Due testimonianze

Due testimonianze sulla marcia.

La prima, di una donna che ha abortito:

quando mi hai invitata mi sono chiesta “perchè dovrei? che bisogno ne ho di partecipare pubblicamente a una cosa del genere?”. Poi ho capito che avevo l’occasione di smettere di soddisfare i MIEI bisogni e andare incontro a un Bisogno con la maiuscola, non più egoistico ma superiore. Per tutti i nati, i non nati, quelli che nasceranno, per le donne, per il mondo io, proprio io, dovevo scendere in piazza e dire NO all’aborto.

Quando mi sono trovata lì a un certo punto mi sono guardata intorno e ho sentito il bisogno e il piacere di conoscere le persone che c’erano. “perchè sei qui?” a chi c’era intorno a me, volendo proprio sapere “chi sei, che ci fai qui”..e ho incontrato anche gente che conoscevo, ci siamo messi a parlare e con mia meraviglia mi sono trovata a dire “sai quando io ho abortito…” e loro “ah perchè hai abortito?” ma a quel punto non faceva più male, non si stava più parlando per me, per i miei bisogni. E ho capito che quel cartello che sentivo nell’anima “mi pento di aver abortito” [Irene van der Wende – i regret my abortion ndr] ce l’avevo anche io da mostrare. Ho visto che le persone poichè Irene era stanca ogni tanto di tenere le braccia alzate le hanno chiesto “vuoi che lo porti io?” e lei ha risposto “nono, lo porto io!” Anche io mi sono sentita così. No, no, la porto io questa testimonianza: NO all’aborto. Io l’ho fatto, l’ho fatto proprio io e posso dirlo: mio figlio meritava di vivere.

Nella foto Irene a Roma.

La seconda, di un padre presente:

Ero a Roma, domenica mattina, in un centro più affollato del solito. Ero a Roma, domenica, molto più mattiniero del solito.
Arrivo a piazza del Colosseo e trovo molti più polacchi di quanti normalmente ce ne siano in giro per la città. Soprattutto, molto più rumorosi del solito.

Mi siedo lì vicino, all’ombra, sono le 8:30 ma il sole già è caldo, li guardo per ingannar l’attesa, coi miei cinque figli, anche loro marciano, volentieri.
La moglie lo farebbe volentieri anche lei, ma marcia per la vita dal letto: c’è un sesto in arrivo, e deve riposare, lo ordina il medico.

Arrivano alla spicciolata gli altri amici, ci si raduna, ci si mettono le magliette, tutte uguali, come una divisa sociale, si issano le bandiere, si imbracciano i cartelli.
Come i nostri, molti altri, alcuni più grandi, altri più piccoli. Gli slogan sono molti. “Le donne meritano scelte migliori”, “L’aborto non è una scelta”, “No aborto”, “5.000.000 di vittime in trenta anni”, “Chi salva una vita salva il mondo”, “+ nascite – aborti”, solo per citarne alcuni.
Non c’è uno slogan politico.
Ci sono alcuni politici, sì, e il giorno stesso, o quello successivo, molti gliene fanno una colpa.
Ci sono un cardinale, molti sacerdoti, molte suore, ma non li si accusa poi troppo: forse l’esser consacrati è già una colpa, non si sente il bisogno di infierire.
C’è il sole, e meno male, era prevista pioggia.

Alle 9:30 si parte, siamo 10.000, no 15.000, no 20.000. Oggi, il giorno dopo, si dice in giro che la cifra esatta sia 15.000.
Marciamo.
Lungo la strada si canta, si scattano foto, si parla, si distribuiscono volantini, alcuni pregano.

Non è una di quelle manifestazioni alle quali si è abituati, e perciò si applicano criteri e commenti soliti, ma non colgono nel segno.
I commenti soliti sono: bigotti, fascisti, omofobi, negazionisti, assassini, cretini.
I criteri soliti sono: l’utero è mio lo gestisco io, la festa della mammana, considerate la donna un animale da riproduzione, sottomettete le donne a deplorevoli ideologie mistiche, la sindrome post-aborto non esiste.

A Roma, però, ieri ho visto uomini politici ma nessuno portava i colori del proprio partito, non ho visto nessuno che parlasse di omosessuali, nemmeno alla lontana.
Ho visto gente che ha fatto molta strada per esserci, e che dev’essersi alzata molto presto al mattino, sì, forse questo può esser da taluni considerato un po’ cretino, ma dico: ce ne fossero, di cretini di questa natura, che si alzano al mattino presto pure di domenica, per dire ad alta voce qualcosa in cui credono.
Ho visto gente portare in piazza la propria fede, senza nascondersi, e mostrarla forte e chiaro, pacificamente, senza rispondere alle offese; se son bigotti questi, ne vorrei tanti di bigotti.
La manifestazione di ieri aveva proprio questa novità: non poteva trovare collocazione in alcun partito politico, in nessuna categoria fin qui utilizzata, non c’era alcuna egida.
Era una variegata rappresentanza di associazioni, 150 circa in tutto.
Associazioni: cioè gente che fa volontariato, che spende parte della propria vita, se non proprio tutta quanta, gratuitamente, mettendosi a servizio di altri.

Questo il motivo per cui non poteva trovar rappresentazione in alcun “potere”: quale sindacato, quale partito si comporta alla stessa maniera? Nata dalla buona volontà di un piccolo gruppo di organizzatori che fanno tutt’altro nella loro vita quotidiana, ha portato in piazza persone di buona volontà che fanno nella loro vita quotidiana tutt’altro e, insieme, farsi vicino a chi soffre.

La manifestazione di ieri aveva quest’altra novità: dire chiaramente, senza tatticismi né mezze misure, che l’aborto è un male.

Diceva che non è una scelta dolorosa ma necessaria, perché ciò che è necessario non è una scelta, ma costrizione, e che non è più possibile mettere donne in condizione di dover fare questa pseudo scelta, e che visto che lo Stato si starà pur adoperando, ma non è abbastanza, ci sono almeno 150 associazioni che fanno di più, e che vogliono fare di più.

Diceva che la 194 non è una buona legge, solo applicata male, perché se ha prodotto 5 milioni di aborti in oltre trent’anni di vigenza vuol dire che è applicata, che ha prodotto il risultato per cui è stata promulgata, e che, appunto, il risultato è che mancano all’appello 5 milioni di italiani, alcuni dei quali magari sarebbero stati in piazza ieri mattina, o al lavoro tutti i giorni a risolvere i problemi che affliggono questo nostro paese.

Diceva che non ci si può più nascondere dietro ai sofismi, che se la scienza mostra che non c’è soluzione di continuità dal concepimento alla nascita, allora dobbiamo avere il coraggio di trarne le conclusioni.

Diceva che se si trovano solo credenti che abbiano la forza, o il coraggio, di difendere certe tesi, il problema non è che esse siano figlie dell’ideologia, il problema semmai è che non si trovano più non credenti che le difendano.

Diceva che un certo associazionismo nel luogo comune della donna come mero strumento, nella retorica del corpo femminile campo di battaglia, ci sta stretto, non ci si ritrova affatto, perché ogni giorno si prende cura e sostiene quelle stesse donne, e con esse soffre.

Diceva che offrire l’aborto ad una donna in difficoltà non è aiutarla, semmai aiutarla è mettersi in gioco con lei, e con lei superare quelle difficoltà.

Diceva che in una società democratica ci sono alcuni valori che possono essere messi in discussione, altri che debbono esser messi in discussione, altri ancora sui quali non si transige, e che mentre nelle aule del parlamento si mettono mano allo Statuto dei Lavoratori o alla Costituzione, 130.000 donne all’anno mettono mano al proprio corpo ed alla vita che esso custodisce, distruggendo se stesse, e ci sono almeno 150 associazioni che non vogliono più starsene in silenzio.

Diceva che molti, moltissimi uomini sono ben contenti del fatto che l’utero sia della donna, e che su lei sola ricada la responsabilità, e che sia lei ad entrare in un ospedale oppressa da una società che la lascia sola, da un Paese che non è fatto per i figli, e ad uscirne con un peso da portarsi dentro tutta una vita, perché il dolore che soffre, dicono, non esiste, e che ci sono persone che non vogliono più lasciarle nell’abbandono.

Diceva che avere figli non è una colpa, non è un ostacolo, che è facile suggerire l’aborto quando ci sono una montagna di difficoltà, ma che ci sono persone disposte a scalare insieme quella montagna, e arrivare in cima, e guardare, fieri, il panorama.

Di fronte a tutte queste novità, evidentemente, possiamo ancora parlare con i vecchi slogan e adoperare i criteri del passato. La marcia di ieri, però, dice che essi non sono più validi.

da: www.il-dono.org

 

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Author: Libertà e Persona

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