Varietà di carismi, o “gran varietà”?

La varietà dei carismi è una ricchezza della Chiesa Cattolica, d’altra parte è anche argomento che rappresenta un “cavallo di Troia” per far passare nella vita ecclesiale confusione ed errore.

Viene spontaneo allora chiedersi dov’è il confine tra legittima diversità e caos: per un fedele non è facile districarsi nel clima da “parrocchia che vai, fede che trovi”.

Mons. Carli (1914-1986), nell’immediato post-concilio, scriveva: “corriamo il pericolo che, ad opera di minoranze spregiudicate e con l’avallo di autorità periferiche, non solo ogni nazione, ma ogni diocesi, anzi ogni parrocchia, si crei artificiosamente, e ad ogni mutar di vescovo o di parroco, la sua teologia, il suo catechismo, la sua liturgia, la sua spiritualità, la sua disciplina: in altre parole, “una sua maniera concreta di realizzare l’unico mistero della Chiesa”! (Nova et Vetera, 1969)

Osservando la realtà della Chiesa di oggi sembra che il pericolo paventato da Mons. Carli si sia concretizzato a tutti i livelli, dalle gerarchie, giù, giù, fino alla più piccola parrocchia di montagna. Eppure, come ha ricordato Benedetto XVI nel celebre discorso alla Curia Romana del dicembre 2005, c’è “un unico soggetto-Chiesa” che cresce nel tempo e si sviluppa “rimanendo però sempre lo stesso”.

Sappiamo che questo discorso del Papa ha dato avvio ad un acceso dibattito sull’ermeneutica conciliare, disputazione che purtroppo si è arenata in reciproche “scomuniche” tra contendenti, mentre rimane il fatto di questo strano pluralismo, segno di una certa crisi dell’unità e continuità ecclesiale.

La tanto sbandierata “pluriformità nell’unità” – formula molto chic, ma un po’ da neolingua – mi sembra essere tema interessante per comprendere la situazione della chiesa oggi. Nel 1972, in tempi non sospetti, la Commisione Teologica Internazionale evidenziava che “la pluralità trova il suo limite nel fatto che la fede crea la comunione degli uomini nella verità divenuta accessibile mediante il Cristo. Ciò rende inammissibile ogni concezione della fede che la riducesse ad una cooperazione puramente pragmatica senza comunità nella verità. Questa verità non è vincolata ad un sistema teologico, ma viene espressa negli enunziati normativi della fede.”

Queste norme della fede le dobbiamo cercare, innanzitutto, nelle espressioni dogmatiche che esprimono i fatti della fede (il Credo) e poi, anche per ciò che riguarda l’unità in materia morale, sui principi costanti, contenuti nelle Scritture e nella Tradizione, presentati a ciascuna generazione dal Magistero. Valicare questi limiti significa, più che varietà di carismi, un “gran varietà”.

Ogni “pluriformità” che prescinde da queste radici, finisce per trasformarsi in “pluriconfusione”, perciò è quanto mai necessario il ruolo di vigilanza dell’autorità istituita. Perché – come indicava il già citato documento della Commissione Teologica – “di fronte a presentazioni della dottrina gravemente ambigue, addirittura incompatibili con la fede della Chiesa, questa ha la possibilità di individuare l’errore e l’obbligo di rimuoverlo, fino al rigetto formale dell’eresia come rimedio estremo per tutelare la fede del popolo di Dio.”

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2 pensieri riguardo “Varietà di carismi, o “gran varietà”?”

  1. Nella mia esperienza ecclesiale (nemmeno “nomade”, dato che abito nella mia zona fin dalla nascita) ho cambiato solo due parrocchie e ho avuto solo quattro parroci.

    Posso sicuramente affermare che questi quattro sacerdoti hanno interpretato il loro ruolo con una originalità (e con personali riferimenti tutt’altro che auto-referenziali) tali da trasmettermi un’immagine di Chiesa che non esito a definire “disomogenea”.

    Distinguerei tre tipologie di popolo di Dio:
    1) quello più “informato” (che ascolta il Papa e vescovi) ha colto questa recita a soggetto sia apprezzandone la vivacità, sia soffrendone la “libera uscita” dai canoni.
    2) quello più “d’ambiente” (il parrocchiano medio) si è adeguato o opposto alla persona del parroco secondo motivazioni di opportunità locale del tutto estranee a valutazioni sul magistero, i dogmi e così via.
    3) quello più “d’occasione” (chi usa la parrocchia come veicolo di iniziative, sacramentificio e presenza sul territorio) ha, a seconda dell’orientamento politico-culturale, accelerato o frenato il proprio relativismo e la propria indeterminatezza cattolica, utilizzando per farlo ciò che questi quattro parroci hanno concesso/tollerato nel ritagliarsi “margini di manovra” rispetto al cattolicesimo doc/dop.

    In questa caleidoscopica coloritura delle luci e delle ombre di un microcosmo di pochi chilometri quadrati, poche migliaia di anime e pochi lustri, ha sempre tenuto banco, in gran spolvero, il famoso “spirito del concilio”, evocato con ugual sicumera e fiducioso trasporto utilizzando la liturgia, la catechesi, le attività caritative, i vari guru cattoquielà con i loro eremi e le loro comunità alternative, le saghe celtiche e i tavolini a tre gambe…

    Il mio personale parere è che ormai si sia insinuata nella Chiesa una difficoltà profonda (onesta, perchè non è in malafede, ma funesta, poichè il problema è grave, ma nemmeno messo a tema e ancor meno affrontato con sincerità) a ricondurre a unità le derive permesse e praticate.

    Innanzitutto sulla fede (benedetto quest’anno voluto dal Papa e che Dio ce lo colmi di grazie nel chiederci che cosa sia -diventata- la nostra fede cristiana), su Gesù e la Trinità, sul sacerdozio, sui sacramenti, sulla santa Messa, la vita eterna e i novissimi, sui dogmi, sul catechismo, sulla Sacra Scrittura (parola di Dio, ma detta da uomini, per cui chi ne parla “facendosi e sentendosi un dio perchè la “padroneggia” dovrebbe suscitare qualche sospetto), sulla preghiera, la devozione, il digiuno, l’ascesi e giù giù, fino agli organismi di partecipazione (i riunionifici, i documentifici, le chiesuole e i poterucoli) e all’impegno sociale, dove si è cattolici che rispondono alla costituzione prima che al vangelo…

    In fondo il Credo esordisce semplicemente credendo che dio sia il creatore delle cose visibili e invisibili: con accenti molto diversi una parrocchia media, con un parroco medio, può sentirsi dire che quelle invisibili ci sono, non si sa se ci sono e se ci sono non sono poi così importanti e che per quelle visibili ormai bisogna rivolgersi alla scienza, perchè Darwin ne sa di più di S. Tommaso D’Aquino.

    Chiudo qui, ribadendo che nella mia limitatissima esperienza io non ho catalogato un parroco ideale e un parroco eretico: ho sperimentato un eccesso di disomogeneità nella cura delle anime, al punto che si rasenta l’incuria non pratica (perchè dio solo sa le ore che “lavora” un parroco e tutti e quattro sono stati e sono “giganteschi” e generosissimi) per cui ormai il gregge o si attrezza da solo oppure è in balia delle correnti (e di qualche lupo mannaro).

  2. Ieri ero a Milano.
    Ho sentito il Card. Scola nel suo discorso nei vespri di S. Ambrogio. Credo che sia interessante riportarne qualche passaggio perchè “il gran varietà” intraecclesiale in una grande città diventa un gran varietà generale che il pastore di anime ha il dovere di ricondurre a unità, denunciando anche i rischi dell’inquinamento circostante.
    C’è un problema di fondo, per ogni coscienza libera di esercitare questa libertà che è dono di Dio: che se la libertà scivola nell’indifferentismo e nel relativismo, se scivola il fondamento, si costruisce sul nulla e si fa in fretta, con le migliori intenzioni, a prendere la deriva di cui sono lastricate le strade verso il peggiore dei luoghi possibili.
    La pretesa di chi dice che non c’è una verità vincolante, che segue l’istinto, lo “spirito”, non meglio identificato, se pure resta valido il “diritto di sbagliare” non dà “diritti all’errore”. Perciò l’errore rimane tale anche se l’errante mantiene dirittti.
    Lo Stato però non può fingersi indifferente nell’imporre, come propria “fede”, la riduzione della fede altrui a folclore e la propria errabonda libertà di non ricercare la verità a regola per tutti.
    La Verità cerca noi prima che noi cerchiamo lei e questa realtà sta nell’anelito con cui l’uomo apira a cercarla. Un anelito che rispetta anche chi non cerca, sia esso ateo, agnostico, differentemente credente o in odore d’eresia rispetto alla propria stessa fede.
    C’è un respiro ampio nel “gran varietà”. Che ha bisogno di inspirare aria buona, anelando alla verità e di espellere l’aria viziata dei residui di combustione del proprio metabolismo spirituale.
    Il gran varietà che non respira ossigeno soffoca da se stesso o viene soffocato dall’aria inquinata di chi ha scelto di vivere senza ossigeno, o meglio, come se l’Ossigeno non esistesse…
    Non si può essere indifferenti per essere pastori: l’indifferenza come neutralità scade nell’ostilità verso la fede e nella prevaricazione della retta fede. Sotto l’ipocrisia della falsa tolleranza crolla il convivere buono di chi cerca la Verità sapendosene già cercato. Se non si persegue il diritto e il dovere di anelare alla Verità, conoscendone il deposito storico, la libertà di sperimentare vie nuove non scade nell’indiffrentismo e non svende la fede alla secolarizzazione che non è neutrale ma è un pericolosissimo fondamentalismo che minaccia la stessa nozione di Verità. Quella deriva illiberale e massonica che è la dittatura del relativismo abbondantemente denunciata da Papa Benedetto, pesantemente in atto e alimentata da chi -dentro la Chiesa- partecipa al gran varietà senza selezionare cantanti e suonatori…

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