione con quella esterna, visibile e materiale, ma non unica.

Le domande denotative aiutano il bambino a scoprire gli elementi compositivi, le valenze espressive (cosa rappresenta?, a quali testi sacri, o, della tradizione, si riferisce?, quali sono gli elementi figurativi? …). Le domande connotative educano a distinguere percettivamente comportamenti, bisogni, stati d’animo. Evidenziano se forme e colori usati si avvicinino, o, allontanino, dalla realtà visibile ed a cercarne il perché; quali siano i codici espressivi della figura umana. Soprattutto porre in relazione il testo iconico ed i testi scritturistici ai quali l’opera sacra si ispira, così che textus crescat cum legente   poiché, scrive San Gregorio Magno, «divina eloquia cum legente crescunt – le parole divine crescono insieme con chi le legge» (San Gregorio Magno, Homilia in Ezechielem, 1, 7, 8: CCL 142, 87 – PL 76, 843). Esse crescono nel senso che appaiono più ricche al lettore che le medita e, grazie ad esse, meglio le comprende. Così i segni dell’arte, in dialogo con la Sacra pagina, si illuminano agli occhi dell’uomo di intelletto e, naturalmente, per il cristiano animato dalla fede.

 

Dal “Tondo Doni” alla Sacra Famiglia

Così, avendo dedicato tempo allo studio del Tondo Doni, ho voluto coinvolgere nella mia personale ricerca,  in questo caso, tutte le mie undici classi (più una dodicesima di un’altra collega) perché mi aiutassero a trovare risposte ad alcune domande che mi ponevo e per le quali non trovavo soddisfacenti riscontri nei testi di critica. Opere d’arte, infatti, in più modi e tempi diversi studiate, conservano sempre domande ulteriori, possibilità nuove di ispirazione cui chiunque, motivato, può accedere.

Gli alunni si sono subito sentiti coinvolti dall’importanza del fatto che il Maestro chiedesse loro non solo di studiare un ennesimo contenuto, ma di ritrovarsi uniti da una ricerca.

La partecipazione è stata massima anche nelle classi più basse. È stupendo scoprire che perfino i bambini, di prima, o, seconda elementare, non si siano accontentati di sostare davanti al capolavoro per pochi minuti, ed in chiave solo didascalica, ma si siano coinvolti e occupati per una buona ora. Più ancora i grandicelli.

Tra le diverse classi che hanno partecipato, una volta presentata l’opera nelle linee generali della composizione, sono sorte più domande. Per esempio: Chi sono quegli uomini in terzo piano? Sono angeli? Qualcuno ha notato che sono privi di occhi e che le orbite fanno quasi tutt’uno con la pelle, essi sembrano ciechi. Oppure, si sono chiesti il significato delle cinque teste della splendida cornice, o, la domanda su perché l’abito della Madonna sia rosaceo. Perché un muretto separi quegli uomini dalla Sacra Famiglia e perché San Giovannino, benché abbia occhi con pupilla e sguardo ricco di speranza, sia dietro lo stesso muretto. E via dicendo.

Scrivevo nel precedente articolo: Dove guardano quegli uomini? Nessuno verso Cristo. Si guardano tra loro, indicando un centro, che è schermato dall’immagine della Sacra Famiglia, non riconoscibile ed individuato in un faticoso dialogo tra gli attori. Essi sono disorientati, pecore senza pastore (Mc 6, 34). Cercano Dio come a tentoni, faticosamente, affidandosi solamente alla sapienza umana. I loro corpi sono perfetti, ma l’anima è cieca. Non solo sono nudi, non di una nudità innocente, ma di quella nudità segno della loro presuntuosa indipendenza da Dio, che li pone nella fragilità e nella fallibilità del peccato, ma anche si spogliano tra di loro, giungendo ad ignorare la ritrosia di quello di destra. Tali uomini non sono rivestiti di Cristo. Si dichiarano sapienti mentre sono stolti, scambiano la gloria del Dio incorruttibile con la vanità  dell’uomo corruttibile e perciò sono abbandonati da Dio all’ impurità, impurità di cuore e di corpo (Cf Rm 1, 22-24). Questa condanna nasconde, però, un disegno di misericordia, che partirà dall’avvento di Cristo preparato nel tempo dalla chiamata di Abele in poi, anzi dello stesso Adamo, allontanato dal Paradiso Terrestre, ma con un compito …

I bambini hanno saputo cogliere la relazione tra quegli uomini, rappresentanti dell’umanità precedente, separati dal Cristo del quale sono ignari, e non solo in quanto rappresentanti del mondo pagano. Essi sono visti come quell’umanità, discendente da Adamo, che in Giuseppe trova il miglior rappresentante d’Israele, chiamato a rendere possibile, con Maria, l’incarnazione. Gli alunni hanno colto il nesso cristiano di quest’opera, senza fermarsi alla ricerca di modelli rinascimentali derivati dall’arte classica, presenti, ma orientati alla rappresentazione di una Sacra Famiglia, commissionata da un ricco. Gli stilemi rinascimentali amati dal Michelangelo sono stati rinnovati dall’apporto della fede non solo del committente, ma anche dell’autore e ciò è apparso evidente.

Ma un’altra e più curiosa domanda mi premeva e l’ho rivolta ai piccoli. Senza spiegare cosa si dica su testi, on line o a stampa, ho chiesto: Cosa fa Maria con Gesù Bambino? Cosa fa San Giuseppe, sempre con il bambino? Noi sappiamo che da più parti si scrive che San Giuseppe passa il Bimbo a Sua Madre.

L’affermazione, che io sappia, è ripetuta, ma non argomentata e, per di più, in contrasto con l’impostazione a spirale del testo pittorico. I bambini mi dissero che la spirale si muove verso l’alto e che la scena, dunque, veniva orientata verso il cielo. Così, a diversi di loro, è sorta in mente la conclusione non che Giuseppe desse il bambino a Maria, ma viceversa. Un bimbo di Va, in modo per me inatteso, ha anche argomentato che se  Giuseppe è rappresentante dell’Antico Testamento,  e quegli uomini sono in attesa della salvezza, data la vocazione di Gesù e di Maria sarebbe logico esprimere ciò con un gesto di Maria che porge il Vangelo, Gesù-Parola, a Giuseppe ed ai giusti che attendono nel Seno di Abramo. Rimasi stupito per la complessità del ragionare, giusta o sbagliata che fosse, e che, per altro, ritengo più che corretta.

Altri alunni hanno pensato che Maria porgerebbe il Bambino a Giuseppe e poi essi  lo terrebbero insieme: Gesù, dunque, colui che abbatte il muro di divisione e congiunge l’Antica e la Nuova Umanità! Cristo, che segna il trapasso spirituale dal paganesimo al cristianesimo attraverso la venuta del Redentore.1    Sappiamo che l’avvitarsi su se stessa della Madonna diverrà il modello della figura torta, trasmesso come canone al Manierismo2, tendendo verso il Cielo.

Qualcuno ha anche notato il particolare tecnico, che renderebbe impossibile a Maria ricevere il Bambino. Guardate la mano destra. Anziché essere aperta ad accoglierlo, è chiusa, come per accompagnare il movimento di chi consegna a chi gli è alle spalle. Queste considerazioni, insieme a quella del movimento a spirale, non poteva che giungere alla conclusione che intuivo.

Mi sono, allora, chiesto: cosa ha potuto muovere, nell’intelligenza di un bambino, un’opera così bella a tanto entusiasmo interpretativo! Da un lato la grade sensibilità loro al tema della famiglia, dall’altro la sensibilità al tema della Famiglia di Gesù, con i sentimenti di tenerezza e mistero che muove e che già percepiscono nel contesto comunitario parrocchiale. dal Tondo Doni, cioè, da una qualifica diremmo anagrafica si era passati alla Sacra Famiglia, al suo significato.

La seguente tabella può far cogliere le posizioni diverse espresse dai bambini classe per classe tramite il riscontro numerico :

Dalla tabella si intuisce come nelle classi vi sia stato dibattito, partecipazione, ascolto, giungendo a cogliere il fatto, inconfutabile, che, come scrive il Verdon in un suo importante studio, ampliando le considerazioni di un capitolo di un altro studio di Charles de Tolnay, risalente al 1964, Punto di vista religioso di Michelangelo «Michelangelo era … credente, come testimoniano non solo le opere di scultura e pittura, ma anche le sue poesie e l’epistolario»3 I bambini hanno colto nell’opera il piano della fede ricercando elementi che potevano giovare ad orientarsi nell’interpretazione. La prospettiva religiosa di Michelangelo (problematica evidentemente superiore alle conoscenze dei bambini, e dei più), è emersa ai loro occhi nell’opera. Essi mi hanno anche confortato nella mia intuizione circa il senso del movimento di Maria che porge Gesù a San Giuseppe. Se quarantotto bambini hanno letto il movimento di Maria, Gesù e Giuseppe come capita di trovare scritto, senza una valenza teologica, ottantuno più trentadue hanno risposto individuando, in modo più o meno consapevole, un nesso teologico coerente con la missione di salvezza di Gesù, di Maria e del rappresentante del popolo d’Israele, nonché Patriarca della Chiesa. Se un così grande genio non si lasciava intimorire dai suoi committenti, non si può poi pensare che essa rispondesse a dei canoni religiosi solo per motivi di convenienza, di contesto, di luogo. Michelangelo per esprimere la sua visione di fede e la fede della Chiesa è giunto ad aprire nuove strade -vedremo più sotto- ed ha proceduto su quella strada che ha visto nella grandezza della classicità non l’ideale, ma una potente propedeutica a Cristo, come appare anche dalle cinque teste della cornice del Tondo e dal piano teologico della posteriore Cappella Sistina. Ciò non è poco, non può essere tenuto come marginale, ma è performativo, pur nel travaglio interiore dell’artista, anzi proprio grazie a questo: Michelangelo ha combattuto con sé stesso e con Dio, superandosi.

 

Gli sguardi di Giuseppe, Maria, Gesù e San Giovannino

Nelle classi ci siamo anche chiesti perché le diverse persone del Tondo abbiano sguardi così particolari. La Sacra Famiglia, per esempio, colta facilmente come “Trinità in terra” e fondamento della famiglia cristiana, i “tre” non sono sorridenti e gioiosi, come noi nelle fotografie delle nostre famiglie. Sono forse tristi?

Gesù, coronato del nastro puro della vittoria sul male e sulla morte, guarda serio San Giovannino e non la Madre. Giovannino ha occhi sereni e di speranza perché vede in Gesù il Salvatore, ma Gesù è serio poiché conosce il futuro terreno di Giovanni, che verrà decapitato per la fedeltà alla verità, a Lui. Gesù è consapevole del futuro della croce, dell’amaro calice senza il quale non può esservi salvezza. Maria, invece, è quasi in estasi e si alza verso il Cielo, offrendo il Figlio al Padre, ma non ignorando che una spada le trapasserà l’anima. Giuseppe è estremamente serio, consapevole del dramma di Gesù dall’Annunciazione, alla Natività, alla Fuga in Egitto, alla Vita nascosta da Figlio del falegname, alla Sua vita pubblica. Questi occhi, però, diversamente da quelli disorientati dell’umanità ante legem, sanno dove guardare, sanno da dove verrà loro la salvezza.

 

Novità nel Tondo Doni

Il Tondo Doni mette in primo piano due assolute novità di tal uomo di fede. La prima: Michelangelo inventa per Maria una figura unica in tutta la storia dell’arte cristiana.

Maria qui non ha niente a che fare con la tipologia mariana tradizionale e del quattrocento di una dolcezza convenzionale e malinconica, come nella sua famosissima Pietà (1497-1498) di Roma. La simpatia dell’artista per la scultura greco-romana non spiega una simile innovazione. Questa tipologia pone la questione ermeneutica del Tondo Doni.

Giuseppe, fino ad allora rappresentato nell’arte sempre in disparte , uomo del silenzio, meditativo e quasi semplice testimone ha nuovo rilievo. Anche la Sacra Famiglia del Signorelli porrà in forte evidenza Giuseppe, ma mantenendolo staccato da Maria. Qui no. Giuseppe, ancora uomo del silenzio, come esprimono le sue mute labbra mentre sfiorano il gomito del Bambino, è uomo provvidente, forte, vicino, legato a Maria nella custodia di Gesù.

Gli ignudi, simbolo di smarrimento e peccato, non si contrappongono alla Sacra Famiglia, pregna della presenza dell’immacolatezza di Maria, Tempio dello Spirito Santo, ma per Michelangelo costituiscono una unità armonica. Nessuna confusione con la frequentemente citata celebrazione della omosessualità platonica, difficilmente dimostrabile per lo stesso platonismo, se non in senso simbolico. Ammesso che il Michelangelo nutrisse interesse per la virilità omosessuale, oltre che per la fede, la sintesi si può trovare proprio nell’ispirazione neoplatonica, particolarmente in quella Ficiniana, l’amore, poiché l’amore eterosessuale resta nell’ambito della generazione di una prole, di un nuovo carcere. L’ “omosessualità platonica”, depurata dell’elemento fisico, genera immortali idee nell’anima. L’esperienza descritta da Socrate segue uno schema invariabile e liberante dalla materia. Inizialmente vi è l’ attrazione fisica nel vedere una persona, ma questa non resta né fisica, né esclusiva. L’amante capisce che la bellezza di una forma è simile a quella di altre forme e così si allarga il cerchio del desiderio delle forme sensibili. Poi, la persona si accorge che la bellezza dello spirito è più elevata che non quella della forma esterna. Da qui si risale alla bellezza per le leggi, per la “scienza” filosofica, fino alla bellezza universale, verso l’intuizione delle idee, fino alla bellezza assoluta, alla contemplazione dell’immortale4. Altro che omosessualità, con buona pace per gli ideologi dell’omosessualità, che in Platone ricercano vane giustificatrici radici.

Ficino, sacerdote, riformula l’ascesa platonica nell’ascesa mistica5. Come Ficino, Michelangelo nel Tondo ripropone la sua divisione tripartita, indicando in tre zone tre tipi di amore: gli ignudi (piacere tattile) nello sfondo e ad un livello più basso, rispetto al primo piano. In primo piano, ed elevata, Maria, figura eminente della vita contemplativa, che si alza verso Dio contemplabile nel suo Figlio (ecco il senso di Maria che innalza il bambino al Cielo nelle mani di San Giuseppe). In mezzo, a metà strada, San Giovannino, l’amico dello Sposo (Gv 3, 29), che guarda con perseveranza verso l’amore ideale. Lo sguardo di amore collega tutte e tre le scene, i livelli e può costituire l’armonia degli stessi in senso simbolico platonico e non meno cristiano. Per Michelangelo e Ficino-Platone, secondo il Vendon, tutti guardano, lo sguardo genera il desiderio, ma mentre il desiderio degli ignudi è chiuso in sé stesso, senza superare i sensi, san Giovannino volge loro le spalle aspirando con intensi occhi a Cristo. Maria, mirando gli occhi del Figlio, è rapita in estasi, portata anche fisicamente in alto dall’amore che l’anima6.

Il desiderio, che aveva quasi dannato Adamo, per i meriti di Cristo, è riscattato dal dono soprannaturale ed elevato a via del Cielo nel  desiderium videndi Deum. Potremmo anche aggiungere, senza tema di errore, che la vir-ile, vir-tuosa torsione di Maria, indicherebbe la fatica dell’ascesi. Se cercassimo in Michelangelo le vie accademiche per le quali sarebbe giunto a questa consapevolezze non troveremmo risposta possibile. Michelangelo, frequentando l’ambiente di Lorenzo il Magnifico le respirò nei dialoghi, nei colloqui, riformulandole personalmente nel piano a lui proprio dell’intuizione potente dell’arte.

 

Dalla proiezione di immagini al libro

Quando Koris-Karl Huysmans, grande convertito ed esperto conoscitore dell’arte  e letterato, studiò il Medio Evo, alla ricerca di materiale per il suo libro A ritroso, s’era sorpreso a stupirsi della parte decisiva, che, nell’età antica, la Chiesa aveva avuto nella vita stessa dell’arte. È attraverso l’ammirazione per l’armonia delle grandi cattedrali, per la purezza del canto gregoriano, per l’orchidea preziosa della mistica, per la forza e l’indicibilità delle pagine ispirate dei santi che la Grazia verrà a lui. In questo percorso il Dio-Bellezza diverrà il Dio misericordia7.

È motivo di stupore notare che se oggi i fanciulli sono oggetto di bombardamenti mediatici e di immagini sempre in movimento, non solo riescono ad incantarsi a lungo davanti alle opere d’arte proiettate in grande, anche su un semplice foglio di carta bianca da pacco, ma poi, invitati a rivederle su bei volumi illustrati, preferiscono questi alla proiezione stessa, cogliendo come l’incontro con l’opera diventi più personale e ricco. Il libro ridiventa capace di parlare loro, o, meglio, loro divengono capaci di cresce con il libro grazie all’opera ammirata. Così non priviamo i cuori e le menti vive dei nostri bambini e alunni di queste stupende bellezze, indice della misericordia divina, ed accompagniamole  nei sentieri del bello.

 

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  1. Zeri F., Michelangelo. Tondo Doni, Rizzoli, Milano 1998,  6.
  2. Zeri F., ibidem, 14.
  3. Verdon T., Michelangelo Teologo, Ancora, Milano 2005, 5.
  4. Simposio, 209e-212a.
  5. Cf  Verdon T., o.c., 163.
  6. Ibidem, 164.
  7. Cf Colombo N., Introduzione a K. K. Huysmans, Per Strada, Rizzoli, Milano 1961, 6-7.
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Autore: Marcello Giuliano

Nato a Brescia nel 1957, vive a Romano di Lombardia (BG). Dopo aver conseguito il Baccelierato in Teologia nel 1984 presso il Pontificio Ateneo Antonianum di Roma e il Diploma di Educatore Professionale nel 2001, ha lavorato numerosi anni nel sociale. Insegnante di Religione Cattolica nella Scuola Primaria in Provincia e Diocesi di Bergamo, collabora ai cammini di discernimento per persone separate, divorziate, risposate ed è formatore per gli Insegnanti di religione Cattolica per conto della stessa Diocesi. Scrive sulle riviste online Libertà & Persona e Agorà Irc prevalentemente con articoli inerenti la lettura simbolica dell’arte ed il campo educativo. Per Mimep-Docete ha pubblicato Dalla vita alla fede, dalla fede alla vita. Camminando con le famiglie ferite (2017); In collaborazione con Padre Gianmarco Arrigoni, O.F.M.Conv., ha curato il libro Mio Signore e mio Dio! (Gv 20, 28). La forza del dolore salvifico. Percorsi nella Santità e nell’arte, (2020). Di prossima uscita Gesù è veramente risorto?

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