Quelle cose che nessuno sa e che tutti cerchiamo. Recensione dell’ultimo libro di D’Avenia.

                                 

 

“Così desidero e voglio ogni giorno giungere a casa e vedere il dì del ritorno”.
Le parole di Ulisse nell’Odissea di Omero sono come una chiave di lettura del secondo romanzo di Alessandro D’Avenia, “Cose che nessuno sa” (ed. Mondadori, euro 19).
E’, per alcuni versi, un romanzo epico, nel senso proprio del termine. E’ un grande viaggio del desiderio dell’uomo di cercare, riconoscere, verificare, amare, stringere, vedere quel tesoro nascosto che nessuno sa e che pure muove le migliori forze della nostra natura e del nostro animo.
“Quello che so è che cerchiamo la vita. Il nostro respiro non ci basta (…) Vogliamo respirare di più, vogliano tutto il fiato di tutta la vita” (pag.165).
Il romanzo è una grande ricerca in cui i protagonisti dovranno uscire da se stessi per afferrare quella bellezza e quella gioia del vivere che non è mai un possedimento, ma neppure un sentimento. E’, piuttosto, quel mistero che si nasconde nelle pieghe delle trame quotidiane e nelle piaghe delle ferite e del dolore che ciascuno porta dentro di sé e che possono preludere al nascimento di una perla impensabile, e che possono indurre ad un amore più grande.
Così, il padre, struggente protagonista assente, cerca lo sguardo di una donna che un giorno lo amò e lo fece innamorare della vita. Si illude di trovare quello sguardo perduto nella seduzione della novità di altri occhi per presumere di continuare a godere della vita, “ma non è di sentirci immortali che abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno d’amore” (pag. 301). Tutto ci rivela che siamo fatti per amare. Anche il nostro peccato.
Margherita, quattordicianni (così lo scrive, tutto d’un fiato), “orfana” di padre come tanti ragazzi, oggi, figli delle illusioni e degli egoismi degli adulti e della loro incapacità di prendersi cura prima ancora che dei figli di quanto hanno incontrato e abbracciato nella vita. Margherita – sembra dirci l’autore – è il segno di quella generazione che è cresciuta da genitori educati dai media e dall’imperativo delle emozioni, continuamente a rischio di essere schiavi della molteplicità delle cose, delle relazioni, degli affetti più che di vivere nel profondo il molto della vita (“non multa, sed multis”).
Margherita è, soprattutto, l’immagine della cercatrice, versione femminile dell’indomito Telemaco. Come direbbe Chesterton: “La vita è la più bella delle avventure, ma solo l’avventuriero ne gode”. Margherita incarna la dialettica tra il cinismo della rassegnazione chiusa nel suo grembo di legno e di solitudine e l’impeto del desiderio.
Aiutata da un dolore non silenziabile e da un insegnante appassionato, questa adolescente, appena salpata nel vasto e agitato mare della vita, si mette in viaggio. Un viaggio del cuore, innanzitutto, una sorta di pellegrinaggio verso la profondità di se stessa. Un parto di sè medesima per afferrare quelle cose che nessuno sa – sì, perché la vita è un viaggio, ma le istruzioni e pure la meta nessuno la indica perché “la vita è un gomitolo aggrovigliato e inestricabile. Chi riesce a trovarne il bandolo è fortunato. …” (pag. 107) – e che pur ne costituiscono il senso, senza il quale vivere si presenta come “liceo, università, lavoro, famiglia, figli, vecchiaia, tomba un percorso lineare che va a finire nello stesso modo: cenere” ( pag. 51).
Non solo, il professore, lui pure alla ricerca di sé medesimo, ma un’amica , compagna di scuola e un giovane il cui dolore è la sola forma di amore rimasto, l’aiutano ad intraprendere il viaggio della vita. Lei, involontariamente, convocandoli come pezzi di un puzzle da ricomporre, li invita a fare altrettanto. Ciascuno, solo apparentemente sconnesso dall’altro, deve prendere il largo perché come direbbe E. Lee Master “dare significato alla vita può sortire follia, ma la vita senza significato è tortura dell’irrequietezza e del desiderio vago – è una nave che anela il mare eppur lo teme”.
D’Avenia, pur nella trama cedendo ad un copione che lo vuole associato alla letteratura di Moccia, in realtà si dimostra conoscitore dell’inquietudine che si agita nel cuore di un giovane, più in generale dell’uomo. Senza voler essere un romanzo moralizzatore offre comunque alcuni riferimenti solidi come ad indicare al lettore un punto di ripartenza per uscire dalla crisi, quella che è permanente nella vita dell’uomo fin quando non trova la solidità dell’amore e del senso della vita.
La nonna Teresa, con la sua saggezza popolare e una fede semplice e riconciliata, costituisce una sorta di richiamo ad un’umanità plasmata dalla sapienza cristiana. Una donna, Teresa, che come tutta una generazione non sa tante cose, ma che ne aveva intuito le più grandi. L’educazione non procede attraverso nozioni, ma attraverso il racconto della propria vita, attraverso una testimonianza che non sia un compiacimento di sé, ma aiuti a comprendere l’unica regola della vita e di Dio: “che tutto ciò che accade, bello o brutto che sia, generi un amore più grande” (pag 172).
Similmente, Marina, una madre di famiglia cristiana, capace addirittura di farsi il segno della croce a tavola e di aver messo al mondo cinque figli, diviene allo stesso tempo un segno di contraddizione, il segno della possibilità di una vita che non si sbriciola perché ancorata e salda in alcuni valori.
Infine il piccolo fratello di Margherita. A lui e alla sua semplice, profonda naturale ingenuità, l’autore affida il compito di dare luce alle pagine più buie della vita.
Un romanzo, quello di D’Avenia, il secondo dopo “Bianca come il latte e rosso come il sangue”, in cui i protagonisti, pur in una prosa profondamente differente dal primo, solo apparentemente sono gli adolescenti, ma in loro, nel loro cuore assetato di verità e di bellezza, di luce e di grandezza, pur in mezzo alla consapevolezza dei limiti e delle lacrime, l’autore parla di me.

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