Come già sanno i frequentatori di questo sito, due studiosi italiani di bioetica hanno pubblicato sul Journal of Medical Ethics un articolo che, in soldoni, vuole dimostrare il “sillogisma etico” per cui, visto che l’aborto è largamente accettato e lo status di un neonato non è dissimile da quello di un feto, ne discende che l’uccisione di un neonato è moralmente equivalente ad un aborto.
Non voglio qui ulteriormente soffermarmi su quell’articolo, che è già stato egregiamente commentato da Mario Palmaro, ma su uno scritto successivo, risalente al 2 marzo scorso. Dopo le proteste levatesi in tutto il mondo contro l’articolo, che ai più è parso voler effettuare una vera e propria legittimazione dell’infanticidio (brutto termine a cui i nostri studiosi hanno preferito la locuzione più politicamente corretta aborto post-nascita), i due autori hanno scritto una lettera aperta in cui affermano di essere stati profondamente fraintesi.
A loro dire, l’articolo era un mero esercizio di logica astratta (it was meant to be a pure exercise of logic: if X, then Y), e non avevano mai inteso proporre la legalizzazione dell’aborto post-nascita (we never meant to suggest that after-birth abortion should become legal). Gli studiosi accusano i mass-media di avere male interpretato un articolo destinato al solo ambito accademico (the article was supposed to be read by other fellow bioethicists who were already familiar with this topic and our arguments), e di averne distorto il significato facendo intendere che i due autori fossero favorevoli all’uccidere delle persone, cosa che essi negano di aver fatto. (however, the content of (the abstract of) the paper started to be picked up by newspapers, radio and on the web. What people understood was that we were in favour of killing people. This, of course, is not what we suggested).
Dunque tutte le polemiche sono nate da un gigantesco equivoco?
Sono andato a rileggere l’articolo (dal titolo Aborto post-nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?) dove a un certo punto si afferma:
Il fatto che un feto abbia la potenzialità di diventare una persona che avrà una vita (almeno) accettabile non costituisce un motivo per proibire l’aborto. Pertanto, noi sosteniamo che, quando si presentino dopo la nascita circostanze che avrebbero giustificato l’aborto, dovrebbe essere consentito ciò che noi chiamiamo aborto post-nascita.
«Dovrebbe essere consentito», nel testo originale «should be permissible».
Tanto per fugare il dubbio che la mia traduzione non sia conforme al testo originale, andiamo a guardare sul Longman, un dizionario online della lingua inglese, che cosa viene detto alla voce permissible.
Permissible dunque è un termine formale che significa «consentito dalla legge o dalle regole». Ma, come detto prima, nella successiva lettera aperta i due studiosi affermano di non aver mai voluto intendere che l’aborto post-nascita dovrebbe diventare legale (should become legal).
Può darsi che l’aggettivo permissible, nell’ambito accademico frequentato dai due studiosi, abbia un significato diverso da quello che ha nell’inglese corrente. O forse i due studiosi, dopo aver lanciato il sasso ed essere stati “scoperti”, hanno ben pensato di ritirare la mano. Ai lettori l’ardua sentenza…
