Evangelizzare per mezzo delle fiabe

di p. Angelomaria Lozzer

Oggi si confinano le fiabe al mondo del ridicolo e dell’inutile, quali frutto di una fantasia che il modo comune di vedere definisce come l’arte del sognare. Si tratta di un errore grossolano! Il sognare difatti è frutto dell’inconscio e dell’irrazionale, una sorta di minestrone caotico in cui si assemblano i pezzi senza logica ne senso, ma non così nelle storie fantastiche, dove invece, per mezzo della fantasia, l’uomo crea mondi e cose che lo rendono, per usare un’espressione di Tolkien, un sub-creatore.
Ben lungi quindi dall’essere irrazionale, l’arte letterale di creare mondi ed esseri governati da proprie leggi, secondo una propria struttura è al contrario frutto della razionalità e dell’essere spirituale proprio dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Tanto più che tale sub-creazione non solo non dev’essere irrazionale, ma deve avere anche in sé la forza della credibilità se non vuole annoiare e stare così davvero al gioco. Non nel senso che deve raccontare mondi, cose o fatti realmente esistiti, esistenti o probabili e possibili in questo universo, ma nel senso che non deve essere contraddittoria la possibilità ipotetica di venire alla luce se il Creatore la ponesse in atto. Per fare ciò l’artista deve basarsi sull’oggettività del reale, sui quei valori, quali il bene e il male, il giusto e l’ingiusto che, per la stessa legge di non contraddizione, rimarrebbero tali anche se nessun mondo fosse posto in essere, in quanto hanno la loro radice in Dio, l’unico davvero necessario e immutabile, e quindi non contingente. Ed è proprio questo che le avvicina alla nostra vita gettando nel quotidiano uno spiraglio di luce ricco di verità e sapienza.
Per questo le fiabe sono sempre state, attraverso la forza persuasiva delle immagini, un veicolo potente e affascinante per far riflettere e per formare le coscienze degli uomini specie in ordine ai vizi e alle virtù, alla pena e alla gloria. Nessun buon maestro le avrebbe mai cestinate o considerate inutili, quanto piuttosto elogiate e citate a modo ogni volta che se ne sarebbe presentata l’occasione.
Io penso – scriveva Tolkien – che le storie fantastiche abbiano un modo di rispecchiare la verità, diverso dall’allegoria, o dalla satira (quand’è elevata), o dal «realismo», e per alcuni versi più potente” (J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza, Lettera 181). E se oggi le fiabe sono state accantonate è proprio perché non si vuole pensare e riflettere intorno ai valori perenni della moralità e della verità. Così, contrariamente a quanto avveniva in passato, le fiabe sono state confinate al mondo dei bambini, subendo un processo d’impoverimento di contenuti e di linguaggio, fino a renderle inutili e spesso ridicole. D’altra parte, se si pone un oggetto prezioso nella stanza da gioco dei bambini, inevitabilmente lo si vedrà in breve guastato e forse anche distrutto. Ciò non significa che le favole non appartengano anche ai bambini, perché anch’essi sono uomini, quanto piuttosto che non sono loro i primi destinatari e depositari. E questo perché spesso i bambini da soli non sono in grado di cogliervi i significati e gli insegnamenti in esse contenuti. Anzi capita a volte che i bambini chiedano confusi persino la natura del personaggio: “Ma è buono o cattivo?” Per questo hanno bisogno di essere introdotti per grado anche alle fiabe, come si fa a scuola per le altre materie, affinché guidati dai grandi diventino abili a cercare e a trovare i significati e i valori che tali storie portano con sé (Cfr. Tolkien, Sulle fiabe).

Le fiabe, quindi, dovrebbero essere considerate come opere artistiche utili e importanti per trasmettere al pari dell’arte pittorica o musicale le verità essenziali in cui crediamo, tenendo per contro il pericolo che possono anche essere utilizzate per il male, come è avvenuto e avviene per la musica, per la scultura, per la pittura e tutte le altre arti umane. Difatti, i contenuti delle narrazioni fiabesche sono spesso “caotici, sovente malconci, un guazzabuglio di elementi, scopi e gusti disparati; ma tra essi a volte capita di trovare qualcosa di veramente valido: un’antica opera d’arte non troppo danneggiata, che solo la stupidità poteva accantonare” (Tolkien, Sulle fiabe). Ecco perché il mondo cattolico dovrebbe riscoprire l’importanza di quest’arte per conquistarla a Cristo e a Maria. I miti e le fiabe in tal modo possono diventare, attraverso la via della bellezza, una scala che conduce alla Verità, o come dice Tolkien “un lontano barlume o un’eco dell’evangelium nel mondo reale” (Tolkien, Sulle fiabe). Da esse si può così imparare ad elevarsi alle cose più grandi e ad acquistare quell’intuito contemplativo che sa trarre dalle cose più piccole ammaestramento e forza, acquistando quella capacità meditativa che è all’origine della sapienza. Infatti lo stesso mondo reale altro non è che il frutto della fantasia del Creatore, fantasia ordinata e perfetta, infinita, dove tutto, anche la cosa più piccola ha il suo scopo e il suo senso e quindi anche il suo significato e insegnamento.  

Alla luce di quanto detto, tutta l’opera di Tolkien, dal Simmarilion fino al Signore degli Anelli, può essere giudicata davvero un capolavoro, una vera sub-creazione, una bella fiaba cattolica.
La storia alquanto intrecciata e complessa de “Il Signore degli Anelli” abbraccia i più svariati temi, quali l’umiltà, la santità, la tentazione, il male. Tuttavia la cosa più straordinaria e peculiare è quella di portare pian piano il lettore a un’idea cattolica di eroe che lo avvicina ai Santi, e ancor più a Cristo e a Maria. Infatti, accostandosi alla trilogia di Tolkien, si ha quasi l’impressione – permettetemi il paragone – di trovarsi dinanzi a figure e simboli molto simili a quelli dell’Antico Testamento, dove tutto porta mirabilmente al suo culmine, ossia alla venuta di Cristo vertice di tutta la storia e di tutto il creato. Difatti, tra i patriarchi e i profeti, e altri personaggi che si snodano nelle pagine del Vecchio Testamento, troviamo figure, che pur conservando una loro entità storica, fungono però nel piano provvidenziale di Dio anche da annunciatori e araldi di Cristo e di sua Madre; e questo non solo per mezzo di oracoli, ma anche attraverso la loro stessa vita, divenendone così figure e immagini profetiche. Paragonati alla realtà di Cristo e Maria rimangono come ombre, che di certo non esauriscono, né strettamente parlando arricchiscono ciò che annunciano, ma che gli conferiscono una freschezza e bellezza nuova se confrontati con essa. Se si guarda per esempio alla figura di Abramo che offre il suo figlio Isacco, si è subito portati alla figura di Maria ai piedi della Croce mentre offre il Figlio. Tale offerta sacrificale del Figlio da parte della Madre in obbedienza alla volontà del Padre, posta accanto al quadro veterotestamentario, sembra trarne da quest’ultimo come una luce nuova, un sapore e un “incantesimo” nuovo.
Così, nel libro di Tolkien si ha quasi l’impressione di trovarsi dinanzi a qualcosa di simile, solo che accade su un piano fantastico, che non significa di certo irrazionale. Evidentemente nella mente creatrice di Tolkien avviene una sorta di processo inverso rispetto a quello biblico, nel senso che la figura trae origine dalla realtà. E questo perché il concetto di eroe, di verità e di bellezza non hanno in Tolkien altra radice che in Gesù e Maria, sebbene tutto questo forse sia avvenuto, al dire dell’autore, a volte inconsciamente (o per ispirazione). Così infatti scrive al sacerdote p. Robert Murray: “Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la «religione», oppure culti o pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo […] Dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so” (J.R.R. Tolkien, Lettera 142).
Tra le figure che potremmo, nel senso sopra espresso,  definire “profetiche”, troviamo Gandalf. Si tratta di una creatura appartenente ai Maia, quelli che noi chiameremmo Angeli. Spirituale per  sua natura, assume un corpo per poter interagire con il mondo in cui è inviato, ossia alla Terra di Mezzo. Il suo compito è quello di aiutare i popoli liberi contro l’ombra di Sauron (il Diavolo), consigliando, correggendo, guidando, proteggendo e combattendo al fianco dei popoli, ma senza forzare la storia. I suoi interventi di forza “magica”[1] sono legati soltanto a episodi in cui le forze umane sarebbero impari e incapaci di uscirne vittoriose. Nonostante la sua forza e natura, Gandalf  passa dinanzi al mondo nella più profonda umiltà, difatti non si mostra per quello che è realmente e anzi spesso sopporta il fatto che venga additato ingiustamente come profeta di sventura. Nonostante l’ingratitudine prosegue nella sua opera: cerca le pecorelle smarrite o soggiogate dal male, come avviene alla corte del re Theoden e ad Isengard; lavora e soffre per la sopravvivenza del mondo e quando sarà necessario non rifiuterà di dare anche la vita. Frodo dirà: “ci ha salvati sacrificandosi”. Ma al pari di Cristo la morte non è che un passaggio, sebbene doloroso, per un ritorno ancora più glorioso, e le parole che lo descrivono sembrano quasi un eco delle apparizioni del Risorto ai primi discepoli: “La sua capigliatura al sole era candida come neve, e la sua veste bianca e splendete; gli occhi sotto le folte sopraciglia erano luminosi, penetranti come raggi di sole; in mano aveva lo strumento del potere. Paralizzati dalla meraviglia, dalla gioia e dal timore, rimasero senza parole”.

Un’altra figura “profetica” è quella di Aragon, il Re senza corona e regno che è costretto a errare ramingo a causa delle colpe dei padri, fino al crollo del Regno di Sauron. La sua mano è una mano guaritrice e sanante. Anch’egli viaggia umile, pur essendo di dinastia regale. È l’unico che può attraversare la via dei morti incolume e ridonare ad essi la pace.
La figura però più interessante sotto questo profilo “profetico” rimane Frodo, l’eroe di tutta la vicenda. Umile per natura, perché appartenente al popolo meno quotato di tutti, ossia degli Hobbit, non possiede altra forza e potere che quello della propria volontà. La sua missione è quella di portare il fardello di tutto il mondo, l’Anello di Sauron, l’anello del male che diventa sempre più pesante mano a mano che si avvicina alla sua disfatta, nella terra di Mordor, terra di morte per gettarlo nel monte Fato. Lungo il cammino viene sputacchiato da Gollum. Tradito dal medesimo, dopo esser stato da lui più volte beneficato e poi catturato e spogliato delle vesti, viene infine liberato dall’amico fedele Sam. Stremato nelle forze, più volte cade e lo stesso Sam, da buon Cireneo, è costretto a portarlo sulle spalle. Dalle sue labbra esce il lamento: “ho sete”. Attorno a lui tutto è buio, sia dentro che fuori, e anche il ricordo dei prati verdi e delle sorgenti fresche della lontana Contea è ormai obliato. Ma il 25 marzo, data in cui nell’antichità si ricordava la morte di Cristo e la sua vittoria sul peccato, l’anello portato da Frodo cade nel monte Fato ed ha fine così il regno dell’Ombra. Le sue vesti ormai logore diventano il suo vessillo e la sua insegne, come le stigmate per Cristo.

Tra le figure “profetiche” femminili di Maria SS. abbiamo Arwen, la principessa degli elfi, che diventa infine  la Regina accanto al Re. Essa è descritta come avvolta di una bellezza unica, per niente sensuale, una bellezza che incanta ed eleva, miscuglio di giovinezza e vecchiaia (intesa come sapienza), e la cui vita è legata a quella di Aragon. 
Anche la regina elfica Galadriel[2], appare tra di esse. Nobile e sapiente, materna e vigile, la cui presenza ammalia, ottiene a ciascuno dei viandanti pellegrini le grazie necessarie al raggiungimento della loro personale chiamata o missione.

Infine abbiamo la figura di Eowyn, nobile figlia di Re, che è colei che tronca la testa al Re dei Nazgul, lo spettro del male, ponendo fine alla sua malvagità, secondo quanto era stato già da tempo profetizzato. Un’immagine che sembra richiamare e rinviare a un’altra donna, non fantastica ma reale, profetizzata in Gn 3, 15, che schiaccia la testa al serpente antico.
Da queste figure eroiche appare ormai chiaro lo sfondo cristiano dell’opera. Sarebbe tuttavia erroneo pensare al libro come ad un’allegoria sic et simpliciter della nostra fede. Ci troviamo piuttosto davanti ad una anagogia, ossia ad una storia divertente e favolosa, ma che però sovente rimanda a qualcos’altro, anzi che pare spingere il lettore costantemente a qualcosa di più alto.
Se guardassimo per esempio alla festa di compleanno di Bilbo, l’ambiente descritto sembrerebbe rimandarci a immagini bibliche, per il fatto che il banchetto di compleanno avviene di giovedì (giorno dell’Eucaristia e del Banchetto eterno) e che vi partecipano guarda a caso 144 persone provenienti da ogni parte della Contea (simbolo dei convitati al banchetto eterno secondo la visione dell’Apocalisse). Sarebbe però completamente fuorviante, per non dire addirittura aberrante, pensare che il compleanno di Bilbo fosse da interpretarsi come un’analogia o descrizione simbolica del Paradiso o del Banchetto eterno. Potremmo semmai interpretarlo, se proprio vogliamo, come un’allusione al fatto che ogni storia davvero bella e autentica su questa terra non può che partire dall’Eucaristia, secondo quanto Tolkien stesso scriveva al figlio, primo destinatario del libro: “ti propongo l’unica grande cosa da amare sulla terra: i Santi Sacramenti […] qui tu troverai avventura, gloria, onore, fedeltà e la vera strada per tutto il tuo amore su questa terra, e più di questo: la morte” (J.R.R. Tolkien, Lettera 43).

Cerchiamo ora di analizzare alcune tematiche che si riscontrano nel libro, e che possono essere un buon punto di partenza per riflettere su tante verità di ordine morale e spirituale.
Il libro si apre con la festa di compleanno di Bilbo. Al lettore attento colpirà di certo il fatto che nella Contea è il festeggiato a fare i regali, iniziando dai propri cari fino agli ultimi, in base alle proprie possibilità. Questo ci fa pensare che la vita è innanzitutto un dono e che richiede per questo riconoscenza. La data di nascita dovrebbe in effetti ricordarci che tutto abbiamo ricevuto e che quindi tutto dobbiamo dare. Si pensa spesso agli altri come in dovere verso di noi e non ci rendiamo conto dell’esatto contrario. E tale dovere ci obbliga specialmente verso i genitori, e dopo di essi in base alle proprie possibilità anche agli altri, perché l’amore è ordinato ed ha anch’esso una sua gerarchia. Ma al di sopra dei genitori c’è qualcuno di ancora più grande, al quale si deve la prima obbedienza e il primo amore, perché tutto da Lui si riceve. Bellissimo al riguardo è anche il minuto di silenzio compiuto dagli uomini di Faramir per fare il “ringraziamento” prima del pranzo.
In questa luce si comprende anche il dovere per Frodo di incamminarsi per quella missione che sapeva esser stata affidata a lui, anche se gli richiedeva di rinunciare alle comodità e anche alla stessa vita, se non fosse stato possibile evitarlo. Si tratta di una risposta a quello che Tolkien chiama il vero Protagonista del libro, anche se non compare mai in modo esplicito, ossia Dio. Per questo, pur sentendo il desiderio di una vita tranquilla e spensierata, al Consiglio di Elrond Frodo esclama: “lo porterò io, solo non conosco la strada”. Oggi si direbbe più facilmente il contrario: “dimmi la strada e poi vediamo se è il caso che lo porti io” e questo perché non si comprende né il dovere che si ha al di sopra di tutto nei confronti di Dio, né si ha più fiducia nella sua Provvidenza. Occorre invece seguire con prontezza la strada indicata, la propria chiamata, anche quando costa e senza ulteriori domande, se si conosce già la cosa come volontà di Dio. Ciò evidentemente non esclude l’umiltà di chi sa di aver bisogno di aiuto o non sa i mezzi con cui attuarla: “solo non conosco la strada”, che sembra un eco del “non conosco uomo” di Maria SS.
Ma tornando un attimo ancora a Bilbo, c’è un altro particolare interessante. Gandalf fa comprendere che ad ottenergli la vittoria contro la tentazione di tenersi l’anello, fu la grazia; quella grazia che a sua volta era stata meritata dall’atto di Pietà con cui aveva risparmiato la vita a Gollum anni addietro. Questo ci ricorda come le opere buone non sono mai inutili o sprecate ma ci ottengono grazie insperate e soprattutto la salvezza: “Stai pur certo che se è stato grandemente risparmiato dal male, riuscendo infine a scappare ed a trarsi in salvo, è proprio perché all’inizio del suo possesso dell’Anello vi era stato un atto di Pietà”.
Va anche sottolineato che Bilbo si era preparato a questa vittoria rafforzando la volontà nella rinuncia alle piccole cose. Difatti Bilbo dice a Gandalf: “Dopo tutto, questa storia della festa doveva servire proprio a questo scopo: fare un sacco di regali di compleanno per incoraggiarmi a dar via anche l’anello”.
L’aspetto della rinuncia è profondamente radicato in tutta la storia: “qualcuno deve rinunciare, perdere affinché altri possano conservarle”. Difatti la stessa missione di Frodo consiste non nel trovare o cercare un tesoro, ma nel gettarlo e distruggerlo. La sua missione terminerà con la perdita del dito, tagliatogli da Gollum, trovando così salvezza e libertà dall’anello. Non è altro che un’immagine di quella verità definita da Gesù: “è meglio entrare nel regno dei cieli monco che con tutte le membra finire nella geenna” (come di fatto finì Gollum). Anche Tom Bombadil dirà ai giovani hobbit che si lamentavano di aver perso i loro vestiti nell’incidente dei Tumuli: “Avete ritrovato voi stessi, sottratti alle acque profonde. I vestiti non sono che una piccola perdita, quando hai scampato il pericolo, e non sei annegato”. Quanta stoltezza perciò in quei cristiani che si lamentano con Dio per le perdite materiali, senza riconoscere che forse quella perdita serviva proprio a salvarli dalla morte eterna.

Un altro particolare interessante è l’effetto che produce l’anello in Bilbo e che poi sarà alla base dei sospetti di Gandalf, ossia il fatto che inizia a raccontare bugie per giustificarsi. Il male per quanto piccolo è sempre male e porta pian piano ad altri mali e peccati sempre più gravi, trascinando gradualmente fino all’abisso  (come si mostra nel libro attraverso le figure di Gollum e di Saruman). E non c’è peccato per quanto piccolo che non abbia i suoi influssi e che non lasci le sue conseguenze. L’anello, al pari del frutto proibito del paradiso terrestre, appare sovente buono e utile, o anche addirittura onesto, allettando e spegnendo con ragionamenti fasulli la coscienza che in principio sembrava opporvisi. Ma per quanto santo e retto, il fine non potrà mai giustificare l’uso di un mezzo cattivo, nemmeno quando si tratta di salvare la vita di un popolo: “noi non possiamo adoperarlo, e tutto ciò che viene fatto con esso diventa malvagio”. L’uso dell’anello poi, rende la volontà sempre più debole e sempre più inclinata al male, fino al punto da convertirsi in una vera e propria schiavitù, mentre al contrario il resistere all’anello la eleva e la rafforza. Per questo Gandalf dice a Frodo che Gollum ama e odia l’Anello: lo ama perché lo cerca e non può più farne a meno, ma lo odia perché ne assapora nello stesso tempo la schiavitù, con tutte le tristi conseguenze e rovine.
Tuttavia Gandalf spiega a Frodo: “Ho poca speranza che Gollum riesca ad essere curato ed a guarire prima di morire. Ma c’è una possibilità”. Infatti, la grazia del ritorno e della conversione non è negata a nessuno per quanto malvagio e cattivo. Questo Tolkien lo mette in evidenza, anche se poi nei fatti, tale possibilità viene ahimè rifiutata: “dobbiamo affrontare il dato di fatto che esistono persone che cedono alla tentazione, respingono le possibilità di salvarsi o redimersi” (J.R.R. Tolkien, Lettera 181). Questa situazione è ben delineata anche con la figura di Saruman, che dopo la possibilità di convertirsi offertagli ripetutamente da Gandalf, prima di venire ucciso, rivolgendosi al suo benefattore Frodo esclama pieno di odio: “Hai rubato la dolcezza della mia vendetta, ed ora devo partire con amarezza, debitore della tua misericordia. La odio come odio te!” In queste due battute è delineata la realtà dei dannati che rifiutano la misericordia di Dio, la quale diviene lo stesso tormento dell’anima.

Per Sauron e per i suoi servitori però il male è ormai così radicato che il ritorno non è più possibile, la loro situazione è paragonabile a quella degli angeli ribelli che un tempo creati buoni, divennero in seguito malvagi e confermati nella loro malvagità in modo irrevocabile. Il male è amato per sé stesso e il bene invidiato e odiato: “sarebbe di gran lunga più soddisfatto sapendo gli Hobbit schiavi e miserabili anziché liberi e felici. Esiste anche un sentimento misto di malvagità e di desiderio di vendetta”. La loro unione di forze non ha la sua ragione nell’amore, ma nel male. Formano tra loro una sorta di corpo mistico, dove l’obbedienza però è servile e piena d’odio e invidia: “Saresti diventato uno spettro al servizio dell’Oscuro Signore, ed egli ti avrebbe torturato per aver ardito di tenere il suo Anello; ma il tormento più terribile sarebbe stata la privazione dell’Anello, ed il vederlo al suo dito”.

La vita è quindi il tempo della scelta, verso quel bene o quel male che non cambia mai nella sua identità: “il bene e il male sono rimasti immutati da sempre, e il loro significato è il medesimo per gli elfi, per i nani e per gli uomini. Tocca a ognuno di noi discernerli, tanto nel Bosco d’Oro quanto nella propria dimora”. “Avrei tanto desiderato che ciò non fosse accaduto ai miei giorni!”, esclamò Frodo. “Anch’io”, annuì Gandalf, “come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato… Dovremmo lottare con accanimento. Avremmo dovuto farlo anche senza questo terribile evento”. Occorre quindi lottare con tutte le forze verso quel male che ci circonda da ogni parte: “il pericolo è davanti a te e dietro di te – dice Gildor – e su ambedue i lati”. E la cui espressione più terribile non riguarda il corpo ma l’anima: “No… non lo possiamo più raggiungere – dice Gandalf, parlando di Frodo e dell’anello – Di ciò per lo meno possiamo essere contenti: nessuna tentazione più di adoperare l’anello. Dobbiamo affrontare quasi senza speranza un pericolo, ma quello mortale sappiamo che è ormai lontano”. Tuttavia non mancano gli aiuti e i mezzi lungo il cammino per vincere le tentazioni. Il libro parla del pane degli elfi, che irrobustisce le forze, rinfranca l’anima e rafforza la volontà, o della fiala luminosa data a Frodo da Galadriel, che gli consente di portare vittoria sull’anello, come anche degli incontri fortuiti e insperati. Insomma, nella storia di Tolkien, come nel nostro mondo reale, anche il male non può sfuggire a qualcuno di più grande che guida gli eventi e la storia: “Dietro questo incidente vi era un’altra forza in gioco, che il creatore dell’anello non avrebbe mai sospettato”. Una forza che non vuole il male ma che lo tollera  e che, senza violare la libertà, conduce comunque tutto al meglio. Questa forza non è altro che la provvidenza di Dio. Sarà infatti proprio Gollum accecato dal male a finire accidentalmente con l’anello nel monte Fato ponendo così fine al regno di Sauron, la cui superbia verrà distrutta e confusa “dalla follia della croce”, secondo quanto afferma Gandalf: “Ebbene, che la follia sia il nostro manto, un velo dinanzi agli occhi del Nemico! Egli è molto saggio, e soppesa ogni cosa con estrema accuratezza sulla bilancia della sua malvagità. Ma l’unica misura che conosce è il desiderio, il desiderio di potere, ed egli giudica tutti i cuori alla stessa stregua”.
La presenza quindi di un Dio provvidente risulta davvero la realtà più confortante e luminosa del racconto, anche se ad un lettore superficiale e poco attento potrebbe forse sfuggire. L’intreccio infatti delle coincidenze così provvidenziali lungo tutta l’avventura non può essere che frutto di Colui che tutto muove. “Una stella brilla sul nostro incontro” – dice Gildor a Frodo, e ancora: “forse quest’incontro non è dovuto a un puro caso; ma quale possa esserne lo scopo non mi è chiaro”. Anche il vecchio hobbit Maggot esclama: “non è stato il puro caso a condurvi qui” e Tom Bombadil ugualmente sebbene in modo più velato, lo fa intendere: “a portami da voi fu il caso, se così vuoi chiamarlo”. Le parole però più rivelatrici le ha Elrond al consiglio: “Questo è il motivo per il quale siete stati tutti chiamati qui. Chiamati, dico, pur non avendovi io chiamati a me, stranieri di remoti paesi. Siete venuti, e vi siete incontrati in questo breve lasso di tempo, parrebbe quasi per caso. Eppur non è così. Sappiate che è stato ordinato che noi, seduti in questo luogo, noi e non altri, dobbiamo trovare una soluzione al pericolo che corre il mondo”. Per questo Sam, ormai sfinito a pochi passi dal monte Fato, mentre l’Ombra tetra ormai copriva il mondo, pensò tra sé che “l’Ombra non era in fin dei conti che una piccola cosa passeggera: al di là di essa vi erano eterna luce e splendida bellezza”. È Dio il vero autore delle grandi gesta, di cui gli uomini non sono che dei collaboratori, e senza il quale non è possibile dare inizio e completare nessun opera buona: “Ormai sai bene che nessuno è abbastanza grande –  dice Gandalf a Frodo – per poter rivendicare di aver incominciato, e che la parte recitata nelle imprese immemorabili degli eroi non è che molto piccola”.

Questo però non esime il singolo dall’impegno: “se non trovi tu la via, nessun altro la troverà”. Difatti alla domanda di Frodo: “Perché è toccato a me? Come mai sono stato scelto io?”, Gandalf risponde: “Queste sono domande senza risposta. Puoi credere che ciò non è dovuto ad alcun merito particolare o personale: non certo per via della forza o della sapienza, in ogni caso. Ma sei stato scelto tu, ed hai dunque il dovere di adoperare tutta la forza, l’intelligenza ed il coraggio di cui puoi disporre”. Anche Galadriel sprona Frodo alla vigilanza: “la vostra Missione è sulla lama di un coltello. Una piccola deviazione, ed essa fallirà trascinando tutto alla rovina”. Dunque occorre lottare assiduamente “Contro i ritardi. Contro la via che pare più agevole. Contro lo scrollarmi di dosso il peso che grava sulle mie spalle”. E occorre procedere sempre senza scoraggiarsi mai, abbandonati pienamente in Dio: “i pericoli conosciuti ed incogniti aumenteranno ancora man mano che avanzeremo. Ma noi dobbiamo andare avanti”. “Il mio cuore si rifiuta di disperare. – dice Aragon – Gandalf cadde, eppure è ritornato ed è qui fra noi. È ancora possibile rimanere ritti, anche solo su di una gamba, o almeno sulle ginocchia”. Per questo non può che essere condannata la follia di Denethor, che si toglie la vita per orrore e paura del male. Cede alla tentazione che ogni speranza è fallita, perché procede solo su calcoli terreni senza tener conto di quelli celesti, di Colui che tutto vede e provvede e che comunque alla fine il mondo correggerà secondo equità.

Sarebbero ancora davvero tanti gli spunti e le riflessioni che potremmo trarre da questo libro, ma lasciamo ai lettori il farlo.

Concludiamo con una frase di Sam: “Penso agli atti coraggiosi della antiche storie e canzoni… Penso che anche essi come noi ebbero molte occasioni di tornare indietro, ma non lo fecero”. Sì, i veri eroi sono i Santi, coloro che avrebbero potuto retrocedere tante volte e che hanno dovuto con la forza della volontà superare prove immani, come desolazioni, contraddizioni, lotte e aridità, ma che però sono andati sempre avanti contando pienamente nell’aiuto di Dio che tutto vede e provvede.

 


[1] Va subito notato che la parola magia è utilizzata per indicare qualcosa che supera le capacità umane, ma che in realtà si riferisce a doni inerenti a nature diverse. Difatti la stessa Regina degli Elfi Galadriel correggerà questa opinione sbagliata di Sam, facendo capire che quella che attribuiscono a loro non è magia ma un potere congenito proprio della loro natura, una sorte di arte che così appare agli occhi degli uomini (i quali non hanno mai, ne possono avere tali doti, se non per mezzo della magia, intesa in senso proprio, e che è quindi opera del male).

[2] “Mi hanno particolarmente interessato le Sue osservazioni su Galadriel. […] Penso che sia vero che per quanto riguarda il suo personaggio devo molto all’insegnamento e all’immagine  cristiana e cattolica di Maria” (Lettera 320).

Fonte: Settimanale di padre Pio

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Author: Libertà e Persona

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