Un Dio che fa pietà

​Da alcuni decenni a questa parte si è diffusa in certi ambienti cattolici una concezione di Dio, la quale intendendo sottolineare nel mistero dell’Incarnazione l’umanità di Cristo nella sua fragilità, afflitta dalla povertà e dalla violenza che ha subìto dai potenti, finisce per attenuare o dimenticare la divinità dei suoi attributi dell’onnipotenza, maestà, trascendenza, impassibilità.

​Sembra riapparire una delle prime eresie che colpirono il cristianesimo sin dal suo primo sorgere: quella degli “ebioniti” dall’ebraico “ebion” che significa “povero”: probabilmente la reazione esagerata di una corrente di cristiani nei confronti dell’attesa ebraica di un Messia potente, condottiero, vendicatore dei nemici di Israele, trionfatore politico e militare.

​Il moderno ebionismo, rappresentato per esempio da Sergio Quinzio e Simone Weil, sembra invece causato dal turbamento provato da molti nei confronti delle immani sofferenze che hanno colpito l’epoca moderna o a causa di cataclismi naturali o ancor più a causa della malvagità umana, per esempio nei due conflitti mondiali, nelle vittime del comunismo staliniano o nello sterminio degli Ebrei nel secolo scorso. Si è posto drammaticamente un quesito ricorrente nella storia del cristianesimo e delle stesse religioni: ma se Dio è buono e onnipotente, come mai ha permesso tanto dolore e tante ingiustizie senza intervenire a liberare i sofferenti o a castigare i malfattori?

​A parte coloro che in base a queste constatazioni sono caduti nell’ateismo, c’è stato chi ha creduto opportuno per salvare la propria fede in Dio, di riformare l’idea stessa di Dio in base ad una certa concezione stessa del mistero dell’Incarnazione, ossia del Dio fatto uomo in Cristo: senza voler abbandonare l’idea di un Dio buono, ci si è ritenuti costretti ad abbandonare l’idea di un Dio onnipotente. Ne è venuta fuori la concezione di un Dio debole, impotente, sofferente, disgraziato, oppresso tra gli oppressi, miserabile tra i miserabili. Un Dio che viene compassionato. Quindi non un Dio che abbia pietà di noi, che con la sua potenza ci liberi dal peccato e dalla sofferenza, ma un Dio che, sventurato e debole com’è, ha bisogno Egli stesso di essere compassionato ed oggetto di pietà.

​Non si riesce più a vedere un Dio buono e onnipotente nel Dio che permette il peccato e la sofferenza, l’oppressione dei poveri da parte dei potenti, la violenza dei malvagi contro gli innocenti, l’insuccesso degli onesti rispetto al trionfo degli empi, dei furbi e degli arroganti. Si è persa la comprensione della sapienza e dell’efficacia del piano divino della salvezza, così come ci è stato insegnato da Gesù Cristo, ci è trasmesso dalla Chiesa ed è vissuto dai santi.

​ Certamente questo piano può essere compreso solo nella luce della fede, per quanto esso, dovutamente presentato, possa essere accettato anche dalla la ragione. Ma indubbiamente la teologia deve fare un notevole sforzo per presentare alla ragione argomenti di convenienza ed occorre una fervente testimonianza cristiana perché quel piano appaia credibile agli occhi di chi non lo conosce.

​Tuttavia, come ci suggeriscono S.Agostino prima e S.Tommaso poi, a riflettere attentamente e limpidamente sulla struttura di questo piano e sugli effetti che esso produce nella storia del cristianesimo, ci si accorge che il fatto che Dio permetta il peccato e la sofferenza non implica un Dio cattivo o impotente, cosa metafisicamente impossibile ed empia al solo pensarlo, ma ci fa conoscere meglio e la sua bontà e la sua potenza.

​Infatti, osserva l’Aquinate, col peccato originale l’umanità era caduta in uno stato umanamente irrimediabile di miseria e di lontananza da Dio, che era la giusta punizione del peccato, da Dio stesso minacciate nel caso che i progenitori avessero mangiato dell’albero del bene e del male. Quindi a rigor di giustizia l’umanità non poteva sporgere alcun reclamo o esprimere alcuna protesta nei confronti di Dio, quasi che Egli fosse stato ingiusto o crudele.

​Ma, continua S.Tommaso, Dio è bontà infinita e, come racconta la stessa Scrittura, Egli ha avuto pietà dell’uomo promettendo il perdono, la riparazione e la salvezza. Tuttavia, siccome l’uomo da sé non poteva riparare, considerando lo stato della sua miseria e la gravità del colpa commessa, ecco che il Padre ci ha donato un Riparatore, un Espiatore, Nostro Signore Gesù Cristo, il quale ha appunto pagato per noi l’infinto debito del peccato, “placando l’ira” del Padre, ed ottenendoci non solo il perdono dei peccati, cosa che già di per sé ci avrebbe restituito la dignità perduta e ci avrebbe ridonato una piena felicità naturale, ma anche un’ulteriore grazia da parte del padre, il Quale, nella sua bontà, ha voluto aggiungere, grazie all’opera di Cristo, il dono, nel Figlio, della figliolanza divina, ovvero della vita eterna, consentendo all’uomo di partecipare della sua stessa vita divina mediante il conferimento della grazia soprannaturale nella comunione di vita della Chiesa.

​Il Dio vero, ossia il Dio veramente cristiano, è un Dio che vince il male e libera dal male, ma lo fa non solo con azioni buone indipendenti dall’esistenza del male, ma anche utilizzando il male stesso, dal quale ricava un maggior bene: in Cristo dà alla sofferenza una funzione ed un fine salvifico, e cancella il peccato con il perdono. Dunque, il Padre, nel condurre l’uomo ad una vita di figlio, superiore a quella che ci sarebbe stata se il peccato non ci fosse stato, dimostra una grandissima bontà. E ottenendo dal male, in sé improduttivo, un bene maggiore, dimostra la sua onnipotenza, perché questo atto comporta il potere creativo, proprio solo di Dio.

​Invece un Dio buono ma impotente, un Dio che non riesce a vincere il male ma ne è vittima come l’uomo peccatore, è un Dio che non appare trascendere le forze umane, appare un Dio dalla bontà limitata. Che può fare questo Dio? Certo promuovere il bene e respingere il male, ma alla fine è costretto a cedere e a convivere col male, se non col male di colpa, giacchè è buono, quanto meno col male di pena, perché non riesce ad impedirlo né ne ha la forza, come ce l’ha il vero Dio cristiano, di trarre da quel male un bene maggiore.

​E lo stesso male del peccato non può esser perdonato, perché il perdono del peccato suppone un Dio onnipotente, per cui la colpa diventa inespiabile e quindi anche la pena non può essere rimessa o sarebbe ingiusto se fosse rimessa. Quale virtù divina resta in questo Dio? Sembra restare solo la compassione per chi soffre, stare accanto ai sofferenti. Un sofferente tra i sofferenti.  

​Viene in mente la concezione buddista della liberazione. Anche qui la virtù più alta è la compassione, perché il male non può essere vinto. O se si può parlare di vittoria sul male, questa può sorgere dal nirvana, che estingue tutti i desideri, per cui il male viene ad apparire alla fine una vana sembianza che si dissolve davanti all’illuminazione della verità assoluta ma ineffabile propria del nirvana.

​C’è da chiedersi se questa pretesa di compassionare un Dio sofferente che non sa liberarci dal male, anziché concepire un Dio che ha pietà di noi e ci libera dal male, sia pure in modi difficilmente comprensibili, non nasconda forse, dietro i sentimenti di compassione e solidarietà con chi soffre, un oscuro fatalismo e una spaventosa disperazione, e in fin dei conti la sottile superbia dell’uomo che vuol avere al posto di Dio la parola ultima sul senso del bene e del male in una visuale manichea o gnostica nella quale i due opposti giocano dialetticamente in un’eterna inesorabile ciclicità che si pone al posto dell’Assoluto.

​Per questo alla fine questo Dio buono ma sofferente, oppresso dai violenti e limitato nella sua potenza, incapace di vincere il male, può essere a sua volta la spiegazione dell’esistenza del mondo? Non occorre forse un Dio onnipotente per spiegare l’esistenza dell’universo? Questo la Bibbia lo sa bene. C’è da chiedersi allora che Dio è questo Dio che, oltre a non spiegare e togliere l’esistenza del male, non spiega neanche l’esistenza del mondo e del bene. Potremmo dire che è un Dio che fa pietà.

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