La pastorale di Gesù

Donna-adultera

di Benedetto Rocchi

La dottrina di Gesù su matrimonio e divorzio è chiara. Il racconto dei Vangeli non richiede particolari interpretazioni: quando i farisei hanno posto una specifica domanda Gesù ha risposto con il linguaggio giusto per evitare fraintendimenti da parte di quelli che erano i teologi del tempo. Il matrimonio è indissolubile perchè così lo ha pensato Dio Creatore, dal profondo del tempo. Chi si risposa commette adulterio.

Nella Chiesa di Gesù tuttavia, soprattutto nei paesi di più antica cristianizzazione, la condizione dei divorziati oggi è particolarmente dolorosa.

Forse perchè intorno la società umana si è allontanata dall’idea cristiana di matrimonio e famiglia. Chi vive pubblicamente il suo impegno verso il coniuge come irreversibile, anche nelle situazioni di fallimento della coppia, non trova più nemmeno un qualche riconoscimento sociale della sua coraggiosa fedeltà. Bene che vada viene guardato con commiserazione e non manca chi considera un tale atteggiamento la conseguenza di una patologia relazionale, che dovrebbe essere curata. E coloro che hanno invece imboccata la strada di una nuova relazione, che però considerano incompatibile con la comunione sacramentale, sentono intorno a loro un mondo laico che li considera vittime di una religione arcaica e formalista e hanno a che fare con un clero che, nonostante i documenti ufficiali, predica in ordine sparso. Tutto questo fa soffrire.

Qui sta dunque il «problema pastorale» da affrontare. E non riguarda solo i preti nei confessionali: quanti laici cristiani si trovano di fronte a queste situazioni! Come rispondere ad un amico che chiede conforto e spiegazioni? Cosa direbbe Gesù?

L’episodio della donna sorpresa in flagrante adulterio raccontata da Giovanni nel suo Vangelo (Gv 8, 1-11) ci aiuta a capire. Rileggendolo ho realizzato che esso completa con perfetta coerenza il racconto della disputa con i farisei sul ripudio. E’ come se questo ci portasse intatta la «dottrina» di Gesù sul matrimonio, mentre l’episodio dell’adultera narrato da Giovanni ci mostrasse Gesù Buon Pastore degli sposi. Dopo aver parlato alla nostra intelligenza per farci comprendere la sua dottrina Gesù parla al nostro cuore, mostrandoci che essa è vita.

Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra”. Ho sempre ammirato la frase indirizzata agli accusatori, che smonta la loro provocazione e li fa andare via, così mi sono sempre immaginato, in un imbarazzato e forse anche furioso silenzio. Furioso perchè a nessuno piace dovere ammettere pubblicamente di non essere senza colpa; imbarazzato perchè nessuno può davvero sostenere di essere senza peccato. Da questa frase di Gesù mi sono sempre sentito interrogato, questa frase ho soprattutto avvertito come rivolta a me. Rileggendo l’episodio, però, per la prima volta ho posto maggiore attenzione sulle altre parole di Gesù: quelle che pronuncia durante il breve colloquio con l’adultera. La donna, quando i suoi accusatori se ne vanno, non scappa via come sarebbe stato naturale, dopo quello spavento, non approfitta del fortunato esito delle pungenti parole di quell’insolito rabbi, che avevano fatto esitare le mani che trattenevano il suo divincolarsi e già si protendevano a raccogliere le pietre. La donna, spentesi le grida degli accusatori, rimane invece davanti a Gesù e ai suoi discepoli.

In uno strano silenzio pieno di attesa risuonano le parole del Maestro: “Nessuno ti ha condannata? Neanche io ti condanno”. Dunque nella «pastorale» di Gesù non c’è una condanna dell’adultera. Perchè, in realtà, di questo si tratta: di condannare o di non condannare. Nella violenta scena appena conclusa non era in questione una faccenda di peccato e di espiazione, la denuncia di qualcosa di sbagliato e la ricerca di qualcosa che potesse correggerlo. Si invocava invece una sentenza di morte. Gesù era stato sfidato ad approvare la più radicale forma di espulsione dal popolo della Promessa: una irreversibile separazione della creatura dal Popolo che il Creatore si è scelto, mediante la morte. Cioè una separazione definitiva della creatura da Dio. A lui che predicava l’amore fedele e la infinita misericordia di Dio, che come un padre sta sempre sulla soglia di casa a scrutare da lontano il ritorno del figlio, viene chiesto di ammettere che questo ritorno non sempre è possibile; che questa colpa è troppo grande per essere perdonata.

Gesù, l’unico che avrebbe potuto scagliare per primo la pietra, non condanna l’adultera. Perchè l’amore di Dio è veramente fedele e non si arrende davanti ai nostri tradimenti, alle nostre offese, per quanto grandi e dolorose possano essere per Lui. Mi piace pensare che nella domanda di Gesù: “Nessuno ti ha condannata?” fosse inclusa anche l’unica altra persona che agli occhi di Dio, in quel tribunale, avrebbe potuto pronunciare legittimamente la sentenza, deliberare la separazione dall’amore del Padre: l’adultera stessa. Che, come del resto ciascuno di noi in ogni momento, poteva scegliere per una vita lontana dalla volontà e quindi dall’amore del Padre. Invece quella donna non era fuggita via. Era rimasta lì, nello sguardo di Gesù, in attesa delle sue parole.

Gesù non ci condanna per i nostri peccati. Attende paziente che torniamo a Lui, per un nuovo inizio. In verità nessuna colpa, per quanto terribile, può di per sè allontanarci da Lui. Solo noi stessi possiamo farlo, scegliendo la colpa invece che Colui che è assenza di ogni colpa. Tenendolo consapevolmente lontano da noi. Quando tornerà alla fine del tempo pronuncerà la sentenza che avremo scelto per noi: ma fino a quando avremo respiro cercherà il nostro sguardo come ha fatto con la donna adultera, attendendo paziente il momento del colloquio decisivo.

La pastorale di Gesù su matrimonio e adulterio non contiene una condanna: contiene però un giudizio molto netto. Gesù non condanna la donna ma giudica il suo comportamento. Niente, infatti, in tutto il racconto mette in dubbio la colpa della donna: essa ha davvero violato il sesto comandamento, è veramente una adultera. E Gesù non le chiede di discolparsi, di mostrare che è innocente o di invocare attenuanti o giustificazioni. Le chiede con una semplicità piena di calore di rinunciare al suo peccato: “Neanche io ti condanno: va’ e non peccare più”. Le due frasi vanno lette insieme perchè è come se Gesù dicesse: poichè neanche io ti condanno non farlo neanche tu. Non pronunciare da te la tua condanna, ti hanno portata a me contro la tua stessa volontà ma tu resta con me.

Il modo in cui Gesù affronta la spinosa questione non ha niente del nostro imbarazzo benpensante, che spesso ci impedisce quella sana correzione fraterna di cui parla San Paolo. Gesù non fa così, non propina una predichetta moralistica, una pacca sulla spalla accompagnata da un “fa’ il bravo”, nel darci il suo perdono. Dice: vai e non peccare più, cioè non fare più questo peccato. Alla donna dice: vai e non essere più adultera.

Una bellezza si rivela in questo nitido giudizio di Gesù. Con le sue parole Egli individua con precisione la nostra colpa mostrandoci allo stesso tempo che non ne siamo schiavi, che Egli ci libera da essa: “Va’ e non peccare più.”. E’ come una promessa. Se questo è l’invito di Gesù allora rinunciare al peccato, a questo nostro specifico peccato che Lui ci sta mostrando è davvero possibile, è sempre possibile. Qualunque esso sia. Nonostante tutti i vincoli che il peccato, con le sue conseguenze, ha tessuto attorno a noi, gli ostacoli umani e la nostra stessa miseria. E questo deve essere vero anche nel caso dell’adulterio, sia che esso sia vissuto come una saltuaria evasione, come una relazione clandestina, sia quando tra le sue conseguenze ci siano un divorzio e un nuovo matrimonio. Anche quando sembra umanamente impossibile.

Non dico facile: dico possibile. Esiste sempre una possibilità e a quella Lui chiama: “Va’ e non peccare più”. Il percorso è sicuramente doloroso e lungo, la strada difficile da trovare. Ma se crediamo alle sue parole, ci deve essere. Quella fatica, quel dolore non possono non portare con sè la gioia perchè l’invito di Gesù è una promessa. La donna di cui racconta Giovanni, mentre la trascinavano per le strade verso Gesù, avrà pensato che ormai era finita, che questa volta non c’era nulla da fare, che la condanna e la morte sarebbero presto arrivate come conseguenza dei suoi atti. Credo sia simile la sofferenza morale dei divorziati risposati che di fronte alla loro situazione non riescono a vedere come possibile un’altra strada, un’altra soluzione. Forse perchè ci sono persone che potrebbero soffrire per le loro scelte e responsabilità che non possono essere disattese, magari verso i figli nati dalla nuova unione.

Cosa offrire ai cuori feriti di questi fratelli: una serie di regole o condizioni per potere essere, nonostante tutto, riammessi all’Eucaristia? Un qualche diritto condizionato e le norme per rivendicarlo? Magari con tempi minimi prestabiliti e gesti codificati? L’esperienza di tanta pastorale per i fidanzati, dei «corsi» per la preparazione al Matrimonio (quasi che un sacramento sia qualcosa da apprendere) vissuti come un obbligo minimo da assolvere quando si vuole «sposarsi in chiesa» dovrebbe farci temere questi esiti formalistici. E’ più semplice nascondersi dietro delle «Istruzioni per l’uso», lasciando a chi ci chiede aiuto l’onere di rispettarle «rigorosamente». Come ci ha insegnato Gesù, siamo veramente abili a rendere «canoniche» le nostre tradizioni.

Non è forse più coraggioso offrire, nei modi e con le parole che il cuore di volta in volta suggerisce, un amore fraterno che dice: “Non è possibile esaudire questo tuo desiderio ma non andare via, resta con noi! Saremo sempre accanto a te per portare questa tua croce. Per chiedere insieme a te a Gesù di mostrarti il percorso che porta a Lui dentro questa sofferenza, per conservare nonostante tutto la fiducia in Lui e la speranza nella sua promessa!”?

Non credo si possano pensare, definire dei percorsi prestabiliti. Possiamo farci compagni di strada l’uno dell’altro perchè la fede resti viva. Per questa difficile pastorale abbiamo solo la parola di Gesù che indica un cammino e garantisce un traguardo. Sulla sua parola, come sempre, dobbiamo fare affidamento. Come Pietro e gli apostoli all’alba, sul lago, dopo una notte passata inutilmente a pescare.

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Autore: Libertà e Persona

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