Suona l’ultima campanella

scuola

Anche quest’anno la scuola è finita. Suona l’ultima campanella, i ragazzi si abbracciano tra loro, e abbracciano i propri professori. Quella conclusione, che sino ad un giorno prima era aspettata con ansia, diventa nostalgia: è triste lasciarsi, soprattutto quando si sa che le strade, nell’anno futuro, si divideranno. E’ triste per gli alunni, ma anche per gli insegnanti, se si sono sentiti, per qualche tempo, padri, madri, compagni di strada dei loro ragazzi.
Sono ormai 15 anni

che insegno, e questo mestiere, mi diventa sempre più chiaro, è (per me) il più bello del mondo. Come tutti i mestieri, infatti, ha le sue insidie, ma dà soddisfazioni indicibili. Lo ho pensato anche quest’anno, quando gli alunni di una classe mi hanno dato la loro lettera d’addio. Iniziava così: Caro Gandalf… Forse si riferivano ai miei capelli già un po’ bianchi, ma credo, anche, ad un’amicizia quale può scoccare tra un quarantenne e dei sedicenni, senza che mai venga meno la differenza di ruoli e di compiti.
Ricordo quando occupai la cattedra per la prima volta con la presunzione dei principianti, l’arroganza dei neofiti, l’idea di dover insegnare chissà quali cognizioni e quali competenze.
Poi, piano piano, la consapevolezza che si insegna bene solo se ci si sforza di seguire l’esempio del Maestro. Amore, rispetto della libertà, umiltà, mitezza: sono questi i segreti di un buon insegnante. Me li ripeto ogni volta che li dimentico, che li sostituisco con la pigrizia dell’egoismo. I ragazzi bisogna anzitutto amarli. Credo che per fare questo non basti uno sforzo volontaristico. Occorre, invece, uno sguardo profondo: capire che c’è, in ognuno di loro, un destino eterno; che ognuno di loro è una creatura pensata e amata. Gesù va a prendere l’unica pecorella smarrita, e la insegue, con dolcezza, per riportarla all’ovile.

Le pecorelle smarrite sono parte della vita di ogni insegnante. Possiamo guardarle come un problema, come un disturbo, da mettere tra parentesi, per “fare bene” il resto. Oppure possiamo guardarle come fa Cristo. E accade, spesso, che proprio da loro giungano le consolazioni più belle, perché non di rado quello che ci appariva il peggiore degli alunni saprà restituirci il centuplo del nostro sforzo. Altre volte saremo sconfitti e scornati, e impareremo ancora meglio l’umiltà del seminatore, che è chiamato appunto a seminare, ma non sempre a raccogliere. L’amore gratuito con cui un insegnante guarda i suoi alunni, gli permette di capirli davvero, perché l’amore conosce per intuizione: tante volte basta uno sguardo, che sia dispiaciuto e non cattivo; ammonitore, ma misericordioso, per sistemare le bizze e i capricci. I ragazzi hanno infatti antenne assai sensibili: sanno capire se dietro un richiamo, un rimprovero, c’è l’ira, la perdita dell’autocontrollo, la mancanza di amore, oppure se quello stesso richiamo costa fatica e dolore anzitutto a chi lo fa.
Un insegnante, dicevo, deve amare i suoi ragazzi, e sarà allora certo di conoscerli davvero. Deve anche rispettare la loro libertà, così come Dio rispetta la libertà degli uomini. Non c’è nulla di peggio di un padre e di una madre che vogliono plasmare i figli come cera senza forma, a loro immagine e somiglianza. Nulla di peggio di un maestro che chiuda il mistero di una persona nello schema che lui ha nella sua testa. Rispettare la libertà significa saper attendere i tempi giusti, non forzare le cose, comprendere che l’altro non è mai interamente nelle nostre mani, se non quando lui decide di esserlo, perché ha visto che lì c’è il suo bene. Perché ci sia questo rispetto, ci vuole umiltà. Cioè capacità di cambiare i piani; di regolare i propri desideri sui bisogni altrui; di lasciarsi educare dalla realtà, dai fatti che accadono. Umiltà per cambiare un parere su una persona; per ingozzare una delusione, per incassare un colpo quando è meglio incassare che reagire; umiltà quando scopriamo che l’altro non è mai riducibile al nostro desiderio e volere di un momento; umiltà quando è chiaro che non siamo noi a decidere i tempi, né le vicissitudini, di una persona che ci è affidata.
Umiltà, rispetto della libertà, e mitezza, cioè, di nuovo, in una parola sola: amore. Scriveva santa Teresina del Bambin Gesù che può bastare uno spillo raccolto per terra con amore per salvare un’anima. E Giovanni della Croce ricordava che “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”.
Di questo amore fanno parte anche la capacità di giudizio, la passione per la verità e il bene. I ragazzi cercano anche solidità, chiarezza, e speranza. Mi accorgo che, forse soprattutto oggi, vogliono sapere da chi li educa se questo ha un senso. Non gli basta che qualcuno dica loro che studiano per il lavoro futuro, per acquistare, domani, un ruolo nella società. Vogliono un senso più profondo. E’ come se guardando i loro maestri, chiedessero: “ma voi siete qui perché ci credete, o per mestiere? Un motivo per vivere, una ragione ultima, la avete, o no?”. E vogliono vederla operativa: nei gesti, negli sguardi, nel modo di appassionarsi quando si spiega un autore o si racconta un fatto. Vogliono sapere davvero se la vita è una grande avventura, l’avventura di creature immortali, o una noia, una truffa, un fuoco d’artificio. Il Foglio, 12 giugno 2014

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