Mostra “La scimmia nuda”

L’ingegner Angelo Belussi commenta la mostra la “Scimmia nuda”.

Ho recentemente effettuato una visita alla mostra allestita presso il museo di storia naturale di Trento con titolo “La scimmia nuda” e, prima di confutare le teorie darwiniane in essa addotte, intendo esporre, in via preliminare, alcune considerazioni di carattere scientifico che ritengo interessanti.

Consideriamo anzitutto la vita nella sua accezione biologica. Essa si manifesta in una miriade di specie animali e vegetali, secondo tipologie estremamente diversificate e si esplica mediante una procedura attuativa consueta per chi abbia esperienza a livello ingegneristico, consistente nelle tre seguenti fasi: – ideazione progettuale -reperimento dei materiali idonei alla attuazione del progetto – procedimento operativo per realizzare l’idea originaria Riporto, in proposito, alcuni esempi significativi desunti in campo animale e vegetale, che evidenziano l’impossibilità di interventi casuali nella loro realizzazione.

Il pipistrello. Animaletto notturno, praticamente cieco, che si nutre di insetti con l’utilizzo di un sofisticato apparato sonar. Di apparati analoghi risultano dotati molti altri animali, in particolare i cetacei. E’ il sonar un’apparecchiatura escogitata dall’uomo solo nel corso della seconda guerra mondiale. Pretendere che un simile accorgimento di sofisticata tecnologia si sia realizzato per caso, secondo la conclamata teoria sintetica dell’evoluzione darwiniana, non è ragionevolmente sostenibile. Le mutazioni genetiche migliorative tra loro interconnesse e mutuamente condizionate da sincronismi attuativi di assoluta precisione, crescono infatti con legge esponenziale all’elevarsi del livello evolutivo di un animale, secondo un programma attuativo finalizzato ad assicurargli ì’alimentazione e quindi la sopravvivenza

Il coleottero. Insetto esistente in svariate sottospecie, dotato di ali cartilaginee sottilissime, in grado di ripiegarsi sotto le elitre per poi dispiegarsi e consentire un volo prolungato. Il materiale con cui sono realizzate le ali, che presentano una resistenza eccezionale in considerazione della loro sottigliezza, dotate peraltro di nervature correttamente distribuite, non è stato ad oggi riprodotto sinteticamente dall’uomo. Sistemi di inseminazione in campo vegetale di particolare ingegnosità. Baccelli che, aprendosi improvvisamente a mo’ di piccola esplosione, spargono i semi a notevole distanza dalla pianta generatrice per consentire alle nuove pianticelle un più ampio spazio di crescita. Semi connessi a leggeri piumacchi trasportabili dal vento, oppure dotati di piccoli uncini con cui si aggrappano al pelo o alle penne degli animali per giungere anche a grande distanza dalla pianta d’origine. Ritenere che la realizzazione di simili esseri viventi dotati di apparati di stupefacente ingegnosità, atti a sortire specifiche funzioni essenziali per la loro sopravvivenza e la perpetuazione delle rispettive specie avvenga per casualità, appare del tutto irragionevole. Traspare invece un finalismo che si attua nell’ambito di una evoluzione ove la selezione naturale non è certo il fattore determinante, come pretenderebbe la teoria di Darwin. Evoluzione che costituisce lo strumento utilizzato dall’Ideatore e Creatore della vita, cioè da Dio.

L’incongruenza della teoria darwinana è evidenziata dalle maggiori conoscenze scientifiche oggi conseguite e sconosciute più di un secolo e mezzo fa. Tale teoria dava per scontata un’evoluzione spontanea, determinata dalla sola selezione naturale conseguente, questa, ad una serie di occasionali mutazioni genetiche di cui prevalevano solo le migliorative.

Significativo, al riguardo, l’esempio proposto dallo stesso Darwin e dai suoi seguaci, relativo all’allungamento del collo della giraffa. Tale fenomeno si riteneva conseguente ad una sequenza di mutazioni genetiche che privilegiarono, in una determinata specie di erbivori, gli individui ai quali, nel susseguirsi delle successive generazioni, si allungava il collo. Ciò consentiva a questi di cibarsi anche delle foglie più alte degli alberi e quindi di trovarsi avvantaggiati rispetto agli animali con il collo più corto. I primi, infatti, poterono sopravvivere a carestie di cibo essendo favoriti nel suo reperimento, mentre gli altri soccombettero. In realtà l’allungamento del collo della giraffa e, analogamente, qualsiasi altra modificazione sia anatomica che funzionale in animali ad un certo livello evolutivo, comporta tutta una serie di variazioni concomitanti quali, nel caso della giraffa, l’adeguamento del sistema circolatorio del sangue che deve permettere all’animale di mantenere una costante pressione ematica nel rapido innalzamento e abbassamento del capo, senza di che si verificherebbe la rottura dei vasi sanguigni del cervello. Esiste infatti, nelle arterie e nelle vene che si sviluppano nel collo della giraffa, un sistema di valvole di ritegno in grado di mantenere costante la pressione del sangue malgrado i rapidi movimenti del collo dell’animale che, data la sua lunghezza, determinano nella testa forze centrifughe rilevanti. Per sopperire alle perdite di carico idraulico dovute a tale sistema di valvole, il cuore della giraffa è di dimensioni eccezionali, con una lunghezza superiore ai 50 cm. ed un peso di circa 11 kg. E’ quindi chiaro come una “modificazione genetica” tale da variare l’assetto anatomico e la funzionalità di un organismo vivente, comporta il contemporaneo verificarsi di tutta una serie di “modificazioni genetiche” intelligentemente coordinate, atte a compensare gli inevitabili squilibri funzionali provocati dalla prima.

C’è di più: tali variazioni genetiche, in numero enormemente superiore alle poche anzi elencate per brevità, devono verificarsi secondo programmi cronologici di perfetta calibratura in assenza dei quali, ad esempio, l’ingrossamento del cuore in un animale senza il simultaneo aumento delle perdite di carico nei vasi sanguigni con la contemporanea creazione delle valvole di ritegno, provocherebbe la sicura morte dello stesso. Infatti l’attuazione di tutte le modificazioni parziali che, in una combinazione armonica a mo’ di puzzle, sono necessarie per sortire una determinata modificazione globale, debbono rispettare un programma attuativo nel quale ogni singola modificazione si sincronizzi con le innumerevoli altre in modo che, tornando al caso della giraffa, ad un piccolo allungamento del collo dell’animale venga a corrispondere un congruo incremento della grandezza del suo cuore, la formazione di un ben definito numero di valvole di ritegno nei vasi sanguigni e così via per le innumerevoli altre modificazioni che concorrono alla attuazione della mutazione globale. Si può stabilire che il numero delle mutazioni concomitanti con quella ritenuta principale o, quanto meno, la più appariscente al fine del processo evolutivo di un organismo vivente, cresce con legge esponenziale al crescere dell’affinamento tecnicistico dell’organismo stesso. Oltre alla stupefacente ingegnosità che caratterizza la costituzione di tutti gli esseri viventi in campo animale e vegetale, si debbono considerare altre fondamentali prerogative di cui sono dotati. Anzitutto quella di riprodursi come singoli individui e di perpetuare così le rispettive specie, talvolta per intere ere geologiche. L’adeguamento delle proprie attitudini anatomiche e funzionali al mutare delle condizioni ecologiche ambientali.

Un semplice esempio al riguardo, riscontrabile anche oggi, è dato dalla mutabilità stagionale da parte di lepri. ermellini, pernici del colore delle loro livree che da marrone diviene bianco per assecondare il mimetismo, in occasione dell’innevamento invernale. La capacità di autoripararsi, entro certi limiti, mediante la cicatrizzazione, la saldatura delle strutture ossee. l’incremento funzionale di determinati organi per sopperire all’indebolimento di altri. Attribuire queste prerogative ed innumerevoli altre che per brevità non riporto, ad una serie di processi evolutivi occasionali, determinati dalla semplice selezione naturale, appare tesi ben difficilmente sostenibile. Da quanto anzi illustrato, traspare un finalismo in tutta la fenomenologia biologica che determina il conseguimento di determinate funzioni atte alla sopravvivenza dei singoli individui e delle rispettive specie. Ciò si è determinato mediante un processo evolutivo generalizzato, certamente non casuale ma concepito nei minimi dettagli da un Ente Creatore ed Organizzatore della vita, Consideriamo, in questa ottica, come conciliare la sostanziale somiglianza del patrimonio genetico dell’uomo con quello dei primati, in particolare dello scimpanzé, che si differenzia solo per circa il 2%.

Tale corrispondenza cromosomica porterebbe a ritenere che i caratteri delle due specie fossero sostanzialmente uguali, sia morfologicamente che psichicamente. In realtà, malgrado esistano delle affinità anatomiche tra l’uomo ed i primati, sussiste tra loro una differenza sostanziale per quanto concerne lo sviluppo psichico. L’uomo ha conseguito livelli intellettuali che gli hanno consentito la realizzazione di opere grandiose sia sul piano tecnologico che artistico, la scimmia è rimasta ad uno stadio animalesco, seppur con qualche tendenza imitativa nei confronti dell’uomo, in ciò favorita dalle affinità morfologiche con questo. Esiste quindi una abissale differenza tra le due razze, non ascrivibile al rispettivo patrimonio genetico ma ad una entità non fisica, avulsa dalle caratteristiche cromosomiche di entrambe: la mente. La mente, entità incorporea identificabile con l’anima, presenta prerogative che elevano l’uomo, unico a possederla, al di sopra di qualsiasi altra creatura. Le principali sono : – La coscienza di sé o autocoscienza. – La volontà, che può affrancarla dai condizionamenti caratteriali ed emotivi del corpo. – La memoria secondaria, consistente nell’archivio mnemonico delle nozioni scientifiche, filosofiche, culturali e delle relative elaborazioni, inoltre dei ricordi della vita. – Disponibilità ad utilizzare parametri valutativi innati che le consentono di apprezzare la bellezza e l’armonia. – La possibilità di modificare l’assetto anatomico e funzionale dell’apparato cerebrale dell’uomo intervenendo sulla plasticità del suo cervello. E’ infatti a seguito di un atto volontario della mente che l’uomo può innescare questo processo atto ad accrescere le sue facoltà intellettuali ed attitudinali mediante la formazioni di nuovi complessi neuronici nella neocorteccia cerebrale. Pertanto, a seguito di una scelta personale spesso prolungate e sofferta, l’uomo può divenire uno scienziato, un artista, uno sportivo professionale. La memoria secondaria non trova inserimento nelle strutture fisiche del cervello, fatto che trova un riscontro clinico significativo. Nel caso infatti che in una persona per cause patologiche, in particolare traumatiche, risulti compromessa la corteccia cerebrale con conseguente amnesia, è risaputo che, in tempi talvolta prolungati, si verifica la riacquisizione della memoria.

Fatto questo che evidenzia il comportamento di determinati moduli corticali in grado di procedere alla formazione di circuiti neuronali sostitutivi di quelli distrutti dall’evento patologico e consentire così il ricupero dei ricordi conservati nella mente. Ciò significa che i neuroni cerebrali non sono la “sede” della memoria, il centro di produzione dell’attività mnemonica secondaria, come sostengono autori materialisti. Se così fosse, con la distruzione del tessuto neuronale originario, interamente sostituito da quello di neoformazione, i ricordi sarebbero distrutti per sempre. Da quanto anzi argomentato, emerge che è la mente a porre l’uomo in una condizione di assoluta superiorità rispetto ad ogni altro essere vivente sulla Terra., che gli consente di esplicare, in piena consapevolezza, una vistosa creatività sia di carattere intellettuale che tecnico-scientifico. Anche le altre creature, sia di elevata strutturazione organica, quali i mammiferi e gli uccelli che a livelli modesti quali le formiche, le api, le termiti, sono pienamente in grado di svolgere interventi operativi di piena efficacia, senza averne tuttavia consapevolezza, secondo programmi raziomorfi insiti nel loro genoma, definiti engrammi. Tornando all’argomento originario di questa disamina, Il fatto che sussista una somiglianza quasi completa tra i patrimoni genetici dell’uomo e dei primati, questa non consente tuttavia una affinità psichica tra le rispettive specie. I primati infatti, pur dotati di una certa intelligenza, sono privi della mente e non possono quindi fruire delle prerogative offerte da questa, in particolare della creatività consapevole. La loro capacità operativa è infatti di tipo imitativo e generalmente condizionata dalla loro istintualità, cosa peraltro comune in molti altri animali, ad esempio le volpi e le martore, talvolta in grado di cibarsi senza danno, con una scaltrezza sorprendente, delle esche applicate alle tagliole predisposte per ucciderle.

Consideriamo infine la condizione dell’uomo nel cosmo e cerchiamo di scoprire se esistono, su corpi celesti aventi caratteristiche chimico-fisiche adeguate, esseri viventi ad un livello di razionalità almeno pari a quello umano. Sono molti gli astrofisici, tra questi Robert Harrington, Paolo Maffei, Bart J.Bok che, basandosi su un discutibile calcolo delle probabilità, ne ritengono sicura l’esistenza sui pianeti o loro satelliti nell’universo, da loro calcolati in 35 miliardi nella sola Via Lattea, la galassia ove è inserita la Terra, e in 35 miliardi di miliardi in tutto il cosmo. Ciò nella ipotesi che la vita possa insorgere per semplice casualità, secondo la teoria darwiniana. Dovrebbero quindi esistere esseri raziocinanti dislocati nel cosmo ad un livello di cultura tecnico-scientifica almeno pari se non superiore al nostro, essendo questo di relativo recente conseguimento. Nella realtà dei fatti, si è invece accertata l’inesistenza nell’universo di tali esseri, circostanza risultante dai sondaggi effettuati già da alcuni decenni ad opera di autorevoli centri di ricerca astrofisica dislocati sulla Terra.

Malgrado infatti le approfondite ricerche esperite a mezzo di potenti radiotelescopi in grado di sondare anche le costellazioni inserite nelle galassie più remote, ove sicuramente esistono corpi celesti con caratteristiche analoghe a quelle terrestri, non si è ottenuta alcuna conferma dell’esistenza di esseri dotati di raziocinio. Poiché infatti la nostra galassia, la Via Lattea, è tra i complessi siderali più recenti, se il fenomeno della vita di esseri autocoscienti e raziocinanti si fosse manifestato in più antiche galassie, questi esseri, avendo raggiunto un livello evolutivo superiore al nostro, avrebbero sicuramente operato analogamente a quanto stiamo facendo noi, diffondendo cioè segnali atti ad essere captati anche alle distanze più remote ed in tempi di milioni di anni luce dalla loro emissione. Tali indizi dovrebbero quindi pervenirci da radiosorgenti disseminate nel cosmo, cosa che invece non si verifica. Gli unici segnali che giungono a noi sono costituiti dai cosiddetti “rumori cosmici” , provocati da svariate e ben individuate cause dovute a fenomeni naturali, compreso il “rumore di fondo” ascrivibile alla primordiale esplosione del big bang. Nulla quindi che, per particolari caratterizzazioni o per qualche anomalia, possa far supporre l’intervento di esseri intelligenti, desiderosi di manifestare la loro esistenza, anche in tempi futuri assai remoti. Non è quindi illusorio ritenere che l’uomo sia l’unico essere dotato di autocoscienza, di autonoma volontà e di creatività esistente nell’universo. La tesi, apparentemente ovvia, sostenuta da autori immanentistici, secondo cui, essendosi verificato il fenomeno della vita sulla Terra, è da ritenere scontato che esso si sia manifestato anche in altri pianeti o loro satelliti teoricamente idonei al suo insorgere ed alla sua evoluzione, nella realtà dei fatti, risulta errata. E’ questa una ulteriore prova della insostenibilità della teoria casualistica di Darwin e suoi seguaci, del suo carattere surrettizio.

L’unica alternativa, suffragata da seri riscontri scientifici, è costituita da una perfetta programmazione della vita, fondata sull’ideazione progettuale di base, sul reperimento dei materiali idonei alla attuazione del progetto, sul procedimento operativo per realizzarlo, sviluppantesi secondo una modalità evolutiva. Questo grandioso processo della vita deve scaturire da una finalità trascendente, che travalica la comprensione umana e non è valutabile in un’ottica immanentistica.

Alla luce delle argomentazioni anzi riportate, espongo alcuni rilievi che ritengo significativi sui concetti basilari sviluppati nella Mostra “La scimmia nuda”, desunti dagli articoli redatti da studiosi in materia, riportati sulla stampa locale, allestita dal Museo di Storia Naturale di Trento. Michele Lanzinger, Direttore del Museo ( da un’intervista da lui rilasciata). Domanda: Ci dà ancora un certo fastidio riconoscere che discendiamo dalle scimmie? Risposta: Gli ultimi studi di genetica dicono che noi condividiamo con gli scimpanzé più del 98% del nostro DNA. Abbiamo fortissime somiglianze nella struttura sociale, nelle alleanze tra gli individui, nella struttura di coppia e nella sessualità, nei rapporti tra madri e figli e nelle cure parenterali. Claudia Lauro, curatrice della mostra, asserisce essere uno degli scopi dalla mostra quello di evidenziare il fatto che gli esseri umani non debbono considerarsi al di sopra, bensì all’interno del mondo animale. Informa inoltre che recenti studi di biologia molecolare hanno dimostrato che più del 98% del patrimonio ganetico degli esseri umani coincide con quello degli scimpanzé. Da questo dato scientifico, informa la signora Lauro, prende le mosse la mostra “La scimmia nuda – Storia naturale dell’umanità”. Desmon Morris. Esorta ” Costruiamo un ponte tra cultura scientifica e cultura umanistica” e precisa : Gli esseri umani sono animali, possiamo talvolta essere dei mostri, altre volte individui meravigliosi, ma siamo pur sempre animali. Magari ci piacerebbe pensare di essere degli angeli caduti dal cielo, ma in realtà siamo scimmie in posizione eretta”. Jan Tattersall stabilisce che i nostri parenti più stretti sono le grandi scimmie e, a detta sua, in queste si riconosce la parte ereditata dal comune antenato, una creatura antica né scimmia né uomo che possedeva però gli elementi fondamentali di entrambi. Telmo Pievani ritiene che la nascita della specie umana sia stato ” un glorioso accidente della storia” e, al proposito, chiama in causa Charles Darwin e “la sua scomoda rivoluzione scientifica”. Darwin ha il merito di avere scoperto l’esistenza di una metodologia evolutiva a base della creazione di tutti gli esseri viventi nella biosfera e, certamente, non solo dell’uomo. Tuttavia l’asserzione che i processi evolutivi siano avvenuti per mera casualità e non secondo programmi attuativi di straordinaria razionalità diviene sempre più insostenibile con l’approfondirsi delle conoscenze scientifiche. Il meccanismo evolutivo darwiniano verte sul fatto, apparentemente ovvio, che se nelle casuali modificazioni genetiche prevalgono quelle migliorative negli assetti morfologici e funzionali ad esse precedenti, la progenie degli individui che ne vengono a beneficiare si troverà avvantaggiata nei confronti della specie originaria e, con il tempo, prevarrà su di essa determinandone l’estinzione; se invece è peggiorativa, sarà questa ad essere eliminata. Si verrebbe così a determinare un processo migliorativo a senso unico. Una teoria di tal genere, proprio per la sua facilità comprensiva, venne accolta con particolare entusiasmo dai fautori del materialismo riduzionista e crea tutt’oggi una suggestione difficile a superarsi malgrado le più approfondite conoscenze scientifiche, sconosciute all’epoca di Darwin, che ne evidenziano le incongruenze. La prima di queste incongruenze è data dal fatto che una modificazione genetica, tale da apportare variazioni anche modeste nei caratteri anatomici e funzionali di un individuo, implica tutta una serie di modificazioni interconnesse e concomitanti con quella ritenuta principale, come s’è visto nel caso dell’allungamento del collo della giraffa, in numero crescente con legge esponenziale al crescere del livello evolutivo dell’individuo. E’ quindi da escludere la casualità nella attuazione di questi fenomeni che coinvolgono tutte specie degli esseri viventi sulla Terra in una tipologia praticamente infinita, e riconoscere l’unica alternativa logica possibile: quella di una ideazione e di una realizzazione sapientemente programmate nei minimi dettagli. E’ dunque il metodo evolutivo utilizzato dal nostro Creatore che ha consentito di conseguire quei risultati straordinari e di luminosa evidenza, che sarebbe paradossale attribuire al caso. L’indagine sulle “cosiddette facoltà superiori della mente umana vengono oggi indagate in profondità da un punto di vista evoluzionistico” informa il filosofo Pievani e, come scriveva il paleontologo J. Gould , ” Siamo figli di pura storia e risultato contingente di una sequenza di processi naturali che non avevano nulla di speciale in sé …….”. Affermare che i processi naturali non hanno nulla di speciale, significa non comprendere la grandiosità della Creazione, della vita in particolare. Asserire che ” La storia naturale della specie umana ha beneficiato largamente di questa evoluzione della teoria della evoluzione e a sua volta ha contribuito ad arricchirla” significa attribuire al processo evolutivo in sé il merito dei risultati conseguiti e non al sommo Artefice che di esso si è magistralmente servito. Come dire che il risultato di un intervento chirurgico è merito del solo bisturi e non del chirurgo che, utilizzando questo strumento, l’ha effettuato. Le considerazioni di maggior rilievo che si possono effettuare, alla luce degli argomenti addotti dagli studiosi anzi menzionati, sono a mio avviso le seguenti: Il fatto che i patrimoni genetici dell’uomo e dei primati siano sostanzialmente uguali, pur con le enormi differenze intellettuali esistenti tra le due specie, dovrebbe indurre a ritenere che esiste un “fattore aggiuntivo” al corredo cromosomico del genere umano, non inseribile nella fisicità del suo patrimonio genetico, responsabile della indubbia priorità di questo rispetto a quello dei primati. Fattore aggiuntivo che può essere definito mente o anima. E’ evidente il sistematico finalismo che sussiste in tutti gli esseri viventi, teso alla sopravvivenza dei singoli individui e alla perpetuazione della relativa specie. E’ indubbiamente riduttivo che, nell’inserire il genere umano nel novero di quello dei primati, si ignori totalmente un finalismo superiore a quello animalesco anzi menzionato, e si giunga a designare l’uomo “una scimmia in posizione eretta”, come pretende Desmond Morris. La finalità della mostra “La scimmia nuda” , come asserisce la sua curatrice Claudia Lauro, è quella di evidenziare che gli uomini non debbono considerarsi al di sopra ma all’interno del mondo animale. Sicuramente l’uomo deve rispettare tutte le creature viventi nel mondo, non considerarle semplici oggetti di cui disporre a suo piacimento, tuttavia ritenersi al livello dei primati, considerarli dei parenti più o meno remoti, è cosa fuorviante. Secondo il finalismo anzi menzionato, se l’uomo è assurto ad una condizione intellettuale abissalmente superiore a quella degli animali, anche delle specie più evolute, è mistificante disattendere questa obbiettiva realtà e tendere a svilirne il valore. Ritenere che l’uomo ed il primate discendano da un unico antenato, “Una creatura antica né scimmia nè uomo, in possesso degli elementi fondamentali di entrambi”, come stabilisce Jan Tattersall, può rientrare in una procedura evolutiva stabilita dal nostro Creatore, tuttavia inserita in un finalismo che ci ha condotti oggi ad essere uomini ben distinti dai primati. Lo scopo della mostra non è tuttavia solo quella di voler inserire l’uomo, pari tra pari, nel mondo animale. Appare invece un pretesto per propinare una concezione culturale immanentistica, presentando la teoria darwiniana come fattore di superamento di una accezione trascendente, nella quale l’uomo è considerato una creatura privilegiata di Dio e non un “glorioso accidente della storia”. A questo scopo vengono evidenziati i caratteri della
fisicità umana di maggior somiglianza con quelli scimmieschi, generalmente con penose forzature, ignorando gli aspetti più qualificanti dell’uomo, sopra tutto a livello intellettuale e morale. E’ quindi da ritenere che la mostra “la scimmia nuda” esplichi una funzione mistificante e del tutto diseducativa, in particolare sui giovani, rischiando di incrinare in loro il sentimento più sublime dell’uomo, quale è l’amore verso il Padre Creatore. Desta pertanto preoccupazione l’intento dei promotori della mostra di allestirla anche in altre città.

Due perle dal Museo.

Alcune perle dal Museo: l’uomo differisce dalle scimmie, è
loro superiore (oso usare questo vocabolo non “scientifico”), per la
lunghezza del pene. Ma come mai? “Una delle ipotesi plausibili,
sostiene la didascalia, afferma che anche il pene dell’uomo sarebbe
diventato un organo da parata, come la coda del pavone o la criniera
del leone: una buona erezione segnalerebbe alla femmina la buona
salute
del maschio”. Insomma, una brava moglie, prima di sposarsi, dovrebbe
misurare col metro la lunghezza del membro del compagno: per il bene
della specie, chiaramente!
Sempre sull’amore: “Da un punto di vista evolutivo l’infedeltà è
vantaggiosa in quanto permette a un individuo di riprodursi di più”.

Odio gratuito e inverecondo.

Ugo Morelli, che evidentemente si arrabbia se qualcuno non lo considera solo una scimmia senza peli, ha sfogato oggi il suo odio sulla I del Corriere, riferendosi a noi così: ” Ma allora, se la cosa riguarda qualche nucleo integralista che sceglie di non vedere e propone l’oscurantismo, perchè occuparsene? E’ importante occuparsene perchè quelle posizioni oscurantiste, che offendono in primo luogo l’intelligenza umana (ma non è come quella delle scimmie?ndr) scegliendo l’ignoranza come progetto, rischiano di affermarsi nel penoso clima culturale in cui versano il paese e le sue realtà culturali da qualche tempo”. Ora, ripetizioni a parte, non saranno queste formidabili riflessioni a spaventarci….Gli intolleranti abbondano, purtroppo.

L’ibrido uomo-scimmia, uomo coniglio….

La foto che giganteggia alla presentazione della mostra La scimmia nuda è quella di un ibrido tra uomo e scimmia. Si tratta solo di fantasia? No, sappiamo che da parecchi anni nei laboratori americani, cinesi, coreani ecc vi sono scienziati che mescolano materiale genetico umano con materiale genetico animale. La stampa e internet sono pieni di questi casi. Ora la mostra di Trento, eqiparando totalemente animali e uomini, giustifica implicitamente tali ibridi. Come fanno coerentemente tanti altri: “Nel 1987, la stampa italiana dedicò spazio a quello che venne battezzato l'”uomo-scimmia”.
Il professor Brunetto Chiarelli, ordinario di Antropologia all’Università di Firenze, affermò che la vicinanza genetica tra uomo e scimpanzè, unita alle moderne tecniche della procreazione artificiale, rendeva possibile la generazione di nuove chimere, di ibridi che sono un po’ uomo e un po’ scimmia, e possono essere adibiti a compiti sgradevoli o a serbatoio di organi da trapiantare negli umani.
Ciò poteva avvenire, disse, unendo in vitro ovociti di scimpanzè con seme umano.
Il dibattito sulla stampa si concentrò: 1) sulla questione se tale creazione di un ibrido androide era già avvenuta nella realtà o no; 2) sulla liceità di questo tipo di operazione.
I commenti furono negativi, sia da parte della morale tradizionale e cattolica, sia da parte di alcune voci “animaliste”.
? giusto condannare l’idea che era dietro l’intervento di Chiarelli, cioè lo scopo di creare una nuova razza di schiavi. Ma nei commenti di alcuni “animalisti” c’era di più, c’era l’espressione di una ripugnanza per questo possibile umanoide. Qui è dove, a mio avviso, gli “animalisti” hanno cessato di esserlo, e hanno manifestato per questa possibilità di incrocio un atteggiamento non dissimile a quello di chi un secolo fa si opponeva ai matrimoni misti e alle unioni sessuali tra bianchi e neri.
La specie non è una barriera, un limite invalicabile. Sul piano biologico, molte specie animali sono affini e possono riprodursi assieme: è il caso, per esempio, di leoni e tigri, di asini e cavalli. I nati da questi accoppiamenti inter-specifici sopravvivono il più delle volte, anche se spesso sono a loro volta sterili, e non danno vita a una nuova generazione.
La specie umana e la specie degli scimpanzè condividono il 98,5 % del proprio patrimonio genetico, una percentuale molto alta. Basti pensare che cavalli e asini, due specie il cui accoppiamento inter-specie è ben noto da molto tempo e ben riuscito, hanno in comune il 95% del proprio DNA, dunque assai meno. Quindi non vi è ragione biologica per cui non si possano accoppiare e dare vita a un incrocio. Posso immaginare che lo stesso valga anche per le altre specie di scimmie antropomorfe, quelle che in inglese si chiamano “great apes” (grandi primati): gorilla, orango e scimpanzè pigmeo (bonobo). Queste sono le specie vicinissime all’uomo per DNA.
La possibilità di questo ibrido tra un umano e un altro primate non solo non mi sembra affatto ripugnante, ma anzi vi vedo la dimostrazione concreta, letteralmente in carne e ossa, di come la barriera della specie, che gli umani hanno eretto in etica, è artificiale e arbitraria.
In questo ibrido si vede la forma palpabile, l’espressione vivente dell’anti-specismo.
Pensiamo a queste frasi di Sabino Acquaviva sull'”Espresso” del 24 maggio 1987: “Un tempo la natura umana era qualche cosa di preciso, o quasi… Ma ora? Dove mai finisce quest’uomo e dove comincia l’animale?”.
Questo è esattamente il punto critico.
Che cosa sarebbe l’ibrido, l'”uomo-scimmia”? Non ci sono problemi a definirlo biologicamente, praticamente l’abbiamo già fatto dandogli questi nomi. Il vero problema che sorge è quello etico. Perché il vero problema sarebbe come trattarlo: da uomo, o da animale? Questi sono i due grandi reami della nostra morale. Un essere che si pone a cavalcione tra i due sconvolge tutto il nostro sistema etico dalle fondamenta.
Questo è il significato della domanda che Marco Tosatti su “La Stampa” del 12 maggio 1987 rivolge al gesuita Padre Kiely: “Lo ‘scimpanzuomo’ avrebbe un’anima?”.
E sempre sull'”Espresso” del 24 maggio 1987, Giovanni Forti e Giovanni Maria Pace scrivono: “La proposta del professor Chiarelli ha suscitato irritazione ma soprattutto scandalo, forse perché viola tabù molto radicati, tra cui quello della unicità dell’uomo nel creato.”
E infatti è stata rifiutata su base specista, anche da personaggi come Gianni Vattimo e l'”animalista” Luisella Battaglia.
Mi stupisce che nessuno sembri aver capito che l’ibrido di umano e non-umano, non importa se esistente ma puramente possibile, deve far riconoscere che un sistema morale che usa la specie come barriera, come linea di demarcazione, è indifendibile.
Per rendersene conto, basta chiedersi che trattamento dovrebbe ricevere questo essere, e che “diritti” dovrebbero essergli riconosciuti. ”

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