Distruggendo la famiglia si condanna la società

Anche questa volta ce la stanno facendo: concentrano l’attenzione di tutti su un argomento (nel nostro caso, i redditi delle varie personalità politiche) per impedire alla gente di rendersi realmente conto del loro operato… sono furbi, i politici!

È di oggi la notizia dell’approvazione bipartisan PDL (!!!) – PD di un testo volto a permettere il cosiddetto “divorzio breve”: ci vorrà solo un anno di tempo per dirsi addio, due nel caso in cui la coppia abbia figli minori.

Le uniche voci di protesta si sono levate dalla Lega e da Paola Binetti (UDC). Com’è possibile? Dov’è finito il PDL che difende i valori che costituiscono la base della società?

In Italia, secondo i dati Istat del 2009, finisce male più di un matrimonio su quattro. Perché?
Le motivazioni possono essere molte: si compie la scelta troppo “alla leggera” (tanto, se va male, cambio); non si è più capaci di sacrificio: amare vuol dire donarsi, e non sempre è facile; si è perso il valore sacramentale del matrimonio; la società incentiva il divorzio; l’egoismo impera… E via discorrendo.

Ma quali sono le conseguenze dei comportamenti che vanno contro l’istituto familiare? Anche in questo caso, le conseguenze sono moltissime e di vasta portata.

In primo luogo, sotto il versante economico. Divorziare costa: retribuire gli avvocati, mantenere due case invece che una, pagare gli assegni di mantenimento (sono noti molti casi di padri divorziati costretti a girare l’intero stipendio alla ex moglie e ai figli, senza poter mantenere nulla per sé)…

In seconda istanza, sotto il profilo demografico.
Meno famiglie corrisponde a meno figli. Se nascono meno bambini, la società invecchia e non si ha il dovuto ricambio generazionale. Se non si hanno forze giovani pronte a sostituire gli anziani significa che in pochi si ritrovano a pagare la pensione di molti, i quali – a loro volta – vedranno l’età del pensionamento innalzarsi sempre di più. Finché, inevitabilmente, prima o poi si avrà la paralisi dell’intera società.

Inoltre, non secondarie sono le conseguenze della disgregazione della famiglia riscontrabili sul piano educativo.
Per i bambini – e soprattutto per quelli compresi in un’età che va dai tre ai sei anni – avere due figure di riferimento (una maschile e una femminile) è di fondamentale importanza per la costruzione di un’identità equilibrata e solida.
Come può crescere in maniera sana un bambino che passa un giorno in una casa e un giorno in un’altra? Che non ha punti di appiglio fissi? Che magari si trova improvvisamente costretto a relazionarsi con “il/la compagno/a di mamma/papà”? E, perché no, anche con fratellastri mai visti prima?
Sempre più spesso, nelle scuole, si assiste a scene in cui il bambino viene consegnato al mattino con uno zainetto, perché al termine della giornata passerà a prenderlo l’altro genitore per portarlo a casa sua… che tristezza!

Tutto questo senza soffermarsi sull’aspetto morale della separazione e del divorzio, che richiede una trattazione a sé.

Quel che importa sottolineare, in conclusione, è che distruggere la famiglia equivale a sancire una pena di morte per l’intera società, di cui l’istituto familiare costituisce le fomdamenta.
Solo che gli effetti si vedranno nel tempo, quindi alcuni ritengono non sia doveroso rifletterci ora…

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