“Io, cryokid, in cerca dello sconosciuto che mi ha generato”

Un articolo per riflettere. E che si può porre in relazione alla problematica dell’utero in affitto.

di Elena Tebano

Lindsay ha scherzato spesso sul fatto di voler fare il test del Dna a tutti i suoi potenziali ragazzi, ma quando gli amici le hanno detto che assomiglia al suo fidanzato è andata davvero nel panico: il retropensiero di potersi innamorare senza saperlo di suo fratello non l’abbandona mai. Newyorchese, 28 anni, Lindsay è stata concepita nel 1984 grazie a un donatore di sperma anonimo ed è cresciuta senza conoscere le sue origini paterne. Fa parte della prima generazione di «cryokids», nati grazie all’inseminazione artificiale, che ha preso apertamente posizione contro le donazioni anonime, la norma negli anni ’80 e ’90, quando questa forma di fecondazione assistita si è diffusa negli Stati Uniti.
In Italia la legge 40 vieta l’uso di gameti – ovuli o sperma – estranei ai genitori (la cosiddetta «eterologa»). Ma solo nel 2012, secondo i dati dell’Osservatorio sul Turismo Procreativo, sono state almeno duemila le coppie italiane che hanno usato questa tecnica all’estero, e anche nel nostro Paese sono sempre di più i bambini che devono parte del loro patrimonio genetico a donatori sconosciuti. Nel 2011 il Comitato Nazionale di Bioetica è intervenuto in proposito, raccomandando di dire ai bimbi nati grazie all’eterologa la verità sul loro concepimento, ma di non svelare l’identità dei donatori.
Su quest’ultimo punto gli esperti si sono divisi, ma il Comitato ha finito per raccomandare l’anonimato, convinto che «una qualche relazione dei nati con i donatori si tradurrebbe in un complesso di rischi con ricadute su diverse persone» e che porterebbe all’«alterazione dell’equilibrio esistenziale della famiglia di origine» e a «ricadute traumatiche sugli equilibri psicologici del donatore “ritrovato” e sulle sue dinamiche familiari».

La ricerca di Lindsay e Kathleen

Trent’anni fa, in America, Lindsay è stata cresciuta in linea con gli assunti raccomandati anche dal Comitato italiano. «Non mi ricordo che mi abbiano detto come sono nata, ma lo sapevo. E conoscevo il termine inseminazione artificiale», racconta. Sul donatore, però, non aveva nessuna informazione. Lindsay è nata da una madre single, che all’epoca aveva 30 anni e voleva un bambino anche senza un compagno al suo fianco. Quando Lindsay ne aveva 4, la madre si è sposata con un uomo da cui ha avuto altre due figlie e che, sei anni dopo, ha adottato Lindsay. «Mi ha sempre considerata sua figlia, ma per me c’è una differenza tra “papà” e “padre”: il padre è solo quello biologico. Oltretutto dopo il matrimonio la mia origine è diventata un tabù: mi ha fatto sentire come se avessi qualcosa da nascondere, di cui vergognarmi», spiega Lindsay.
Kathleen LaBounty, 31enne di Houston, in Texas, ha una storia simile. «L’ho saputo a 8 anni. Per settimane mia madre mi ha detto: “c’è qualcosa che ti rende speciale”. Alla fine –dice – mi ha raccontato che era andata in un clinica, dove un uomo molto gentile le aveva dato il suo sperma. E che mio papà non aveva legami biologici con me, ma che dovevo considerarlo mio papà lo stesso». La prima reazione di Kathleen è stata di scendere in soggiorno da suo padre. «Giocava ai videogame: lo ho abbracciato e gli ho detto quanto lo amavo. Lui non aveva idea che mia madre mi avrebbe spiegato come ero nata, non sapeva perché lo stavo abbracciando. Gli sono molto grata: mi ha sempre trattata come una sua figlia biologica; ora che ho conosciuto un sacco di persone concepite come me, so che non tutti lo fanno. Da allora ho ancora più amore e rispetto per lui».
Anche per Kathleen, come per Lindsay, però, era importante conoscere le sue origini. Entrambe hanno iniziato a cercarle quando erano all’università ed entrambe si sono rivolte «al sito di Wendy».

Un sito per ritrovare i propri «legami genetici»

Wendy Kramer ha fondato insieme al figlio Ryan il Donor Sibling Registry, un’organizzazione senza fini di lucro che aiuta chi è nato da gameti donati a trovare le persone «con cui ha legami genetici». L’impegno di Wendy è dovuto al suo amore per Ryan, avuto nel 1991: «Ero sposata, ma mio marito non poteva avere figli e ci siamo rivolti alla banca del seme», racconta. Il matrimonio è durato poco: «Il mio ex ci è rimasto vicino ma non gli ha mai fatto da padre. A due anni Ryan mi ha chiesto se suo papà era morto e gli ho spiegato come era stato concepito. A sei anni mi ha detto che voleva trovare suo padre biologico. Nessuno mi aveva preparata a questa domanda». Wendy ha deciso allora di fondare il Donor Sibling Registry, un sito-database che raccoglie i dati genetici dei donatori e di coloro che li cercano: «Dovevo fare qualcosa: l’industria della fecondazione assistita e i dottori di certo non ci aiutavano».
Ryan – che è stato un ragazzino prodigio e si è laureato in ingegneria aerospaziale a 18 anni – è riuscito a scoprire chi era il suo donatore quando ne aveva 15, grazie al test del Dna. Ha comprato un kit da pochi dollari, ha fatto analizzare il suo codice genetico e in particolare il suo cromosoma Y (che viene passato quasi inalterato di padre in figlio) e lo ha spedito a uno dei siti usati dagli appassionati per ricostruire gli alberi genealogici. Dopo nove mesi lo hanno contattato due uomini il cui cromosoma Y era quasi identico al suo. I due avevano una variante dello stesso cognome e Ryan lo ha incrociato con i dati del donatore forniti dalla clinica in cui la madre aveva fatto l’inseminazione: data, luogo di nascita e titolo di studio. Grazie a un altro servizio online ha cercato i nominativi di tutti gli uomini nati quel giorno in quella città e ne ha trovato uno che aveva il cognome giusto. Si è procurato il suo indirizzo email sul web e lo ha contattato.
Non è un passo scontato: Lindsay per esempio non lo ha ancora fatto, nonostante abbia capito chi è il suo donatore dopo anni di ricerche estenuanti: «È sempre stata una cosa molto problematica nella relazione con mia madre: né lei né mio padre adottivo sanno che l’ho trovato. Temo che reagirebbero molto male: sto aspettando per senso di protezione nei loro confronti. E poi non so neanche come la prenderebbe il donatore: ho paura di essere rifiutata», ammette. In effetti è un terno al lotto. Eppure spesso anche i donatori hanno voglia di costruire un rapporto con i bambini che hanno aiutato a nascere.
Kathleen ha scritto a circa 600 uomini, trovati sugli annuari dell’università in cui ha studiato il suo donatore, una delle poche informazioni a sua disposizione (la sua clinica sosteneva la linea della riservatezza assoluta e per rendere lo sperma ancore più anonimo, lo mescolava). Hanno risposto in circa 250, di cui 40 erano donatori. Kathleen ha fatto 18 test del Dna, ma nessuno ha dato esito positivo: «Anche gli uomini che mi hanno risposto erano delusi di non essere i miei padri: “Sarebbe stato un regalo di Natale così bello”, mi ha detto uno di loro. Siamo diventati amici, mi chiamano la loro pseudo-figlia collettiva. E anch’io la vedo così», dice. Oggi Kathleen si è fatta un ragione che potrebbe non trovare mai il suo donatore: «Suppongo che a questo punto il mio padre biologico possa sapere che esisto e non se ne curi. Questa possibilità non mi rende triste, perché la mia vita è completa , anche se comunque vorrei sapere il suo nome, vedere la sua foto, avere le sue informazioni mediche».

Il donatore italiano con 12 figli

Tra i donatori che desiderano conoscere la loro progenie c’è anche Michele Rossitto, 49 anni. Italiano, bell’uomo, ingegnere elettronico, ha deciso di dare il seme nel 2001, quando lavorava a Palo Alto, in California. «Le mie motivazioni erano egoistiche: ero single e temevo che per il mio stile di vita – sempre in viaggio – non avrei trovato la persona giusta. Ma volevo dei bambini e mi piaceva l’idea che avrei avuto una famiglia in senso lato: figli biologici senza tutte le responsabilità. In America per di più la donazione era ben vista, come una funzione sociale», racconta. Michele ha firmato un contratto: dovevano essere i ragazzi a cercarlo, quando avrebbero avuto l’età giusta (cioè dopo i 16 anni). Michele però ha deciso di usare subito il Donor Sibling Registry e ha inserito il suo codice identificativo nel database. Così ha scoperto che c’erano almeno una decina di bambini, tutti tra i 7 e i 10 anni, nati grazie al suo seme e disponibili a contattarlo. Hanno iniziato a scambiarsi foto e poi nel 2011 ha deciso di andare a Sacramento, in California, per incontrare uno di loro, Jack: «Mi hanno invitato le sue mamme, una coppia di donne meravigliose: mi hanno ringraziato per aver donato loro un figlio. Anche per me è stato bello: a Jack piace giocare a pallone, ci ho rivisto la mia passione che non ho potuto seguire. Io considero questi bimbi come dei figli, anche se non ho obblighi legali nei loro confronti, e spero che un giorno mi vengano a trovare. Mi farebbe piacere se mi considerassero un amico speciale», dice Michele, che nel frattempo vive in Germania e ha avuto due figlie da un’italiana che ha sposato e da cui si è separato (le bimbe sono ancora piccole e non sanno dei fratellastri).

Una figura ancora senza nome

Di certo l’incontro con il donatore è sempre un momento delicato, per il quale ci sono poche istruzioni per l’uso. Non tutte le persone nate con l’eterologa lo desiderano: la sorellastra di Lindsay (trovata attraverso le sue ricerche online), non vuol sapere chi è il loro padre e le ha chiesto di non dirglielo. Per Ryan Kramer, invece, trovarlo è stato fondamentale. È stato fortunato e oggi ha una buona relazione con il suo donatore, e un rapporto ancora migliore con i genitori di lui, per cui è l’unico nipote.

«Gli ha cambiato la vita – spiega sua madre Wendy –. Per anni si guardava allo specchio e riconosceva la parte del suo viso che veniva dalla mia famiglia. Ma ce n’era un’altra che per lui era invisibile. Ora finalmente può riconoscere anche quella». Per Wendy vedere il donatore per la prima volta è stato «stranissimo»: «Assomiglia a mio figlio – spiega –. Ho fatto la madre single per 15 anni e poi all’improvviso ho incontrato questo estraneo che ha la stessa parentela con mio figlio che ho io». La sua esperienza, però, l’ha convinta che sia sbagliato permettere le donazioni anonime, e che «il diritto alla riservatezza di un donatore non deve calpestare il diritto di un bambino a sapere da dove viene». Molti ritengono che senza anonimato le donazioni crollerebbero, ma l’atteggiamento nei confronti della questione sta cambiando. Mentre alcuni Paesi, come la Spagna, insistono sulla riservatezza e altri lasciano fare alla singole cliniche (come gli Usa), l’Olanda oggi impone ai donatori di rendere la loro identità accessibile, anche se con alcune garanzie (possono essere contattati dalla progenie solo dopo i 16 anni).

Al di là delle diverse leggi e regolamentazioni, il fatto che alcuni bambini nascano consapevolmente grazie al patrimonio genetico di persone che non sono i loro genitori è di per sé una sfida alla concezione tradizionale della famiglia, al significato che diamo ai legami biologici e ai termini padre o madre. Quando Wendy Kramer pensa al legame del figlio Ryan con il suo donatore lo spiega così: «Per lui non è un padre, né uno zio, né un amico. Ma non è neppure un estraneo… È un po’ di tutto questo. Non c’è una parola per il loro rapporto». La battaglia di Ryan, Lindsay e Kathleen per far sì che i donatori da cui sono nati abbiano un nome trova un’eco inaspettata nel bisogno collettivo di dare un nome a un relazione che fino a pochi decenni fa non esisteva.

Fonte: 27esimaora.corriere.it

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