Cose di questi giorni, cose dell’altro mondo

Delle lunghe cinque serate di Sanremo 2012 avrò visto la diretta per un totale di forse trenta minuti. E mi sono bastati.

L’edizione del Festival di quest’anno, diretta da un invecchiato Gianni Morandi – per il quale è proprio il caso di dire “c’era un ragazzo” che era (ed è) bravo a fare il cantante, ma che se la cava maluccio come presentatore – ha riproposto fedelmente la situazione della televisione italiana e della società nel suo complesso.

Il conduttore oltre i settanta è un fatto perfettamente in linea con una società sempre più vecchia; le figure femminili praticamente assenti e – se presenti – messe sul palco esclusivamente per mostrare le loro avvenenze; le interviste a vari personaggi “famosi” o sportivi vuote e insignificanti, come si pretende che siano i dialoghi televisivi per non annoiare la gente e indurla a cambiare canale; i cantanti, che avrebbero dovuto essere i veri protagonisti del Festival della Canzone italiana, ridotti a comparse…

E poi c’è stato lui, Adriano Celentano. Il molleggiato, il predicatore. Il grande e vero “caso” di Sanremo 2012.
Protagonista prima dell’avvio del Festival per via della sua dubbia partecipazione allo stesso e in relazione allo stratosferico compenso che alla fine, pare, il cantante devolverà in beneficienza (ma, come ha ben sottolineato Giuliano Ferrara in una puntata di Radio Londra, non tutte le realtà meritano di essere supportate, occorre fare dei distinguo…).
Criticato duramente durante le cinque giornate in diretta su Rai1 per le esternazioni espresse sulle testate “cattoliche” Famiglia Cristiana ed Avvenire.
E, presumibilmente, criticato anche nel corso dei prossimi giorni, quando tutti i giornalisti tenteranno di stendere un bilancio complessivo del Festival.

Ho rivisto su YouTube i due interventi di Adriano Celentano, quello di martedì e quello di sabato sera.

Forse la Rai non avrebbe dovuto dare a Celentano carta bianca e permettergli, quindi, di fare un monologo “privato” su un canale “pubblico”.
Inutile che la direzione Rai si lamenti, dopo. A delle azioni corrispondono delle conseguenze.

Ma in tutta la faccenda c’è anche un secondo errore, questa volta imputabile totalmente ad Adriano Celentano. Il cantante ha approfittato dello spazio che gli hanno dato, si è vendicato con chi lo aveva criticato e ha trattato temi di cui – in certi contesti e senza le dovute conoscenze – sarebbe meglio evitare di parlare. Inoltre, ha usato un tono piuttosto supponente ed offensivo: le critiche ci stanno, ma i modi in cui si fanno sono determinanti.

Questi i presupposti. E se le basi di partenza sono errate è arduo riuscire a tirare fuori qualcosa di buono. Però delle cose giuste Celentano le ha dette.

“I preti e frati non parlano mai del Paradiso. Perché? […] Quasi a dare l’impressione che l’uomo sia nato solo per morire. Ma le cose non stanno così. […] Voi preti siete obbligati a parlare del Paradiso, se no la gente pensa che la vita sia quella che stiamo vivendo oggi. […] Giornali inutili, come Avvenire e Famiglia Cristiana andrebbero chiusi definitivamente. Si occupano di politica e delle beghe del mondo, anziché parlare di Dio e dei suoi progetti e non hanno la più pallida idea di quanto può essere confortante per i malati leggere di ciò che Dio ci ha promesso. Senza contare poi, i malati terminali, che anche se loro non lo dicono sono consapevoli di quello a cui stanno andando incontro”.

Fino a qui Celentano può essere criticato per i modi e i tempi, non per i contenuti.
Che i preti e i frati non parlino più del Paradiso – Celentano pare dimenticare che per andare in Paradiso bisogna aver vissuto in maniera conforme al Vangelo e che non tutti, quindi, ci vanno in automatico… – ma, soprattutto, che non parlino più dell’Inferno, è fin troppo vero. Così come è vero che troppo spesso Avvenire e Famiglia Cristiana si lasciano abbindolare dalle “cose di questo mondo” e si “dimenticano” di seguire fedelmente il Magistero della Chiesa. Errore fatale per testate che si professano “cattoliche”.

Poi Celentano è passato a difendere don Gallo, “[…] che ha dedicato la sua vita, e ancora adesso, per aiutare gli ultimi”. Un’opera meritoria, nulla da eccepire. Ma un prete che non è fedele alla Chiesa e al papa, che sogna il Concilio Vaticano III e il sacerdozio femminile, che pubblica libri in cui in copertina campeggia la sua immagine con indosso la bandiera della pace su sfondo rosso, e via di questo passo, non ci pare adatto, caro Adriano, ad essere citato come rappresentante della compagine sacerdotale.
Di preti onesti e fedeli al Magistero ce ne sono molti, e sono loro che vanno seguiti. Oppure, per essere certi di non incorrere in errore, meglio seguire papa Benedetto XVI.

Questo dunque il succo delle parole pronunciate da Celentano.
Fuori luogo? Certo. Piene di astio e pronunciate per vendetta? Di sicuro. Superficiali? Naturalmente, visto il contesto televisivo. Scomode? Senza ombra di dubbio.
Eppure in parte vere. I preti dovrebbero tornare a parlare dell’Inferno e del Paradiso, per permettere alla gente di convertirsi e vivere rettamente. Le testate cattoliche dovrebbero tornare a parlare di Dio: farlo è possibile, basta guardare all’esempio concreto di riviste come Il Timone, Studi Cattolici o Radici Cristiane o, on-line, al successo de La Bussola quotidiana.

E Celentano dovrebbe parlare meno e cantare un po’ di più, perché come canta lui lo fanno in pochi.

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