Eugenetica vecchia e nuova

eugenics

Finalmente dopo undici anni di battaglie (il)legali, sentenze italiane ed europee la legge 40/2004, che disciplina le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), è stata praticamente e ufficiosamente “cassata”. Dopo la recente sentenza della Corte Costituzionale anche l’ultimo paletto che teneva in piedi una legge, vale la pena ricordare votata da un parlamento legittimamente eletto e sopravvissuta ad un referendum, è ormai crollato. Non si potrà solo scegliere il numero di embrioni da produrre (Corte Costituzionale 151/2009), non solo si potranno utilizzare anche gameti non provenienti dalla coppia

richiedente (eterologa), il quale divieto era stato dichiarato incostituzionale dalla Corte l’8 aprile 2014, ma oggi si potranno anche selezionare quegli embrioni ritenuti, dalla conoscenza scientifica attuale, come i più sani. Ma l’eugenetica non è certo un problema solo attuale. Tutto il novecento è stato attraversato dalla tentazione umana di sostituirsi a Dio nello stabilire quale sia la vita degna di essere vissuta. La malattia, la sofferenza, vengono così a coincidere con lo scarto. Solo una vita sana (ovviamente e primariamente di salute fisica si parla) diventa autorizzata ad essere ritenuta tale. Anche la vecchiaia diventa, non a caso, non più un’età da attraversare (se si è fortunati) per giungere al termine della nostra esistenza terrena in modo sereno e saggio, ma un inciampo dal quale si può rimediare con una pillola, per la felicità di un sistema sanitario che potrà destinare i soldi risparmiati per l’assistenza agli anziani a cullare ancora di più l’eterna “generazione dello spritz”.

Eugenetica è un termine coniato nel 1883 da Sir Francis Galton, cugino del più noto Charles Darwin, che applicò i metodi della statistica allo studio dell’eredità. Scopo di Galton era quello di produrre una razza umana altamente dotata utilizzando sapientemente l’incrocio di persone giudicate “sane”. Egli stesso sosteneva che “quello che la natura fa ciecamente, lentamente e brutalmente, l’uomo può fare con lungimiranza, rapidità e delicatezza”. Le idee approdarono durante il XX secolo in America, grazie al lavoro del biologo Charles B. Davenport il quale, attraverso uno studio di ricerca presso ospedali, manicomi, carceri di tutto il Paese, volle scoprire e isolare quei geni che erano la causa dei così detti “minorati”. Lo scopo era far si che a queste persone venisse proibito di procreare, proprio per evitare che altro gene di tipo “sbagliato” fosse sparso sulla terra. Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti e Premio Nobel per la pace, manifestò allo stesso Davemport il suo sostegno. “Un giorno comprenderemo – scrisse Roosevelt a Davemport il 3 gennaio 1913 – che il dovere primario, il dovere ineludibile, del buon cittadino, uomo o donna, è lasciare dietro di sé il proprio sangue nel mondo; e che non dobbiamo permettere il perdurare di cittadini del tipo sbagliato”. La solidarietà di Roosevelt mostra come il lavoro del biologo statunitense non fosse ne considerato marginale ne tanto meno frutto di un cieco razzismo isterico, ma bensì di un lavoro promosso e finanziato da importanti società del tempo. In breve si arrivò all’assurda quanto scellerata idea di sterilizzare obbligatoriamente tutte quelle persone che risultassero geneticamente “inadeguate”. Più di 60.000 americani vennero così sterilizzati in ventinove stati.
In Europa la legislazione eugenetica americana trovò un entusiasta ammiratore, Adolf Hitler. Nel Mein Kampf scrisse: “la domanda che ai minorati mentali sia impedito di propagare una discendenza col medesimo difetto è della più lampante ragionevolezza, e se attuata sistematicamente rappresenta il più umano degli atti di umanità. Esso risparmierà immeritate sofferenze a milioni di sventurati, portando così a un crescente miglioramento della salute generale”.

È tristemente evidente l’assonanza delle terribili parole di Hitler con la propaganda massiccia che si sta diffondendo di nuovo in Occidente sul concetto di “qualità” della vita. A colpi di sentenze e di servizi-spot in programmi televisivi si sta creando una nuova coscienza di malattia e di scarto, di ciò che ritentiamo utile alla nostra esistenza e di ciò che rappresenta un ostacolo, ma soprattutto ci prendiamo l’enorme ed arbitraria responsabilità di decidere chi sia il prototipo di persona che abbia diritto alla vita.
Rita Levi Montalcini disse nel 2002 che “l’embrione non è una persona umana, ma un ammasso di cellule indifferenziate”. Mi salgono in mente allora le parole del biogenetista di fama internazionale P. Angelo Serra, che così si esprimeva proprio sulla questioni dell’embrione umano: “La vita è un dono che ciascuno eredita. Spegnerla, per qualsiasi motivo, a qualsiasi momento è usurpare quella eredità all’essere che l’ha voluta. Ciascuno ha il dovere di chiedersi: se mi avessero usurpato la mia, che cosa dovrei dire?

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