Pubblichiamo un ampio stralcio dell’omelia tenuta dal Card. Caffarra in occasione delle festa di S.Petronio, patrono della città di Bologna (4-10-2013)
Cari amici, questa interpretazione della nostra storia quotidiana come costruzione di un’unità fra gli uomini che è il “corpo di Cristo”, e come disgregazione sociale causata dall’esaltazione di se stesso sopra gli altri, ci aiuta a comprendere la condizione culturale, spirituale, della nostra città? Vorrei ora offrirvi alcune riflessioni al riguardo.
Non c’è dubbio che la nostra città ha conosciuto per molti anni dopo la seconda guerra mondiale, una forma, un modo di convivere ispirato da una precisa ideologia politica. Essa ha assicurato una città in se stessa compaginata. Non dico altro: non devo addentrarmi in analisi che non mi competono come Vescovo, ancor meno durante un’omelia liturgica.
Questo modello di convivenza è gradualmente imploso, lasciando la nostra città incamminata sulla via di una progressiva disgregazione, di un progressivo disinteresse per il bene comune, di una caduta culturale del confronto politico. Il segno di tutto questo, il segno più inequivocabile è visibile: la nostra è diventata una città sporca, dai muri inguardabili.
Perché c’è stata quella graduale implosione? Perché quel sistema, quel modello includeva una grande menzogna sull’uomo. Non dico sull’uomo considerato astrattamente. Una grande menzogna sull’uomo concreto, sull’uomo reale non astratto, al quale non è risparmiato il dramma della libertà. Sull’uomo che lavora; sull’uomo che desidera educare liberamente i suoi figli; sull’uomo che ogni mattino saluto, aprendo le finestre della mia camera, perché dorme nella piazza sottostante.
Ora il vero rischio della nostra città – come della cultura occidentale – è di rassegnarsi a vivere dentro una cultura incapace di dare un assetto sensato al nostro convivere, che non sia la mera esaltazione della libertà individuale. Una cultura che intende dispensare l’uomo dalla ricerca di un senso della vita. La rassegnazione, la de-moralizzazione, l’avvilimento del cuore che ne derivano, possono essere fatali, perché ci portano a pensare che ciascuno di noi è impotente di fronte ai grandi poteri e meccanismi economici e finanziari.
3. Quali sono le dimensioni fondamentali della verità circa l’uomo concreto, quella verità che preme dal fondo della nostra coscienza individuale e che sola può fare risorgere la nostra città? Sono soprattutto quattro. Le richiamo telegraficamente.
– La persona umana è persona-uomo e persona-donna. Il matrimonio e la famiglia si radicano in questo mistero della nostra umanità. Voler ignorare questa semplice verità circa l’uomo concreto, neutralizzando dal punto di vista etico femminilità e mascolinità; negando il significato morale proprio del corpo e dei comportamenti che ad esso si riferiscono, significa correre il rischio di scardinare millenni di civiltà. Si corre il rischio di far scomparire le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio. La realtà psico-fisica della femminilità e della mascolinità non è né muta né ottusa: ha un suo proprio linguaggio e una sua propria intelligibilità.
– La “catena generazionale” mediante la quale ogni generazione trasmette all’altra semplicemente la propria umanità. Voi sapete che questa trasmissione si chiama «educazione della persona». Quale progetto di vita stiamo trasmettendo alle generazioni che seguono alla nostra: ai bambini, ai giovani? Vigiliamo, noi adulti, perché non si interrompa la catena; perché non accada di lasciare figli spiritualmente senza padre/madre. L’afasia educativa dei genitori causa l’afasia spirituale dei figli. Un grande impegno educativo da parte della Chiesa e della società civile è improrogabile.
– La terza dimensione della verità circa l’uomo è il lavoro. Cari amici, ancora una volta lancio il mio grido. E’ giusto che sia fatto ogni sforzo perché chi ha lavoro, non lo perda. Ma è sommamente ingiusto che i giovani non trovino accesso al mondo del lavoro. Stiamo correndo, a causa di questo, un grave rischio: farli sentire “superflui” e come “sovrannumerari”, una generazione di cui la società, alla fine, non sa che farsene. E così commettiamo nei loro confronti il peggiore dei furti: li derubiamo della speranza. E che questo furto sia già stato perpetrato lo dimostra il fatto dei circa due milioni di giovani nella nostra Nazione che non fanno niente: non vanno a scuola e non cercano lavoro. Ciascuno di loro forse è stato condotto a dire: «Son riuscito a far svanire nel mio cuore ogni umana speranza» [A. Rimbaud].
– L’ultima – ma non d’importanza – dimensione dell’uomo concreto è il rapporto di cittadinanza: l’essere con l’altro nella stessa città. Abitare non solo materialmente nella nostra città, dipende dalla responsabile partecipazione di ciascuno alla sua vita. La crisi della nostra città è spirituale, e spirituale potrà essere solamente la sua ripresa.
4. Cari fratelli e sorelle, quale è la forza che in ogni momento può rinnovare la nostra città? E’ stato scritto giustamente che «le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono felice l’uomo» [cit. da V. Havel,Il potere dei senza potere, Itaca ed., Castel Bolognese 2013, pag. 25]. Il più grande potenziale del cambiamento è in noi.
«Le risorse esistenziali e morali dell’io, se ridestate liberano un potenziale di cambiamento, i cui esiti sono imprevedibili sul piano sociale» [ibid.]. La nostra città è quindi affidata a ciascuno di noi.
Esistono nella tradizione due iconografie di S. Petronio. L’una lo raffigura mentre tiene sul braccio vicino al cuore la nostra città:pater civitatis. L’altra lo raffigura nel gesto di dare cibo ai poveri: pater pauperum.
Pater civitatis – pater pauperum. E’ questo legame, il legame della civitas ai bisogni dell’uomo concreto che fa risorgere Bologna. Perché essa diventi sempre più la città dove regna la luce della Verità circa l’uomo, circa l’uomo concreto; dove questa luce diventa in ciascun cittadino energia costruttrice della nostra convivenza. Così sia.
