Parini e la moda, l’illuminismo, la pudicizia e l’aborto

Giuseppe Parini, poeta milanese vissuto nel Settecento (1729-1799), è noto soprattutto per il suo poema in endecasillabi sciolti Il Giorno, ove critica la nobiltà oziosa del suo tempo.

Parini compose però anche alcune bellissime odi, che ben dimostrano il suo oraziano equilibrio tra uno stile di stampo classico e delle idee in parte conformi alle istanze illuministe. In questi testi Parini tratta moltissimi temi, alcuni d’occasione, altri frutto del suo ingegno.

Nello specifico, nell’ode A Silvia, composta alla fine dell’inverno del 1795, Parini tocca alcune tematiche tutt’oggi di profondo interesse.

L’Autore esordisce denunciando l’irrazionalità dei comportamenti dettati dalla moda (“femminei riti”, v. 18), che portano le dame a compiere comportamenti che mal si adattano all’inverno ancora in corso.

In seguito, Parini passare ad un’aperta condanna della Rivoluzione Francese (“secol spietato”, v. 34), che ha estremizzato all’eccesso alcuni dei principi illuministi in cui lo stesso poeta credeva, con esiti abominevoli.

Nella seconda parte dell’ode, l’Autore volge i suoi versi contro le donne licenziose – quelle
del tempo dei romani, come della sua contemporaneità – che sacrificano la loro umanità e pudicizia e che compiono misfatti terribili, opponendosi al corso naturale degli eventi praticando l’aborto e usando anticoncezionali (vv. 104-108).

 

A Silvia

 

Perchè al bel petto e
all’omero

Con subita vicenda

Perchè, mia Silvia ingenua,

Togli l’Indica benda,

(5) Che intorno al petto e
all’omero,

Anzi a la gola e al mento

Sorgea pur or, qual tumida

Vela nel mare al vento?

Forse spirar di zefiro

(10) Senti la tiepid’ora?

Ma nel giocondo ariete

Non venne il sole ancora.

Ecco di neve insolita

Bianco l’ispido verno

(15) Par che, sebben
decrepito,

Voglia serbarsi eterno.

M’inganno? O il docil animo

Già de’ feminei riti

Cede al potente imperio:

(20) E l’altre belle
imiti?

Qual nome o il caso o il genio

Al novo culto impose,

Che sì dannosa copia

Svela di gigli e rose?

(25) Che fia? Tu arrossi?
E dubia,

Col guardo al suol dimesso,

Non so qual detto mormori

Mal da le labbra espresso?

Parla. Ma intesi. Oh barbaro!

(30) Oh nato da le dure

Selci chiunque togliere

Da scellerata scure

Osò quel nome, infamia

Del secolo spietato;

(35) E diè funesti augurii

Al femminile ornato;

E con le truci Eumenidi

Le care Grazie avvinse;

E di crudele immagine

(40) La tua bellezza
tinse!

Lascia, mia Silvia ingenua,

Lascia cotanto orrore

All’altre belle, stupide

E di mente e di core.

(45) Ahi, da lontana
origine,

Che occultamente noce,

Anco la molle giovane

Può divenir feroce.

Sai de le donne esimie,

(50) Onde sì chiara
ottenne

Gloria l’antico Tevere,

Silvia, sai tu che avvenne;

Poi che la spola e il Frigio

Ago e gli studj cari

(55) Mal si recàro a tedio

E i pudibondi Lari;

E con baldanza improvvida,

Contro a gli esempi primi,

Ad ammirar convennero

(60) I saltatori e i mimi?

Pria tolleraron facili

I nomi di Terèo

E de la maga Colchica

E del nefario Atrèo.

(65) Ambìto poi spettacolo

A i loro immoti cigli

Fur ne le orrende favole

I trucidati figli.

Quindi, perversa l’indole,

(70) E fatto il cor più
fiero,

Dal finto duol, già sazie,

Corser sfrenate al vero.

E là dove di Libia

Le belve in guerra oscena

(75) Empièan d’urla e di
fremito

E di sangue l’arena,

Potè all’alte patrizie

Come a la plebe oscura

Giocoso dar solletico

(80) La soffrente natura.

Che più? Baccanti, e cupide

D’abbominando aspetto,

Sol dall’uman pericolo

Acuto ebber diletto:

(85) E da i gradi e da i
circoli

Co’ moti e con le voci,

Di già maschili, applausero

A i duellanti atroci:

Creando a sè delizia

(90) E de le membra
sparte,

E de gli estremi aneliti,

E del morir con arte.

Copri, mia Silvia ingenua,

Copri le luci; et odi

(95) Come tutti passarono

Licenzïose i modi.

Il gladiator, terribile

Nel guardo e nel sembiante,

Spesso fra i chiusi talami

(100) Fu ricercato
amante.

Così, poi che da gli animi

Ogni pudor disciolse,

Vigor da la libidine

La crudeltà raccolse.

(105) Indi a i veleni taciti

Si preparò la mano:

Indi le madri ardirono

Di concepire in vano.

Tal da lene principio

(110) In fatali rovine

Cadde il valor la gloria

De le donne Latine.

Fuggì, mia Silvia ingenua,

Quel nome e quelle forme,

(115) Che petulante
indizio

Son di misfatto enorme.

Non obliar le origini

De la licenza antica.

Pensaci: e serba il titolo

(120) D’umana e di pudica.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.