Amicizia, compagnia e solitudine: Pietro Verri docet

Avere degli amici e godere della loro compagnia sono due avvenimenti comuni nella vita di tutti gli uomini, o quasi.
Ebbene, pur nella loro semplicità, entrambi gli aspetti sono sempre stati oggetto di studio da parte di filosofi e letterati. “Perché?”, si domanderanno alcuni. Il motivo principale è che l’amicizia, lo stare in compagnia e, all’opposto, il saper stare in solitudine sono specchio dell’interiorità degli individui.

A queste tematiche dedicò due articoli il milanese Pietro Verri sulla rivista Il Caffè.
Anche se si tratta di scritti della seconda metà del Settecento – ovvero redatti in un periodo in cui l’ideologia illuminista aveva il monopolio culturale – le riflessioni proposte da Verri appaiono estremamente interessanti e denotano uno studio dell’animo umano molto profondo.
Inoltre, molte delle idee sostenute dall’Autore sono tutt’oggi riscontrabili nel vivere quotidiano.

Nell’articolo La buona compagnia Pietro Verri sostiene che il bisogno di stare con gli altri è una necessità artefatta, sconosciuta a molte società.
Inoltre, l’Autore afferma che vi sono due tipi di “compagnie”: quelle “buone”, con le quali si trascorre piacevolmente il proprio tempo, e quelle “cattive”, che il tempo lo fanno trascorrere male. La discriminante tra l’una e l’altra compagnia è legata all’Amor proprio dei singoli: se esso non viene offeso si sta bene, altrimenti no.
Perché una compagnia sia “buona”, e dunque salvaguardi l’Amor proprio di ogni persona che ne prende parte, occorre che essa sia simile ad un governo democratico, ad un’aristocrazia clemente, oppure ad una moderata monarchia. Il dispotismo – dove un solo individuo assume il monopolio della conversazione e fa il “professore” – e l’anarchia – dove ognuno parla e gesticola, senza curarsi degli altri – sono due modi di stare assieme che vanno invece banditi, in quanto provocano tristezza, noia e amarezza.
Per essere apprezzati in compagnia, prosegue il Verri, è necessario porre attenzione a tre comportamenti: per prima cosa non si deve assolutamente impadronirsi della conversazione, dando luogo ad un deplorevole dispotismo; in secondo luogo, è buona norma dare risalto a ciò che di pregio dicono gli altri; da ultimo, infine, per essere apprezzati al massimo grado bisogna “fare i Socrate”, ossia cercare di tirare fuori il meglio dalle persone che ci circondano.
Naturalmente, dato che la “buona compagnia” è formata esclusivamente da uomini onesti e virtuosi, la maldicenza sugli assenti va assolutamente bandita: è vero che essa può, in prima battuta, provocare piacere, ma alla fine conduce sempre a provare una sorta di risentimento nei confronti dell’accusatore.
Inoltre, anche gli scherzi vanno fatti con la dovuta misura: la celia deve rimanere ben distinta dall’ingiuria, quindi si deve stare molto attenti a colpire solo i difetti altrui che presuppongono una virtù.

Se nello stare assieme si seguono queste piccole “regole” di condotta, ecco allora che la compagnia altrui diventa realmente un ristoro per la vita quotidiana. Diversamente, la noia, la malinconia e il disprezzo avranno il sopravvento.

Nello scritto Pensieri sulla solitudine, pubblicato anch’esso su Il Caffè, Pietro Verri analizza invece con profondità l’atteggiamento opposto allo stare in compagnia.
Il pensiero di fondo dell’Autore è che sia giusto alternare lo stare in società alla solitudine, senza rimanere immobili nella stessa condizione per un periodo prolungato di tempo.
Solo stando in società, infatti, è possibile acquisire nuove idee e modellare le proprie convinzioni con quelle altrui; di contro, tuttavia, solo in solitudine è possibile fare ordine tra i propri pensieri e togliere la “maschera” che si è costretti ad indossare con gli altri: quando si è da soli si è perfettamente liberi, ci si può consacrare a sé e si ha il tempo per esaminarsi nel profondo e perfezionarsi.
La solitudine, insomma, dona all’animo il vigore necessario per esercitare la virtù e, se ben alternata con la socievolezza, consente agli uomini di essere migliori e più felici.
Non tutti, però, sono in grado di stare da soli, faccia a faccia con se stessi: solo chi è in grado di rispondere ai propri sentimenti è capace di solitudine; tutti gli altri hanno il costante bisogno di stare in società e sacrificano tutta la loro vita – esteriore ed interiore – a questo futile bisogno.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.