Delirio d’onnipotenza

di Raffaella Frullone

Quando mi prende mi parte l’embolo. E siccome mi prende con una frequenza pari a 5-6 volte al minuto, mi sto convincendo che sia preoccupante. Solo che è più forte di me, chiamatela natura, istinto, non lo so, ma credo che la mia patologia sia ormai in stato avanzato e soprattutto irreversibile.

A consolarmi resta il fatto che da quello che vedo ne è affetto gran parte del genere femminile, quindi i casi sono due, o è un difetto di fabbrica, e allora chiedo un intervento della Casa madre, che ci richiami, come è successo in Francia per le protesi al seno,e ripari il guasto, oppure è giunto il momento di una class action per chiedere almeno che le terapie siano almeno mutuabili.

Dal fuori può addirittura sembrare un pregio: la nostra sensibilità, dico, l’empatia, la partecipazione alle gioie e soprattutto ai drammi di chi ci sta vicino (ma anche non vicinissimo), l’irrefrenabile istinto di prendere il fazzoletto e soffiare il naso se vediamo un bambino con la candela a mezza bocca, anche se il bambino in questione è a 10 metri da noi, dall’altra parte della strada e cammina con due sconosciuti, l’indomabile desiderio di attraversare la tangenziale est alle 9 di mattina per accompagnare la migliore amica dal ginecologo anche se ha soltanto una piccola ciste, sfidare la ressa dei saldi per comprare la sciarpa di seta rossa così necessaria alla nostra vicina di casa che ha il colloquio della vita.
Alzarsi si scatto e iniziare a correre dove c’è bisogno.E’ che se non lo facciamo ci si contorce il fegato e ci si chiude lo stomaco ( a dire il vero il mio sia apre ancor di più, ma fa parte delle famose eccezioni), non riusciamo a rimanere indifferenti.
Uno dei casi più gravi è la mia amica Jessy, e lo si vede davanti allo schermo, uno qualsiasi. Che sia il cinema, o la tv, lo schermo del pc, anche spento, lei si commuove. Piange. Non è che piange solo guardando “Via col vento”, o “Shindlers’ list” no, l’ho vista piangere al cinema mentre guardava “Ace Ventura”, gli occhi si inumidiscono quando sente il tg, addirittura ho visto le lacrime fare capolino durante il Meteo di Bergamo tv o quando suo padre mette le notizie del televideo sulla pagina del traffico.

E’ che noi siamo così, istintivamente partecipiamo. Ecco perché aspettiamo per anni il principe azzurro, perché abbiamo partecipato così tanto alle favole che abbiamo sentito da piccole che le facciamo nostre. Il sintomo che mi, anzi ci, prende è la risposta a questa reazione di empatia, e si chiama delirio di onnipotenza.

Lo so che qualcuna starà tentando di negare, e questo è uno dei sintomi chiave dell’irreversibilità della patologia da cui, in misura diversa, tutte siamo affette. Funziona così. Accade che incontri l’amica del cuore che va al suo primo appuntamento e ha un’unghia scheggiata? Se potessi non solo le faresti la manicure tu stessa, ti mozzeresti la mano con le unghie laccate per non metterla in questa drammatica situazione. La collega è in difficoltà per gli orari di lavoro e deve andare a portare la madre in ospedale? Vorresti contemporaneamente fare il lavoro al posto suo, e accompagnare la madre in ospedale.

Un’ amica del liceo ti chiama e ti dice che le hanno trovato la tiroide di Hashimoto? Mentre ancora stai parlando con lei al telefono sei già su internet a studiare la malattia nel frattempo col telefono stai già facendo il numero dell’amico gastroenterologo dell’ospedale x che sicuramente ti può dare il numero di un endocrinologo all’altezza da dare alla tua amica. Incontri dal
panettiere la tua vicina di banco delle medie che ti racconta di aver scoperto, a due mesi dal matrimonio, che il futuro marito ha dei seri problemi di alcolismo? Molli il pane, dimentichi il resto, congeli momentaneamente il fatto che di lì a due ore devi consegnare una relazione di 70 pagine e tiri fuori dalla borsa l’agenda di 5 anni fa sulla quale avevi appuntato il numero di un amico che lavora al servizio alcolisti anonomi, lo chiami e due minuti dopo sei in macchina che accompagni la promessa sposa.

Funzioniamo più o meno così. Solo più velocemente e con più cose e insieme. Qualcuno, ad un certo punto della vita, ci deve aver convinto che noi siamo su questa terra per salvare il mondo. Fortunatamente le cabine telefoniche sono in via d’estinizione, altrimenti vedremmo di continuo delle donne entrarci vestite normalmente e uscire con la tutina da Wonderwoman, naturalmente corredata di tacco 12 gridando “ci penso io” e cercando di risolvere qualunque situazione possa causare il più piccolo dei dispiaceri ad una persona a noi cara, ma obiettivamente anche non carissima, direi anche quasi estranea.

E questa è solo la prima, inquietantissima fase, perché poi immancabilmente succede che se la persona che noi abbiamo deciso di
volere a tutti costi salvare non mette in atto esattamente il consiglio che le abbiamo dato noi, che ovviamente è l’unico in grado
di dare una svolta alla sua esistenza, ecco che ricomincia a contorcersi il nostro fegato. Il delirio di onnipotenza infatti fa
malissimo, crea stati d’ansia, sudorazioni, battito accelerato, insonnia, deliri di ogni ordine e grado (lo dico per tutte: inseguire
con una macchina altrui, il marito/fidanzato/partner di denominazioni varie di un’amica, solo perché nella tasca del suo cappotto è finito un evidenziatore rosa quindi sicuramente ha l’amante, è delirante).

E se questo succede per i problemi gestionali, relazionali ed estetici, immaginiamoci che fine fanno i nostri organi interni quando
una persona a noi cara sta male. Quando vorremmo essere un medico per monitorare tutto, un ricercatore per cercare la cura giusta, l’inferimiere che sa esattamente di cosa c’è bisogno e soprattutto, vorremmo essere noi a soffrire al posto suo. Ed è il nostro cuore che si stringe quel dolore che sentiamo di fronte ad una persona cara ferita, o sola. E di nuovo vorremmo soffrire al posto suo.

Dopo 30 anni comincio vagamente a intuire due cose, la prima è che non si può. La seconda è che dovrei comprarmi una di quelle magliette che girano da qualche anno: “Dio esiste, ma non sei tu, rilassati…”.

E’ che a forza di affrontare i problemi in modalità multitasking h24 ci siamo convinte di poter controllare e modificare ogni cosa, purtroppo, o anzi direi per fortuna, non è così.

Esistono le famose vie del Signore, che oltre ad essere infinite, sono pure sconosciute, perché se le conoscessimo in anticipo, come minimo prenderemmo la strada opposta. Esisterebbe anche il cammino di ciascuno, e Dio, oltre ad avere il tempo di occuparsi di noi, pare che lo faccia anche con gli altri e a volte le cose che accadono, sono parte del progetto divino sulle vite, appunto, degli altri. Detto altrimenti, a volte potrebbe anche essere che non stia parlando con noi e che il nostro intervento sia fuori tema.

Ammetto che mi ci è voluto un po’ a capirlo, ma quando è successo che per aiutare un’amica a ritrovare la serenità col marito dopo un periodo di tensione è finita che non solo non si erano riavvicinati, ma avevano iniziato a litigare coi figli, i genitori e i parenti fino al quarto grado un dubbio mi è venuto, ma non è stato sufficiente. Il Signore mi ha dovuto mettere sulla strada un cartello catarifrangente con la scritta: “Ci penso io” sbarrata, tipo divieto di accesso. C’era anche il sottotitolo in scorrimento: “hai già fatto abbastanza danni, fermati. Apprezziamo le buone intenzioni, ma non il resto”.

Ovviamente generalmente il cartello stradale non lo vedo e se lo vedo non lo leggo, perché sono una donna, così il Signore, nella sua infinita misericordia, sta lì e pazienta. E magicamente, ad un certo punto, qualunque sia il problema, dalla ricerca del parcheggio fuori dall’ospedale all’orario visite, alla diplomazia necessaria per salvare il matrimonio altrui, dicevo a un certo punto perfino io riconosco che non ce la posso fare. Così alzo bandiera bianca, ripongo nella cabina armadio il vestito da WonderWoman e tiro fuori il Rosario e, finalmente, se riesco a non distrarmi pensando a cosa farò dopo il lavoro, cerco di fare l’unica cosa che mi resta: affidare tutto alla Madonna e al Signore. Tutti i drammi del giorno, i desideri inespressi, i dolori e le fatiche di chi mi sta intorno.

Nonostante tutte le volte in cui io sia stata ascoltata, ancora fatico a capire che questa è l’unico autentico modo per aiutare le persone a me care e che senza questo, ogni eroico sforzo, risulta inutile.
Fossi stata io uno dei Magi mi sarei messa a calcolare la strada più breve, a fare il tragitto più confortevole, e certamente non mi sarei presentata con un solo regalo, ma almeno con 75 oggetti diversi che vanno dal tiralatte alla crema per le smagliature, avrei perfino portato nella mangiatoia un fornetto elettrico. Soprattutto concentrata come sono sulla dimensione orizzontale, non avrei visto l’enormità di stella che mi stava sopra la testa, enorme e dieci volte più luminosa del cartello catarifrangente.
Per fortuna non ci ho pensato io, per fortuna ci ha pensato Lui.

Da http://costanzamiriano.wordpress.com

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Author: Libertà e Persona

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