Elezione di Trump e i muri che cadono

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Muri da abbattere, muri da costruire. È questa ormai l’immagine, politica e pastorale, che sembra dominare il panorama internazionale d’inizio millennio. A tenere la scena in questi ultimi mesi è stato però un muro su tutti: quello che il neo eletto presidente degli Stati Uniti, Donald  Tramp, vorrebbe costruire tra i suoi confini nazionali e il Messico. Peccato che il muro in questione già esista, eretto nel 1994 dall’allora amministrazione Clinton.

Ribattezzato in Messico “Muro della vergogna” ha visto in quasi venti anni d’esistenza un numero spropositato di vittime (i dati ufficiali parlano di 1954) nel tentativo di oltrepassarlo. È singolare come negli otto anni di amministrazione l’ex presidente Obama non abbia avuto la benché minima esitazione nel non smantellare una barriera simbolo di un’America nazionalista e protezionista. Ed è stata proprio la lobby mondialista dei media a tacere su questo muro, la stessa che per mesi ha celebrato la vittoria senza quartiere del deputato democratico, Hillary Clinton. Sono gli stessi che in questi giorni stanno riempendo tg e rotocalchi con l’immagine di un’America in subbuglio per l’elezione del pericoloso repubblicano. Immagini oscene e raccapriccianti che invece di essere biasimate per la violenza e la cattiva influenza che possono avere sulle persone, vengono giustificate e difese in nome di un presunto populismo, che colpirebbe l’elettorato ogni qual volta questo fa una scelta opposta ai “poteri forti”.

La verità è che con l’elezione di Trump (e prima ancora con la vittoria della Brexit) si stanno abbattendo proprio quei muri di imperialismo economico e mediatico che i “potenti” di turno ritenevano indistruttibili. La loro sicurezza spesso li conduce a compiere enormi gaffe e sviste paurose, deragliamenti che oggi un popolo più attento di ieri sa cogliere e gestire. È il caso dei giornalisti Giovanna Botteri, Antonio Di Bella e Alan Friedman, che commentando in diretta l’elezione di Trump se ne sono usciti con un’affermazione sconvolgente: “Non si è mai vista una stampa così compatta ed unita contro un candidato – dice la Botteri -. Che cosa succederà quando evidentemente la stampa non ha più forza e peso nella società americana,…Le cose che sono state scritte, le cose che sono state dette evidentemente non hanno contato su questo risultato e non hanno influito su questo elettorato che ha creduto a Trump”. Per la Botteri e compagnia c’è il rammarico di non aver “influito” come giornalisti sul voto finale! Anche il Corsera, in evidente stato d’ansia, è uscito con un pezzo a firma Viviana Mazza, in cui si attribuisce la sconfitta della Clinton alle “donne bianche non laureate” che avrebbero votato Trump. A parte che nessuno può sapere chi vota chi, è possibile che al Corriere nessuno si sia accorto di quanto fosse razzista e arrogante questo pezzo?

Come, forse, non si è accorto il nostro ex presidente Giorgio Napolitano che nel commentare l’elezione di Trump a Radio 1 ha detto testuali parole: “La vittoria di Trump è fra gli eventi più sconvolgenti della storia della democrazia europea e americana, e del suffragio universale che non è sempre stata una storia di avanzamento…ma anche foriero di grandissime conseguenze negative per il mondo”. Come anche per il giornalista, renziano doc, Fabrizio Rondolino “Il suffragio universale comincia a rappresentare un serio pericolo per la civiltà occidentale”. O il livore di Michele Serra sulla sua “Amaca”: la vittoria di Trump “è sintomo solo in parte di nuovi disagi, e in parte molto cospicua della revanche anti-Obama del peggior vecchiume reazionario di una tragica, deprimente America bigotta, ignorante e maniaca delle armi: e che l’esultanza simultanea, in tutto il mondo, dei fascisti di ogni ordine e grado, dice, dell’accaduto, se non tutto, moltissimo”.

Insomma, il popolo ha diritto di parola solo quando diventa megafono delle élite culturali, ma quando decide di smarcarsi diventa un pericolo, perché le sue scelte diventano “di pancia”, “dettate dalla paura”, “populiste”. Forse di muri si parlerà ancora, ma di quelli che questa elezione, al di là del candidato, porterà ad abbattere nel mondo Occidentale, un po’ come successe in quel lontano 9 novembre 1989.

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111 pensieri riguardo “Elezione di Trump e i muri che cadono”

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