“La natura e la grazia”, potrebbe essere questa una buona massima per rendere il senso del film The tree of life, di Terrence Malick, premiato con la palma d’oro a Cannes nel 2011.
E’ questo contrasto che anima similmente un altro grande film dello stesso regista, La sottile linea rossa, amara e cruda riflessione sulla ferocia della guerra, sull’animo umano visitato dall’amore e sull’indifferenza della natura.
Questi temi in The tree of life risultano ulteriormente sondati e sviluppati attraverso la storia di una famiglia, funestata dal lutto per la perdita di un figlio.
Tutto però origina dal principio del mondo e dallo scorrere dei milioni di anni che attraverso il parto doloroso della natura, danno forma alla vita.
La natura seleziona, comprime, sceglie, sopprime, muore e rinasce. Distruzione creativa in attesa di un senso, di qualcuno che la riconosca e la plachi. Il tutto trasfigurato nella musica di Mozart, nel suo testamento, nelle note acutissime di Lacrimosa, dal requiem.
Poi interviene la grazia; essa si manifesta dove emerge l’uomo, dove la gratuità e l’attenzione dell’amore materno introducono il miracolo della coscienza, dello spirito.
Nel cuore dei rivolgimenti, della silente preistoria, si affaccia l’uomo, l’ultimo dinosauro ha schiacciato la testa del suo simile.
Il contrasto, fatto di luci, suoni, gesti, carezze, rispetto alla nudità indifferente della natura è meraviglioso, un miracolo. La purezza cinica della natura, e la purezza conquistata della coscienza, comincia la lotta.
“Le suore mi hanno insegnato che oltre alla natura esiste la grazia”, recita la voce fuori campo.
Questa voce al femminile è in qualche modo la protagonista del film. Attraverso questo io narrante, il fratello maggiore, si esprimono i pensieri di un uomo che rilegge la storia della propria famiglia, una classica famiglia della media borghesia americana degli anni settanta, composta da Padre, madre e tre fratelli.
Si susseguono ripetuti trapassi fra presente e passato, l’uomo ripensa alla propria madre, al papà e alla tragedia che ha portato via diciottenne l’amato fratello.
Si snoda la vita, la madre, vera icona del grembo, dell’accoglienza, dell’assoluta gratuità, culla il primo figlio, lo accarezza, danza sulle note della musica, indica il cielo… sussurra: “Lassù abita Dio”.
E il bambino è felice, sicuro. Crede alle parole e alla presenza di sua madre.
La simbiosi si altera, il primo egoismo prende al forma di una frase sulle labbra del fanciullo: “ è mio”. La madre comincia a ritrarsi, la vita via via si consegna al nuovo venuto, con un carico insostenibile di domande e risposte inevase.
Il padre per ora guarda, ma sembra assente tanto è la presenza della donna.
Nasce il fratellino, l’equilibrio si altera, il primogenito è geloso, il compito educativo esige continue “separazioni”, piccoli dolori, i divieti si moltiplicano, ora il padre emerge.
E’ un padre severo, privo di slanci affettivi, incarna le regole, i principi, rifugge le smancerie.
Vuole programmare la vita dei figli, vuole renderli forti, capaci di affrontare il conflitto, la competitività della vita. Capaci di affrontare la natura.
La madre continua ad essere grazia, estranea alla forza vive di uno splendore e di una tenerezza che fa innamorare i figli.
Il padre è temuto, ama la musica, le regole, crede che l’applicazione e il sacrificio possano pianificare una vita di successo.
Il padre è via per lavoro, giorno e notte. La madre racconta le favole e prima di dormire, bacia i ragazzi e spegne la luce.
E i ragazzi dormono tranquilli.
Vengono alla memoria i pensieri che Proust descrive nella sua “ricerca”, quando si addormenta bambino, una sera, senza l’atteso bacio materno. Quale angoscia.
Ma la madre del nostro “racconto” è sempre presente e non dimentica mai un bacio. E’ una donna che accoglie, un paradiso di certezze, basta un suo sguardo, il tocco delle sue dita per sentirsi protetti.
La natura presenta il conto, i ragazzi scoprono i giochi da “maschi”, rompere, giocare alla guerra, stuzzicarsi, creare gerarchie.
I fanciulli vedono il male, e assaporano l’acre gusto della malattia e della morte.
Anche se nessuno parla di tutto questo, può capitare a chiunque, di essere visitato dal dolore, accade, come se una boccia di inchiostro che si rompesse su di un foglio pieno di calcoli, senza alcun motivo.
Come nel mirabile film di Kieslowski Decalogo 1.
Un prete, durante l’omelia domenicale commenta l’apparente insensatezza del dolore riecheggiando il libro di Giobbe: “ Qualcosa più grande della natura e del destino… non c’è nascondiglio al mondo dove i problemi non ti possano trovare”. Puoi rifugiarti nella famiglia, nell’amore, nel successo, nelle sicurezze offerte da un buon posto di lavoro; puoi cercare conforto e forza nella fede, nelle amicizie solide, nella scienza che promette l’immortalità e la felicità.
Non basta, il male ti trova anche lì. Forse noi scorgiamo Dio non soltanto nella luce ma pure quando ci volta le spalle. L’uomo non basta a se stesso, l’uomo ha bisogno di un oltre indisponibile che lo salvi e che lo liberi dalla presunzione.
Si affaccia nella vita la scoperta del sesso, l’universo femminile spaventa i ragazzi. Il figlio maggiore vede nel padre un rivale, teme di perdere la madre, la vuole immortale, davanti alla vita che avanza.
“Tu non morirai mamma…vero?”, sei giovane.
E in questi pensieri si affacciano i nostri pensieri, di fanciulli e fanciulle innamorati di un padre o di una madre che vorremmo eterni.
Poi, la vita gioca un’altra carta, l’uomo forte, fedele all’azienda, l’uomo che possedeva mille specializzazioni è licenziato.
Allora egli vede il figlio maggiore con gli occhi della madre, capisce.
Meravigliarsi, fare il bene, sperare, ora è chiaro, lo splendore si afferma; l’unico modo per essere felici è amare.
Sgorga dalla voce una preghiera: “ proteggici, guidaci, fino alla fine dei tempi”.
Sulle note di un agnus Dei inizio e fine si toccano, il principio del tempo e la fine del tempo, tutto si riconcilia, la madre accarezza il figlio morto, la madre è vecchia, giovane, bambina, adulta.
E’ così per tutti, la catena degli amori si ricompone attraverso Colui che dona senso ad ogni lacrima.
Malich compone in tal modo una rappresentazione della vita che rende in maniera mirabile la condizione umana, l’essere incatenati alla natura, l’essere liberati dalla grazia.