Perchè sono favorevole alla Casta

 

Aspettate ad assalirmi, lo potrete fare tra poco, con calma. In ogni caso, deponete pure le baionette: non vi espongo, qui, una vaga impressione, bensì la mia opinione. E poiché, si sa, ciascuno cambia tutte le opinioni meno che le proprie, potete risparmiarvi da subito le critiche più feroci: serviranno a ben poco. Ma veniamo al dunque, al perché sono favorevole della Casta. Perché, cioè, tra la piazza ed il palazzo, simpatizzo per il secondo. Molto semplice e – almeno in apparenza – paradossale: perché la Casta, questa Casta, non mi piace. Proprio così: come i più, la vorrei diversa. Più onesta, più efficiente e, a Dio piacendo, pure più salda sui valori fondamentali. Il punto è che il sentimento anti-Casta – la cui diffusione è iniziata, a livello peninsulare, dal 2007, l’anno del libro-inchiesta di Stella e Rizzo – mi piace ancora meno della Casta perché lo trovo non avverso bensì funzionale ad essa.

Pensateci: il ragionare, ormai ossessivo, sui costi della politica, che cosa ha prodotto? Parecchio sul versante editoriale (alzi la mano chi, fino a cinque anni fa, conosceva Stella e Rizzo), molto a livello d’opinione pubblica (non si parla praticamente d’altro), ma zero, o quasi, in ordine ai sospirati “tagli” (!) e, quel che è peggio, meno di zero a livello di contenuti. Intendo dire che oggi, quando commentiamo le cronache, tendiamo sempre più a denunciare la politica che non vogliamo anziché elogiare quella che vorremmo. E questo è grave per quattro ragioni. Anzitutto è un atteggiamento che ci porta a vedere solo il bicchiere “mezzo vuoto”, e quindi ad equiparare puntualmente il politico al corrotto. Con la conseguenza non trascurabile di un avvelenamento degli animi che se poco produce – come dimostra l’esperienza – sul versante delle riforme, compromette molto, invece, quella stabilità di cui abbisogna ciascuno di noi.

In seconda battuta non si può non registrare come l’ostilità trasversale verso la Casta, -come si è già in parte detto – abbia progressivamente rubato attenzione alla dialettica politica. Creando così l’illusione che Destra e Sinistra non esistano più o, peggio, siano equipollenti. Il che è del tutto falso dal momento che, sia pure modulate da epoche ed esperienze, Destra e Sinistra sono categorie fondamentali che descrivono orizzonti antitetici in assenza dei quali l’istituzione parlamentare stessa sarebbe ridotta, de facto, a dequalificanti mansioni notarili. E qui veniamo alla terza ragione per la quale, a parer mio, conviene “tifare” Casta – dove per Casta non s’intende, ovvio, la politica degli sprechi, bensì la politica lato sensu– : l’anti-politica non contrasta, ma serve la Casta. Rafforza, cioè, il potere politico.

Per una ragione molto semplice: perché, attirando l’attenzione sulle mere questioni contabili (che pure sono importanti, soprattutto in tempi di crisi) ed imbavagliando la dialettica Destra-Sinistra, mette da un lato i reggenti della Casta nelle condizioni di riempire i vuoti programmatici con dichiarazioni demagogiche, e, d’altro lato, consente a costoro di agire indisturbati su versanti ben più decisivi. Mentre il popolino, incavolato com’è, non sviluppa più alcuna critica che vada oltre il mero dato economico. Un’ultima annotazione sui costi della politica. Non pare realistico sostenere che essi siano aumentati a causa di una presunta sonnolenza dell’opinione pubblica su questo versante.

Mentre è verosimile, invece, ritenere che la loro crescita fuori controllo sia l’esito di uno smarrimento morale, anzi spirituale dell’intero sistema. In tal senso ci sarebbe molto da dire, ma è importante, quanto meno, soffermarsi su un dato: la politica, per essere virtuosa, più che temere il controllo dell’opinione pubblica, deve essere mossa da grandi ideali. Non è infatti il terrore di qualcuno, bensì l’aspirazione a qualcosa il motore del vero cambiamento. Tornando al tema generale, se – come abbiamo visto poc’anzi – l’antipolitica non indebolisce, anzi!, la Casta, allora come uscirne? Come cambiare, in meglio, il sistema? Qui le possibilità potrebbero essere molte, ma mi limito a suggerire la riscoperta di un termine passato di moda ma di grande importanza: impegno. Serve che tutti – a partire dai più giovani – tornino a riflettere sulla possibilità di cambiare non il portafogli ma l’intera anima delle istituzioni. Serve che si torni a preferire non già la politica che si dichiara astrattamente più parsimoniosa, bensì quella che dimostra concretamente di essere più equa, più in grado di rispondere alle esigenze reali dei cittadini i quali, urge ricordarlo, hanno bisogno della politica almeno quanto, se non di più, la politica ha bisogno del loro consenso per legittimarsi.

Al bando, dunque, il pregiudizio demagogico contro le istituzioni e porte aperte, anzi spalancate, a tutti coloro che – da Destra a Sinistra – intendono studiare, prepararsi e farsi avanti.

(articolo pubblicato su http://www.lalibertas.eu)

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