Cultura e religione

Cultura contraccettiva e calo delle vocazioni

Meno preti, poche suore, pochi religiosi. La caduta vertiginosa di vocazioni – specialmente nel mondo occidentale – è un dato di fatto di cui non c’è dubbio alcuno.

Si possono dire tante cose circa le cause, tuttavia credo che un punto senz’altro importante vada individuato nello stato di salute del matrimonio che, come si può facilmente constatare, versa in condizioni disperate.Forse è proprio nelle cause di questa crisi che bisognerebbe indagare alla ricerca del motivo della caduta delle vocazioni, interessante a tal proposito l’analisi proposta dal Rev. Dwight Longenecker  pubblicata lo scorso 3 marzo su Inside the Vatican (vedi QUI).Le sue non sono considerazioni moraleggianti, ma prendono le mosse da alcuni aspetti abbastanza concreti: la cultura contraccettiva, penetrata anche in ambienti cattolici, ha fatto si che l’idea di famiglia sia profondamente mutata nei ragazzi e nelle ragazze che ne fanno uso.Prima della rivoluzione sessuale questi giovani crescevano generalmente in grandi famiglie che comprendevano molti fratelli, sorelle, nonni, zii, cugini e venivano quindi ad un confronto diretto con un ampio ventaglio di gioie e dolori che attraversano e caratterizzano la vita familiare. La contraccezione – strumento principe della rivoluzione sessuale – si può ragionevolmente individuare come l’elemento che ha cambiato le cose, anche perché di fatto permette la cosiddetta “libertà riproduttiva”. Grazie alla contraccezione il figlio si può “programmare”, le donne possono progettare il loro impegno professionale, le famiglie finiscono per divenire più “piccole e maneggevoli”. Oggi una famiglia americana media ha 2,5 figli, una casetta in periferia, un doppio reddito, un cane e un gatto e si muove con una certa facilità, così lo stesso modello può essere facilmente riscontrato in una qualsiasi periferia del mondo occidentale.Ancor più in profondità la cultura contraccettiva ha agito sulla mentalità con cui viene pensato il matrimonio. Prima della rivoluzione sessuale, un ragazzo o una ragazza cattolica si educava, nel suo contesto familiare, ad un certo modo di essere marito o moglie, padre o madre, un modo la cui essenza è la gioia di un naturale sacrificio di sé. Osservare un padre che fatica duramente per mantenere ed educare i numerosi figli e una madre che si dedica totalmente alla cura della famiglia, permette di comprendere senza bisogno di alcuna parola che cosa significa vivere il matrimonio come una vocazione che si fonda sul dono di sé.Questo è il contesto che, più di mille pastorali giovanili, imprime nel giovane o nella giovane la capacità di ascoltare e comprendere la chiamata sia per la vita religiosa, ma anche quella matrimoniale. La questione è: “morire a se stessi per la famiglia attraverso il matrimonio, o morire a se stessi attraverso una vocazione religiosa?La contraccezione ha agito potentemente proprio sulla radice di questa domanda invitando i giovani a deresponsabilizzarsi, a giocare con il piacere senza nessun tipo di sacrificio, né assunzione di responsabilità. Quindi oggi un giovane che si pone di fronte ad una vocazione religiosa o al matrimonio non li considera come due percorsi per la sconfitta dell’egoismo, ma vede solo la differenza tra una vita che sembra avere tutto e una che sembra non avere nulla. “Essi devono scegliere tra una casa in periferia, 2,5 figli e un doppio reddito o una rinuncia totale. La scelta è tra una forma di edonismo familiare o una forma di eroismo inspiegabile”, dice Fr. Longenecker.Ecco perché una riscoperta della profonda dignità della vocazione al matrimonio potrebbe davvero essere la chiave di volta per far rifiorire anche le vocazioni religiose. “Ad una cultura che comprende il matrimonio come un’opportunità per l’auto-realizzazione, dobbiamo ricordare che essere cristiani significa prendere la nostra croce e seguire Cristo. In ogni occasione, dobbiamo ricordare che il cammino verso la vita vera è attraverso il servizio agli altri, e quindi non dobbiamo mai dimenticare che il matrimonio è per dare, non per ottenere.Comprendere cosa significa divenire padroni di sé nella propria vita sessuale non solo aprirebbe la porta a matrimoni più consapevoli, ma avremmo una generazione di sposi intimamente capace di apprezzare anche la scelta vocazionale religiosa. E’ a questa scuola che si può imparare ad apprezzare nell’intimo del cuore il valore della castità e del celibato.Per capire questo però occorre non contare solo sulle proprie forze, ma alzare gli occhi verso chi può insegnarci davvero che cosa significa dare se stessi per gli altri.

 

(tratto da www.paratisemper.blogspot.com )

il velo e la maschera

Alcuni mesi or sono andai a visitare un malato in un ospedale in gran parte gestito da religiose. Passavano silenziose da un letto all’altro, confortando, curando, alleviando il dolore fisico e morale dei pazienti. Erano per lo più donne esili e infaticabili avvolte in scuri mantelli con un copricapo bianco e inamidato che poteva evocare le sembianze di un cigno di carta. Il loro volto era raccolto in una fascia bianca come in un ostensorio;

immacolato, delicato, dallo sguardo a tratti timido, come di chi si senta un intruso davanti ai parenti dei malati in visita. Sorridevano spesso e parlavano con un filo di voce per disturbare il meno possibile. Una di loro, bellissima e giovanissima mi ha rivolto la parola per chiedermi se tutto era a posto. Le ho detto di sì e ho avuto- mentre rispondevo- la chiara percezione che per quelle suore non si trattasse di lavoro ma della loro stessa vita; il tempo per loro era scomparso, la dedizione al malato infatti coincideva con la loro vocazione, con il loro essere. Analogamente in questi ultimi tempi, per le vie delle nostre città ho visto altre donne, anch’esse velate. Sono le ragazze musulmane che cominciano a percorrere in gran numero le nostre strade.

 Parlavo con una di loro qualche giorno fa, una ragazza dall’ovale ben disegnato raccolto in un fazzoletto di seta scuro allacciato sotto il mento, un fazzoletto che – mi dice- durante la settimana cambia di colore abbinandosi alla varietà dell’abbigliamento. Anche questa, penso, è un concessione che la donna fa al proprio gusto, un delicato vezzo generalmente tutto al femminile. Ovviamente questa ragazza non era una religiosa, ma quel velo che indossava con estrema naturalezza evocò in me il ricordo delle “monache ospedaliere.” Quando chiesi alla giovane musulmana perché portasse il velo la sua risposta fu concisa e semplicissima: “Per rispetto verso me stessa e verso Dio”, rispose.

Allora compresi cosa accomunasse questi due tipi di donne pur così diverse fra di loro. Il velo, in entrambe, suggeriva chiaramente che loro, pur appartenendo al mondo non erano del mondo. Sappiamo bene come i capelli nella tradizione biblica e non solo, esprimano la dimensione della vitalità e della sensualità; quella dimensione tutta terrena dominata dal contrasto, dal peso delle passioni, dal desiderio mai pago, e in definitiva da una certa resa della volontà all’istinto. Il taglio dei capelli e il velo invece indicano un rapporto con il mondo liberato dai vincoli che ci appesantiscono. Perciò, il velo, non è un mezzo per nascondere bensì per rivelare. La donna velata esprime un’idea di libertà e di luce proprio perché si sottrae alle pretese invadenti del mondo.

 

Per comprendere al meglio questo ragionamento dirò ora di un terzo tipo di donna, di cui farò un semplice schizzo, una caricatura, che ci aiuti a meglio cogliere le differenze che intendo rilevare. Questa donna è un essere assolutamente autonomo, una donna pubblica permanentemente esposta alla luce dei riflettori. Preoccupata morbosamente del proprio aspetto, attenta ad ogni minima variazione nel campo della moda, disposta a mostrare ogni lato di sè per affermarsi, questa donna non ha veli e se per caso li indossa è solo un pretesto per toglierli platealmente. Questa donna non ha nulla da suggerire, nessun oltre traspare dal suo essere. Piuttosto essa esprime il desiderio incontrollato , la pulsione disordinata, la passione, l’attimo di una vita senza direzione. Fatto sta che una vita che si riduca soltanto a questo ha bisogno di maschere, di continui aggiornamenti, di nuovi copioni e nuovi costumi, perché una vita così divora se stessa. Le maschere sono i trucchi e i vestiti, i percing e l’estetica eretta a sistema. Le maschere sono i corpi scheletriti delle anoressiche o i ventri molli e gonfi delle bulimiche. Maschera è lo sballo e la ricerca di un’estasi farmacologica. Questo tipo di donna fugge sempre; in primis da se stessa, perché ha fretta di vivere, perché “l’uomo e la donna” non possono vivere di solo pane. Perciò fugge da tutto ciò che è durevole, impegnativo, per sempre, fugge dal sacrifico e dall’amore perché non ne è capace. Fugge e soffre. Si potrà dire che questo terzo tipo di donna è una caricatura estrema di un modo di essere, ed io posso convenire; ma tale schizzo credo riveli un opposto che chiamo: “la libertà purificante del velo”. Il velo se è una scelta libera indica una direzione, un modo di legarsi stabilmente, per non essere legati dalla terra e da tutte le sue apparenti e seducenti attrattive.

Forse non a caso è possibile stabilire un parallelo fra le “donne velate” e i bambini perché entrambi esprimono la libertà dell’innocenza e l’indisponibilità ad essere mercificati. Osserva al riguardo Marcello Veneziani: “In tutti i luoghi della dolce vita il filo conduttore è l’assenza di bambini. Un posto attraente è per definizione privo di bambini, passeggini, famiglie tradizionali e noiose con marmocchi. I bambini sono per definizione proletari, non sono utenti attivi della droga, del sesso, del potere.” Ebbene, se ci pensiamo bene, questi luoghi del piacere sono pure inadatti alle “donne con il velo”. Perché la libertà che dona una scelta religiosa, una scelta per Dio, rende queste donne “non disponibili” e non manipolabili dal sistema dei consumi, un sistema che si alimenta dell’infelicità umana. Perciò sarò sempre grato verso tutti coloro, uomini e donne che attestano con segni precisi, il valore della giustizia, della vita, della gratuità e dell’amore. Essi, anche oltre il semplice velo, inteso come un modo di testimoniare l’eterno nel tempo, ci dicono che esiste un oltre per il quale vale la pena di vivere e morire.