La banalità del bene. Recensione del libro di un amico

Della famiglia se ne parla molto. Il Sinodo dei vescovi, in una sessione straordinaria, ha messo a tema questo grande dono che vede coinvolti il destino di uomini e donne raccolte in questa prima e decisiva comunità umana. Una convocazione ordinaria nel 2015 tornerà a trattare, nel seno della Chiesa Cattolica, la questione della famiglia. Non una materia tra le altre, ma quella che conduce “al principio” di tutte le cose umane. Anche nelle grandi istituzioni governative e amministrative la famiglia è oggetto di riflessione e di singolare attenzione. In diverse città, ad esempio, i Sindaci hanno dato ordine, non senza polemiche e contradditori fra istituzioni dello Stato, di iscrivere nel registro dell’anagrafe delle famiglie quelle unioni tra persone dello stesso sesso, contratte nei paesi in cui esse sono riconosciute e lecite.

“Famiglia o famiglie?”. Con questa domanda si apre il pamphlet di Giuliano Guzzo, “La famiglia è una sola” edito per i tipi della Gondolin (pag. 110, euro 12,00).

L’autore rivela, in questa sua prima interrogativa, il dramma non solo di “una mutata geografia degli affetti” ma anche l’inquietudine per il dissolversi dell’idea di famiglia così come è stata conosciuta per secoli, ossia lo sgretolarsi di quella comunione tra un uomo e una donna “che sposandosi si assumono impegni reciproci e nei confronti dei loro figli”. Da sociologo qual è, Guzzo non si sofferma innanzitutto ad un giudizio etico, ma intraprende un vero e proprio duello con le armi della statistica, della letteratura scientifica e dei più approfonditi studi antropologici, con l’attuale tendenza ideologica, quella di un sempre più marcato “relativismo familiare”, per la quale non esiste la famiglia, ma piuttosto esistono “famiglie”.

L’approccio, razionale e scientifico, del tutto politicamente e culturalmente scorretto, fa emergere il bene della famiglia tradizionale. Per prima cosa, l’autore, con un serio approfondimento antropologico, divincola la famiglia dalla percezione che sia “un’idea cattolica”, così che solo i credenti possano difenderla, ma la sua storia è “la storia stessa della società umana” (pag.30).

Nei successivi capitoli, Guzzo non ha timore di confrontarsi con le questioni più attuali e complesse. La convivenza, le nozze gay, il divorzio e i suoi costi sociali, la teoria del gender la cui “relativizzazione dell’identità sessuale corrisponde alla forma più estrema di relativismo familiare” (p. 87).

Lo scritto è una rigorosa apologetica laica della famiglia. Le note a piè di pagina rendono ragione di uno studio appassionato e meticoloso.

L’unica citazione di natura poetica è riservata a Chersterton. “Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade verranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. (…) Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio”. E’ impressionante constatare come la realtà, nel suo semplice accadimento, non sia più colta. Questa prima fatica editoriale di Guzzo che ha raccolto e assemblato studi, archivi, dati numerici in un piccolo, agile libretto, ha il sapore amaro di dover ribadire ciò che le generazioni precedenti avrebbero dato per banale. E non si tratta solo di una tradizione, ma di una realtà che appare scontata, di un bene talmente evidente da doversi contorcere per riuscire ad affermare il contrario. Purtroppo – come dice la Roccella nella sua prefazione – “il senso comune, cioè la comprensione del mondo attraverso l’esperienza e la tradizione”, ha lasciato il posto al “luogo comune, cioè una comprensione del mondo astratta, prefabbricata”.

E’ indubbio che lo studio offertoci da Guzzo non esaurisce la complessità del reale. Non basta affermare la superiorità e il valore della famiglia tradizionale. È in atto un processo di ridefinizione dell’umano con cui non è possibile non fare i conti. Significherebbe, similmente a quanto l’autore ribadisce più volte, non guardare la realtà per quello che è e non per quello che sarebbe meglio che fosse. Solo una “riscoperta antropologica”, come l’autore stesso si augura, può inibire “l’attuale precariato affettivo” e tornare a riconoscere la famiglia come “vera trasgressione” per affrontare insieme, e non solo “sopravvivere”, il futuro.

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