Vincere la crisi, ricetta familiare

“Fragile, isolata ed eterodiretta”. Tre parole che il CENSIS, in una recente indagine, utilizza per definire la  società italiana, tutt’altro rispetto ad  una canzonetta di qualche anno fa che rimandava a tre parole come “sole, cuore e amore”.

Perdonate questo paragone, ma a furia di analisi catastrofiche vien voglia di evadere un po’. Tra lo spread che s’impenna, la pensione che non arriverà mai e la tecnocrazia al potere, un povero cittadino resta frastornato. C’è in giro un’aria un po’ seriosa, un clima imposto da una crisi economica imponente, e le famiglie, a forza di stangate e stangatine, sono sempre più con il fiato corto: della famiglia se ne interessano quasi tutti, ma restano molte parole e pochi fatti.

A parte la crisi, la famiglia ormai è come uno di quegli arnesi che vengono tirati fuori per fare bella figura, per accalappiare un po’ di voti dalla tribù cattolica, o per far carriera, ma la verità è che la famiglia sta “come d’autunno sugli alberi le foglie”.

D’altra parte hai voglia a far sacrosante battaglie culturali su “principi non negoziabili”, lotta all’aborto e contro l’eutanasia, ma se non c’è più la famiglia a fondamento della società, si parla al vento, o quasi. E meno male che qualcuno continua a battersi.

Oggi, per affrontare l’argomento “crisi della famiglia”, sembra non sia possibile far a meno di dati statistici, in preda ad un furore dei numeri per cui, in una specie di rito, ci si inchina davanti alla loro fredda e schiacciante testimonianza. In effetti i numeri parlano chiaro rispetto alla crisi della famiglia, ma c’è anche un altro ordine di testimonianza che, almeno i cattolici, dovrebbero meditare  per tentare di capirci qualcosa. Mi riferisco ovviamente ai santi.

Recentemente Benedetto XVI ha ricordato come esiste una relazione tra “eclissi di Dio e crisi della famiglia”, perché “con Dio o senza Dio tutto cambia”. I santi sono coloro che hanno vissuto questa differenza in modo evidente, talmente evidente che ci sono anche dei segni straordinari – i miracoli  – che attestano questa familiarità con Dio. Due coppie di sposi sono state recentemente beatificate dalla Chiesa Cattolica: i Beati Beltrame Quattrocchi, nel 2001, e i Beati Martin, genitori di S. Teresa di Lisieux, nel 2008.

Il loro esempio è interessante sotto molti aspetti, ma vado subito al sodo: partecipavano alla S. Messa tutte le mattine, frequentavano direttori spirituali e confessori, amavano letture spirituali e pellegrinaggi, educavano i figli nella fede (a parte S. Teresa di Lisiex, quasi tutti i figli di queste due coppie hanno ricevuto il dono della vocazione religiosa o sacerdotale), non disdegnavano digiuni e penitenze. Nel frattempo lavoravano, soffrivano, andavano in vacanza, si ammalavano, insomma vivevano “nella buona e nella cattiva sorte” come tutti i mortali, eppure applicavano una semplice regola: il primato di Dio.

La signora Martin diceva spesso che “Dio è il Maestro”, il signor Martin gli faceva eco ripetendo che “Dio è il primo servito”; le righe che seguono, invece, sono state scritte dalla Beata Maria Beltrame Quattrocchi in una lettera inviata al figlio don Tarcisio nel 1926.

Più vado avanti, mio caro, più sento quanto Dio è la sola, la grande, la virile forza ove ogni dolore si sopporta, ogni lotta si vince, ogni amarezza si placa. Dio solo, la conoscenza di Lui e di Lui in noi è il solo scopo. Il vuoto di tutto il resto per far posto a Lui, il solo mezzo.

E se fosse questa la ricetta giusta per vincere la crisi economica, essere fedeli, educare i nostri figli, custodire i nostri vecchi e progettare il bene comune?

E’ Natale, occorre “il vuoto di tutto il resto per far posto a Lui”.

 

 

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