10° appuntamento settimanale con i contributi spirituali del Monastero di S.Benedetto di Norcia. Autore Fr. Benedict Nivakoff, O.S.B. – Data liturgica: Dominica infra Octavam Nativitatis Domini – Letture: Gal 4,1-7 & Lc 2,33-40
Maria, madre di Gesù, e Giuseppe erano meravigliati per ciò che si diceva di lui. La profezia di Simeone, il suo Nunc Dimittis, causava questa meraviglia, simile a quella che l’arrivo dei pastori aveva causato presso il presepio, e l’approvazione di Anna la segue. Nel vangelo odierno si nota il netto contrasto tra la meraviglia, lo stupore amoroso e gentile dei genitori di Gesù, e le figure di Simeone e Anna, ciascuno dei quali segnala che questo bambino porterà non solo la redenzione di Israele, ma anche la sofferenza, soprattutto porterà sofferenza a Maria – e la tua stessa anima sarà trapassata da una spada (Lc 2,35).
Questa immagine è familiare per noi che viviamo qui a Norcia. Ci riporta subito ad una serata di settembre, quando godevamo dell’ultimo caldo dell’estate, e poco prima dell’ora di cena siamo usciti della Chiesa dell’Addolorata portando un suggestivo quadro della Madonna, in cui era ritratta con sette spade nel Suo cuore. Dio ci ha dato nella famiglia terrena di Cristo, la famiglia alla quale si è degnato di affidare il Suo unico figlio, un esempio, ci ha dato un insegnamento presciente e sempre valido sulle caratteristiche di una famiglia Cristiana, una famiglia che ama veramente. La famiglia che ha accolto Cristo, il Salvatore, ha dovuto soffrire. Simeone lo anticipa e Maria, madre della Chiesa lo mostra in sé, essendo tra le poche persone che rimasero con Cristo fino ad assistere alla Sua stessa crocifissione.
Ma se Cristo, il Salvatore, venisse nella nostra epoca, e un profeta come Simeone dicesse ad una mamma «tu dovrai soffrire per questo figlio», in che modo sarebbe ricevuto? Sarebbe accolto, amato, voluto? È difficile dirlo.
È uscito recentemente in America un libro scritto da una professoressa laureata ad Harvard, un’università molto importante e nota per il suo alto livello di serietà nella formazione. La professoressa è un medico e lei, come mestiere, opera aborti. E non solo. Insegna ai giovani studenti come farlo a loro volta, con quali tecniche, procedure, metodi. Nel suo libro recentemente pubblicato, lei descrive il momento traumatico in cui, lei stessa incinta da 6 mesi, ha dovuto far abortire una signora incinta anch’essa proprio da 6 mesi.
La dottoressa ci spiega come operarare un aborto di un bambino di quell’età non sia semplice. Prima si deve svuotare il grembo dal liquido amniotico per uccidere il bambino, privandolo dell’ossigeno necessario per vivere. Dopo di che, si deve smembrare il bambino, tenendo da parte tutte le parti del suo corpo per assicurarsi che nessuna rimanga nel corpo della donna, in quanto queste potrebbero in seguito causarle infezioni.
Ad un certo punto momento durante l’intervento per l’aborto del bambino di questa donna, la dottoressa ci racconta, lei sente improvvisamente nel suo grembo una pedata dal suo bambino e lei, senza volerlo, comincia a piangere. Non sa perché sta piangendo ma continua comunque l’operazione, portando a termine il suo compito. Riflettendo in seguito sul fatto del pianto e della pedata del suo bimbo, conclude che si sia trattato di un riflesso di natura organica, biologica, che poco abbia a che fare con un senso di colpa o di paura. Continua spiegandoci che anche se si sentiva male, nel togliere quel bambino dal grembo di sua madre era più importante che questa, che voleva l’aborto, non soffrisse la gravidanza, che avrebbe portato tristezza per il bambino.
Potrebbe sembrare un caso estremo, e si potrebbe dire che ha poco a che vedere con la sofferenza portato da Maria. Papa Francesco però in un discorso rivolto ai medici italiani diceva, “Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo.”
Se studiamo l’aborto bene, c’è molto che possiamo imparare per capire meglio il vangelo. Le donne che decidono di abortire un figlio raramente (diversamente della dottoressa di cui abbiamo parlato) pensano che l’aborto non sia un atto grave, o che non sia un peccato. Le ricerche degli ultimi anni ci dicono invece che le madri in gravidanze non volute, considerano solo queste 3 possibilità, che ritengono tutte negative: 1) far nascere il bambino in una circostanza di vergogna, che porterà sofferenza sia a lui che alla mamma 2) farlo nascere e poi darlo in adozione, che significa abbondonarlo e di nuovo far soffrire sia lui sia la madre 3) o fare l’aborto. Tra le tre possibilità negative, la terza sembra a molte donne la meno terribile, sembra che sia quella che porti meno sofferenza. Non che sia buona, ma sembra la meno cattiva. In particolare si vede che la seconda opzione, dare il bambino in adozione sembra spesso peggiore della terza, perché significherebbe un vero abbondono di un bambino nato e reale, e la sofferenza di tutti. Mentre abortendo questa sofferenza sarà minore.
La logica naturalmente è sbagliata ma ci fa capire quanto potente e diffuso sia il desiderio di evitare la sofferenza, ci fa capire il vero problema dell’aborto e del peccato in generale. Non è che non ci si renda conto di ciò che si sta facendo, ma si pensa (come in effetti è capitato a tutti noi) che è meglio evitare, per quanto possibile, la sofferenza. Simeone non permette a Maria di ingannarsi in questo modo. Cristo dovrà soffrire, e di conseguenza, Sua Madre deve soffrire. Ed è tramite questa sofferenza che verrà salvato il mondo, che avverrà la liberazione di Israele.
Un caso estremo come l’aborto (anche se, non dimentichiamolo, ogni giorno in italia 300 bambini sono abortiti) ci aiuta a capire la motivazione per il peccato in generale. Quale peccato infatti non è motivato in qualche maniera da un desiderio di evitare una sofferenza? Per la gola la fame, per l’invidia la povertà, per la superbia la solitudine, per la lussuria la mancanza di piacere corporale, per l’ira il non volere cedere ad un’altra volontà, e così via. Il vangelo odierno però e tutta la vita di Maria e di Cristo, ci mostrano che è solo tramite questa sofferenza che riusciamo ad andare oltre noi stessi, ad uscire dal mondo terreno e ad entrare nel mondo spirituale di Cristo. Se la spada non tocca una famiglia, una comunità, una parrocchia, come potrà sperimentare la Redenzione offerta da Cristo, come potrà conoscere Cristo?
Una famosa autrice giovane prega, “O Signore dammi la forza di sopportare il dolore così che possa ricevere la grazia.” Noi cristiani dobbiamo svegliarci dal silenzio della notte, come dice l’Introito della Messa odierna, e capire che il Verbo si è fatto carne, e la sua carne, il Suo corpo ha dovuto, ha voluto soffrire per noi. Non cadiamo in ciò che il papa ha chiamato la “cultura dello scarto”. Dietro ad ogni sofferenza c’è un opportunità. Chiediamo la grazia di riconoscerla. Perché a quanti, però Lo hanno ricevuto, diede il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12).