Giallo d’Africa

di Roberto Dal Bosco

Pechino, 8 Agosto 2008, 8 di sera. Una data non scelta a caso, l’8 è un numero magico da quelle parti.

Le olimpiadi si aprono con una coreografia immane costata decine di milioni di euro. Il regista dell’operazione, Zhāng Yìmóu, è quello che un tempo rischiava la censura di regime con capolavori come Lanterne Rosse, ora invece produce kolossal ultranazionalisti come Hero.

Lo spettacolo impressiona il mondo, la vastità e la bellezza di questa apertura dell’olimpiadi umiliano qualsiasi paragone.

Uno dei capitoli dello spettacolo, ci informano i telecronisti sul posto, riguarda Zhèng Hé. Benché di etnia uigura, egli è un nuovo mito per la Cina contemporanea. Un eunuco esploratore che avrebbe – e qui vi è un bel sottotesto geopolitico da recepire e digerire – scoperto l’America prima di Colombo.

La nuova vulgata della storia cinese vuole che non solo l’Occidente sia superato dalle mirabili avventura di Zhèng Hé. Anche la favola mediorientale di Sinbad il marinaio (che in genere è ritenuto un iracheno di Bassòra) sarebbe in realtà una derivazione dei viaggi di Zhèng Hé, che di fatto è anche chiamato Mǎ Sānbǎo.

Ma, nella propaganda odierna di Pechino, il primato di Zhèng Hé non si limita alla scoperta dell’America. Egli avrebbe portato, in tempi assai precoci rispetto all’Europa ferma al suo Medioevo, la Cina in Africa.

E, leggende e storiografie a parte, non è più un mistero per nessuno che sulla Cina in Africa oggi si stia giocando un gioco titanico, un gioco che potremmo anche chiamare, senza esagerazioni retoriche, il destino del pianeta.

In pochi anni la Cina è diventata il secondo partner economico del continente nero e si appresta a scalzare il primo, che per alcune statistiche è la Francia mentre per altre sono gli Stati Uniti. Dati alla mano, la prospettiva è molto più vicina del previsto.

Il motivo di tanta bramosia della Repubblica Popolare Cinese di penetrare in Africa è presto detto.

L’Africa, questo bel continente baciato dal sole e da 900 milioni di persone in difficoltà, è la più grande riserva di materie su piazza.

Rame, legno, nickel, grafite, cobalto, alluminio, bauxite, petrolio, oro, uranio…

Tutte cose di cui l’economia della civiltà – risvegliatasi bruscamente dal sogno dell’assolutismo finanziario, dove i soldi si decuplicavano all’infinito in un allucinante divorzio dalla realtà- non può in alcun modo fare a meno.

Ad aprire le danze fu Mao: «La questione razziale è una questione di classe». Mao ebbe il suo da fare per far riconoscere il suo paese come «l’unica forza realmente marxista, internazionalista e priva di pregiudizi razziali» (Brighi-Panozzo-Sala, Safari cinese, Obarrao Edizioni). Ebbe un certo successo, e non solo in Africa, ma persino in movimenti di neri americani come le Black Panthers (sull’argomento esiste anche una canzone del vecchio gruppo rap Public Enemy, chiamata appunto Mao Tze Tung).

Lo sforzo retorico di riunire africani e cinesi in questa comune avversione verso l’uomo bianco colonialista ed oppressore sfocia nella costruzione della TAZARA (Tanzania Zambia Railway), un’impresa che ancora oggi è ben sedimentata nell’immaginario cinese come la prova dell’aiuto che la Repubblica Popolare ha dato all’Africa.

La TAZARA, o Freedom Railway, è una ferrovia di 1800 kilometri che connette la Zambia alla Tanzania.

I legami continuano per tutti gli anni ’70 e ’80. Centinaia di studenti africani studiano a Pechino in programmi di scambio culturali affini a quelli che aveva l’URSS con l’Università Lumumba. Alcuni episodi concreti divengono però indicativi  di quello che anche oggi, al di fuori delle celebrazioni diplomatiche, pare essere un fenomeno possibile presente in questo interscambio: il razzismo dei cinesi verso i neri. Essendo nel ventennale della rivolta di Piazza Tian’men, vale forse la pena di ricordare che l’incredibile rivolta passata alla storia con l’epica immagine dell’omino che blocca la fila di carroarmati (il famoso quanto ignoto “Tank man”) ebbe una prova generale poco tempo prima. Un’altra rivolta studentesca. In quell’occasione però, gli studenti in rivolta non chiedevano più libertà. Il casino (era il Natale del 1988, a Nanchino, Università di Heihai) scoppiò tra studenti africani e studenti (causa:ragazze, cinesi), per poi degenerare in una rivolta da 3.000 persone che chiedevano la fine delle borse di studio agli africani.

Il razzismo antiafricano rifa capolino anche un paio di anni fa, quando Condoleeza Rice ha la sventurata idea di fare un’uscita che poteva quasi sembrare filo-Taiwan. Sul sito sina.com scoppia il delirio, con migliaia di messaggi infamanti verso l’ex segretario di Stato Americano – teniamo a mente che in Cina, internet è ben controllato, e in caso, censurato dalle autorità…

Del resto per gli Africani la lingua mandarina ha un termine spregiativo, ma tutt’altro che infrequente: hēi guǐzi. “Demone nero”.

La politica estera, però, è un’altra cosa. Qui le cose tra gialli e nere corrono con accelerazioni esponenzali.

Con l’arrivo della turbo Cina degli anni ’90, decolla definitivamente la strategia dell’investimento estero. Jiang Zemin, il precedente presidente, la chiamò dottrina del Zǒu chūqū, tre parole che significano semplicemente “andarsene fuori”: gli investimenti all’estero, un tabù per la morale centralista confuciana, prendono finalmente piede nelle strategie del colosso orientale. La Cina in Africa ha già un bell’avamposto: decina di migliaia di famiglie cinesi discendenti dei tempi del colonialismo bianco, quando Inghilterra e Francia dovette importare – causa abolizione della schiavitù – fide braccia asiatiche per i lavori di fatica. I cinesi della diaspora africana sono arrivati perfino, magari in inediti mix etnici, al cuore del paese. E’ il caso di Jean Ping, già ministro degli esteri del Gabon. Un paese di straordinario interesse strategico (possiede miniere di uranio e perfino una incredibile grotta che funge da “reattore nucleare naturale” a Oklo) che si fa notare anche per l’aver dato alla Cina il suo unico, paradossale divo di colore – Luc Bendza, studente di kung fu diventato, come un bizzarro Bruce Lee della negritudine, idolo dei film cinese a base di arti marziali.

Oggi l’egemonia della Cina in Africa è pressoché inarrestabile. Il meccanismo è semplice: fiumi di danaro e infrastrutture in cambio di materie prime. In paesi come il Sudan, produttore di petrolio di cui la Cina è disperatamente famelica per sostenere i suoi tassi di crescita, i cinesi in cambio del greggio danno valanghe di armi. L’uso che di queste il governo di Karthoum ha fatto – con l’indifferente placet di Pechino – nella guerra civile del Darfour è salito alla ribalta internazionale con tanto di crociata di Hollywood (Spielberg, che rinunciò alla regia della cerimonia di apertura; l’immancabile Clooney, arrestato di recente con il padre fuori dall’ambasciata del Darfour; Mia Farrow con Ronan Farrow, il suo strambo figlio-genio avuto da Woody Allen) contro le olimpiadi pechinesi del 2008.

I cinesi non si pongono problemi di trasparenza, o problemi morali di sorta. A differenza delle classi politiche occidentali, quelle della RPC non giudicano i loro omologhi neri, né si fanno problemi per la corruzione. «Contratti che usualmente impiegano 5 anni ad essere firmati dalla Banca Mondiale – afferma Abdoulaye Wade, Presidente del Senegal sino a qualche mese fa- con le autorità cinesi impiegano 3 mesi».

I governi Africani si leccano i baffi.

I mandarini di Pechino con gli stati africani sono generosi. Senza che sia intervenuti i Jovanotti o i Bonovox cinesi (per fortuna non esistono), lo Stato cinese ha cancellato il debito di molti stati del continente nero: ad esempio i 211 milioni condonati alla Zambia, paese in cui esiste oramai pure una vasta politica anticinese guidata dal controverso presidente Michael Sata.

Per alcuni questa munificenza, che è tutto tranne che disinteressata, è in realtà un ostacolo allo sviluppo dell’Africa.

La situazione ce la descrive bene un giornalista ugandese, Charles Onyango Obbo del quotidiano Monitor di Kampala. l’occasione è il summit a Pechino Focac, il summit del Forum per la cooperazione di Cina e Africa. «Il presidente cinese Hu Jintao stava a 40 metri di distanza dall’entrata della sala in cui incontrava i presidenti africani. Ognuno di loro camminava fino a lui come si trattasse di un vassallo che andava incontro ad un antico imperatore, per stringergli la mano (…) il linguaggio corporeo visto a Pechino suggerisce che ci troviamo immersi in una relazione che ci vede inferiori. L’idea di un presidente che ne riunisce altri 50 in una stanza come se loro fossero dei ragazzini di scuola e lui il preside è estremamente irritante (…)  non si poteva fare a meno di pensare che i nostri leader avessero di nuovo fatto la cosa per cui sono diventati famosi – tirare fuori la ciotola per le offerte (…) fino a che l’Africa si limita a correre in giro prima dall’Europa, poi dagli Stati Uniti, oggi dalla Cina e la settimana prossima dall’India in cerca di ‘accordi non faremo mai le riforme essenziali per diventare ricchi. Continueremo gironzolare con un cesto in mano».

Ma al momento, in un continente in cui a causa dell’AIDS l’aspettativa di vita è attorno ai 40 anni, altre possibilità non ci sono. Ma forse anche in una prospettiva messianicamente più a lungo termine, la Cina si potrebbe rivelare comunque il vero partner del mondo africano.

Se c’era una persona che, almeno a livello ufficiale, sarebbe stata titolata a parlare della questione, questo è un ex-presidente dell’Unione Africana: per esempio, il defunto colonnello Muammar Gheddafi.

La vecchia volpe libica in un sermone del 1994 asseriva piuttosto convinto che «dopo aver distrutto il comunismo, ora l’occidente deve distruggere l’islamismo e il confucianesimo. Speriamo ora di assistere uno scontro tra la Cina a capo del campo confuciano e l’America a capo dei crociati. (…) Noi ci schieriamo dalla parte del confucianesimo, e alleandoci ad esso combattendo al suo fianco in un unico fronte internazionale eliminerebbero il nostro nemico comune. (…), sosterremo la Cina nella sua lotta contro il nostro comune nemico… Auspichiamo la vittoria della Cina».

Parole di una lucidità terribile.

E l’America che fa? Stremata dalle discutibili guerre mediorientali, fiaccata da una popolarità internazionale scesa a livelli infimi, la nazione che pilota l’occidente ha le risorse – e il coraggio di raccogliere la sfida?

La risposta dello zio Sam arriva il 2 ottobre 2008, a Stoccarda. Si chiama Africom.

Un comando dedicato esclusivamente alle cose africane. «lo strumento più visibile degli Stati Uniti per promuovere le relazioni con l’Africa», disse l’allora viceministro agli affari africani Theresa Whalen. Un ente in grado di coordinare sia l’esercito che le iniziativi civili legate al Dipartimento di Stato Americano come USAID.

Sulla questione ci sono molti non detti. “Il re è nudo” pare che non lo abbia detto ancora nessuno. Argomento delicato, perché mette in fila gli errori (e gli orrori) della geopolitica americana degli ultimi anni: concentrando tutto sul Medio Oriente, l’America ha perso di vista il resto. Centro Asia, Sud America, forse perfino l’Europa. Per l’Africa basti comunque la battuta, rimasta agli atti, del non infallibile Presidente Bush: «L’Africa non è strategica per noi». Bush oramai è andato, e il cambio di strategia non è più solo auspicabile: è necessario.

Così, capita che alla presentazione al Congresso Americano di Africom, 15 secondi, rileva l’agenzia Irinnews, siano dedicati all’umanitario. Qualche giornalista non tarda a parlare di obbiettivi occulti del nuovo ente.

Il Generale William “Kip” Ward (l’ufficiale nero più decorato) diede una violenta smentita alla BBC: «Africom non ha nessuna un’agenda nascosta. Vogliamo soltanto consentire alle nazioni africani di rafforzare le loro capacità».

Insomma, si chiama Africom, ma per alcuni potrebbe dirsi anche Chinacom. Parlare di Africa oggi significa toccare automaticamente interessi cinesi.

E parlare di Africa, per un cristiano, significa parlare di un continente speciale, perché, recenti statistiche del CESNUR alla mano, i cristiani sono in maggioranza ed in crescita. Il cristianesimo africano rappresenta il 20% di quello globale. 31 paesi hanno una maggioranza cristiana, contro 21 musulmani e 6 “animisti”.

La vitalità della Chiesa africana è autoevidente a chiunque sia mai stato a messa da quelle parti.

In questi quattro anni passati dal tripudio olimpico pechinese, le cose non sono rimaste ferme. Il Sudan ha accettato la separazione del Sud Sudan, basi militari in Italia vengono costruite o implementate, la crisi economica si accentuata sino a figurare un collasso generale in cui le materie prime dell’Africa – ultima risorsa anche per l’ultracapitalismo speculatorio, visto che la speculazione finanziaria è oramai terra bruciata – si pongono sempre più come centrali negli appetiti geopolitici internazionali.

Le “primavere arabe”, che sono in realtà “primavere” africane, hanno destabilizzato ulteriormente il quadro, neutralizzando le risorse economiche e militari di uno stato catalizzatore come la Libia di Gheddafi, che, per retorica che fosse, aveva come meta ideale il panafricanismo. Uno dei chiari risultati dell’assassinio del colonnello, è che l’Africa ha sempre meno anticorpi – retorici o materiali – per combattere le infezioni che le superpotenze nuove e vecchie tentano di inoculare.

Anche a livello di soft power, vi sono state novità assolute: sono comparse su internet milionarie campagne “umanitarie” che chiedono all’esercito americano di “intervenire” in Africa per cacciare gli uomini cattivi, come Joseph Kony (ne diremo in un altro articolo).

Tutto questo senza che nell’opinione pubblica, che quaranta anni fa si svenava per il Vietnam o per l’India affamata, si muovano proteste di sorta. C’è poco da protestare, perché la posta in gioco è la più alta che si possa immaginare: il mondo.

E’ il nuovo Grande Gioco. Ora come cento, mille, duemila anni fa. Cambiano gli uomini, le nazioni e i tempi, ma il gioco rimane sempre lo stesso. Crudele e titanico, ma inevitabile.

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Autore: Libertà e Persona

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