Lemaitre: padre della cosmologia contemporanea



Ogni tanto occorre riscrivere qualche pagina di storia. O per mettere verità laddove hanno prevalso ideologia e disinformazione. Oppure perché si sono trovati nuovi documenti che mettono in discussione antiche certezze. Nel campo della storia delle idee e delle scoperte quello che accade più spesso è il secondo caso

Ogni tanto occorre riscrivere qualche pagina di storia. O per mettere verità laddove hanno prevalso ideologia e disinformazione. Oppure perché si sono trovati nuovi documenti che mettono in discussione antiche certezze. Nel campo della storia delle idee e delle scoperte quello che accade più spesso è il secondo caso.

Così, recentemente, la grande storia degli scienziati appartenenti all’ordine dei Gesuiti, fondati da sant’Ignazio di Loyola, si è arricchita di un nuovo successo. Proprio in quel campo della scienza, l’astronomia, che li ha visti sempre eccellere, sin dai tempi di Galilei, che infatti ottenne i primi riconoscimenti alla scoperte esposte nel Sidereus Nuncius, quando nessuno dei suoi colleghi universitari voleva vedere, proprio dai Gesuiti del Collegio romano. E’ infatti ormai certo che a scoprire per primo che le galassie si allontanano tra loro e che l’universo si espande, non è stato, come si è creduto sino a ieri, l’astronomo americano Edwin Hubble (1889-1953), ma il gesuita belga Georges Lemaitre.

Ne ha cominciato a parlare Sidney Van den Bergh, presidente della Società Astronomica Canadese, sostenendo che in verità le scoperte annunciate da Hubble nel 1929 sull’Astrophysical Journal erano già state anticipate, nella sostanza, proprio da Lemaitre, nel 1927, sugli Annales de la société scientifique de Bruxelles. La scoperta, che sposta un primato dall’America alla vecchia Europa, da un laico ad un religioso, ha fatto dapprima sospettare in un inganno di Hubble, il quale, si è suggerito, avrebbe volutamente ignorato il contributo di Lemaitre, per garantirsi l’ingresso nella storia. L’astronoma Patrizia Caraveo, sul “Sole 24 ore” del 10 luglio 2011, ricordava che l’idea di Lemaitreera una soluzione che non piaceva per niente a Einstein, “i calcoli sono giusti, ma la fisica è abominevole”, aveva detto al giovane e brillante studioso belga… A Lemaitre, invece, l’espansione piaceva perché poteva essere più facilmente conciliata con l’idea della creazione divina”.

Continuava la Caraveo: “Ovviamente non possiamo essere sicuri che Hubble avesse letto l’articolo di Lemaitre, apparso su un giornale letto pochissimo fuori dal Belgio. Forse fu proprio per questo che Eddington decise di dare visibilità al lavoro del suo antico studente (Lemaitre, ndr) facendo pubblicare nel 1931 una traduzione inglese nel ben più diffuso giornale della Royal Astronomical Society. L’intenzione era ottima ma stranamente la traduzione altera il testo originale tagliandone alcuni brani cruciali e rendendolo meno incisivo. Negli archivi del giornale non c’è più alcuna documentazione che possa spiegare l’accaduto e a noi rimane la curiosità di capire chi abbia operato i tagli e perché…Di certo, se Lemaitre avesse pubblicato il suo lavoro su un giornale di maggiore visibilità sarebbe stato molto più difficile ignorarlo e la costante di espansione dell’Universo forse si chiamerebbe di Lemaitre-Hubble”.

Dopo le prime congetture, sul numero di Nature del novembre di quest’anno, l’enigma dei tagli è stato risolto: l’astronomo Mario Livio ha dimostrato che a silenziare la sua scoperta e a non voler rivendicare alcun primato, rispetto ad Hubble, fu, con grande umiltà, lo stesso Lemaitre. Il quale, sempre nel 1927, teorizzava per primo anche il Big Bang: “In principio, la scissione dell’atomo primordiale creò lo spazio e il tempo“.

Big Bang ed espansione dell’universo, come è ovvio, vanno in perfetto accordo. L’idea cosmogonica di Lemaitre, però, non piacque affatto a molti colleghi e sebbene non ci fosse più l’Inquisizione, si urlò ugualmente all’eresia, per motivi ideologici: un universo che comincia ad esistere, infatti, sembrò a molti fisici contemporanei richiamare evidentemente l’idea di un Dio, fuori del tempo e dello spazio, creatore ex nihilo. Il già citato Eddington, colonna dell’astrofisica inglese, e devoto quacchero, spiegò che l’idea del suo allievo era sì possibile, ma ripugnante dal punto di vista filosofico. Lo stesso fu per molti, soprattutto atei, in Europa, e nell’Urss comunista, dove la teoria sembrava, appunto, troppo “cristiana”. Lemaitre, dal canto suo, non volle creare confusione: sapeva bene che la sua ipotesi era perfettamente compatibile, come avrebbe scritto subito papa Pio XII, con l’idea di creazione. “Chiunque creda in un essere supremo”, aveva scritto nella bozza di un articolo per Nature del 1931, sarebbe “felice” di vedere questa congruenza tra scienza e religione (Le Scienze, giugno 2008).

Poi però aveva tolto questo inciso. Forse per prudenza, per evitare nemici alla sua ipotesi; forse per scoraggiare il letteralismo biblico, da lui più volte criticato. Una cosa è certa: il padre della cosmologia contemporanea è un sacerdote che capiva molto bene che un universo che nasce e che si espande non dimostra Dio, in termini scientifico-sperimentali, ché non potrebbe farlo, ma certo impone una domanda metafisica ineliminabile sulla sua origine prima. Dal momento che Copernico era un canonico, e forse anche un prete, inoltre, si può ben dire che sono stati due uomini di Chiesa ad aprire alla scienza moderna le porte dei cieli fisici, i quali narrano “la gloria di Colui che tutto muove“. (Il Foglio, 8 dicembre 2011)