Aborto

Spagna Vs Inghilterra. In gara contro la maternità

Lo aveva detto, quel volpone di Murphy: se esiste anche una sola possibilità che un certo numero di cose vada male, ad andare male è sicuramente quella destinata a provocare il danno peggiore. In Spagna, dove dal 2004 a regnare è il mariuolo Zapatero e le cose che vanno male cominciano ad esser troppe, sono alle prese con una strage senza fine: negli ultimi 10 anni gli aborti procurati sono cresciuti del 126%, e oggi ce n’è uno ogni 4,7 minuti. E siccome nessuno se la sente di raccomandare una vita sessuale più ordinata – sarebbe contro la giostra esistenziale del socialismo, non scherziamo – i governanti ispanici corrono, dicono loro, ai ripari: entro fine mese, in tutte le farmacie iberiche, la pillola del giorno dopo sarà disponibile a chiunque, minorenni inclusi, la richiedesse. E bando alla ricetta, ovviamente. Poco importa che indagini britanniche e francesi sconfessino in toto la bubbola della correlazione tra diffusione di pillola del giorno dopo e diminuzione degli aborti, il ministro della Sanità Trinidad Jimenez non vuole sentir ragioni. E’ strasicuro, come gli stupidi planetari di cui rideva Russell.

Invece noi, che di certe certezze, tanto più se socialiste, abbiamo imparato a diffidare, abbiamo l’obbligo di interrogarci su una menzogna oramai luogo comune, vale a dire quella di considerare la pillola del giorno dopo un semplice farmaco. Badate che si tratta di una bugia coi fiocchi, che oggi trova cantori di prim’ordine, Umberto Veronesi in primis. E che ha convinto pure quei cervelloni del British Medical Journal, bibbia settimanale per chi fa medicina, che, in un’edizione dello scorso dicembre, pur di suffragare la tesi farmaceutica della pillola del giorno dopo, sono arrivati a definire la gravidanza – udite udite – "malattia dello stile di vita". E’ questa, ahinoi, l’illuminata sapienza a cui approdano le menti inglesi di cui solo ieri commentavamo le prodezze. Ma gli spagnoli, a questo primato britannico, proprio non ci stanno. E competono anche loro, coltello fra i denti, per lo scettro della stupidità. Il tutto, si capisce, sulla pelle di mamme e bambini.

Ru486. Firmi qui e vada pure a casa ad abortire

Riporto un’inchiesta svolta da “Tempi” a cura di Benedetta Frigerio.

“Non è contro la 194”. “Non si preoccupi”. “Non fa male”. Ecco come negli ospedali si risponde a chi chiede di utilizzare la “kill pill”.

Il 30 luglio scorso l’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) ha approvato la commercializzazione della pillola Ru486, che induce l’aborto senza bisogno di interventi chirurgici. Il farmaco è al centro della polemica tra chi ne vuole la distribuzione nel paese e chi denuncia la sua pericolosità (la letteratura scientifica attesta ventinove casi di morte). L’espulsione del feto dall’utero materno avviene tra il terzo e il quarto giorno dall’assunzione, ma in data impossibile da stabilire, rendendo così complessa l’assistenza della paziente. Nel 2005 il ginecologo radicale Silvio Viale ha ottenuto il permesso di sperimentare la pillola presso l’ospedale Sant’Anna di Torino a condizione che le donne rimanessero ricoverate per un periodo minimo di tre giorni nel rispetto della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, che richiede che l’aborto avvenga all’interno della struttura ospedaliera. Nello stesso periodo sono state avviate sperimentazioni anche in Liguria, Toscana, Emilia Romagna e, nel 2006, in Puglia. Il progetto torinese è stato poi interrotto l’anno successivo in seguito a un’indagine della magistratura, insospettita dai troppi aborti avvenuti fuori dall’ospedale (le donne possono chiedere le dimissioni volontarie, ma il medico è tenuto a convincere i pazienti a rimanere in ospedale finché richiesto dal protocollo clinico). In questi anni le sperimentazioni avviate in diversi ospedali sono continuate, diventando prassi regolare di cui, però, poco si conosce. Per questo motivo e in seguito alla decisione dell’Aifa, il capogruppo Pdl Maurizio Gasparri ha chiesto al Senato di avviare un’indagine conoscitiva sulla Ru486.
Tempi, così come farebbe una donna incinta alle prime settimane di gravidanza, ha chiesto informazioni telefoniche a medici, personale ospedaliero e consultori che utilizzano o hanno utilizzato la Ru486. Ecco i resoconti dei dialoghi.

Ospedale Santa Maria di Borgotaro
Volevo sapere come funziona la Ru486.
Viene qui, le do la prima pillola e torna a casa, il terzo giorno ritorna per prendere la seconda pastiglia, poi torna di nuovo a casa e viene in ospedale quattordici giorni dopo per un esame di controllo.
Se abortisco a casa violo la legge 194? Delle persone fidate mi dicono che l’aborto farmacologico è doloroso.
Sa cosa bisognerebbe dire alle amiche? F.c.t. che vuol dire: fatti i cazzi tuoi. Lasci perdere i consigli delle amiche e venga qui che ci penso io.

Ospedali Riuniti di Ancona
Vorrei usare la Ru486. Devo rimanere in ospedale?
Sì, in teoria dovrebbe fermarsi fino all’espulsione del feto, ma non si preoccupi: basta mettere una firma sulla cartella clinica e se ne può andare senza problemi.
E’ doloroso?
Prima pensi ad andare al consultorio a presentare domanda, poi le spiegheranno.

Azienda Ospedaliera Senese
Da voi si può abortire con la Ru486?
Mi spiace signora il servizio è stato sospeso, se vuole c’è l’aborto chirurgico.

Ospedale Riuniti della Valdesa
Mi può spiegare come funziona la Ru486?
Non si usa più. So che si faceva qualche anno fa ma è stato solo per alcuni mesi in via sperimentale. Ora che è stata autorizzata la vendita ricominceremo il servizio, penso da settembre.
Ma è stato sospeso tutto anche nel resto d’Italia?
Credo di sì, perché c’è stata una normativa che vietava l’uso del farmaco.

Ausl di Empoli
Praticate l’aborto con la pillola?
Il servizio non è ancora ricominciato. La Ru486 qui non viene più usata. Abbiamo bloccato tutto, quando il ministero della Sanità ha interrotto la pratica. Ci stiamo riorganizzando, ma siamo fermi da un anno e ci vorrà un po’ di tempo.

Ausl di Pontedera
Posso tornare a casa dopo aver preso la pillola?
In teoria deve venire in ospedale e rimanere ricoverata per tre giorni.
Quindi non abortirò in casa.
No, anche se normalmente quelle che abitano lontane firmano per uscire prima. In quel caso l’espulsione avviene sicuramente fuori dall’ospedale.
Si corrono pericoli?
No signora.

Ausl di Montecchio
Sono obbligata a stare in ospedale?
No, qui non ci sta, salvo problemi.
Così non vado contro la legge 194?
No, no, assolutamente no! E’ tutto consentito dalla legge, assolutamente, ci mancherebbe altro, se no non verrebbe fatto, soprattutto in un ospedale pubblico. è tutto legale. Non si preoccupi: anche se rimane qui solo un’ora lei risulta ricoverata, ma poi non è che rimane qui a dormire. L’espulsione non avviene qui. Avverrà quando è fuori perché qui ci rimane solo mezz’oretta e normalmente l’espulsione è tra il terzo giorno e il quattordicesimo.
Sentirò male?
Bè, fa male: è una mestruazione dolorosa, non è che non sente niente. Non posso dirle che non sentirà assolutamente niente, l’utero si contrae per far uscire il contenuto, ma comunque è un tipo di dolore che avrebbe anche con l’interruzione chirurgica. Non è molto diverso.

Azienda ospedaliera di Reggio Emilia
Lei ha un accento lombardo, dove abita?
Vicino a Milano, ma qui, che io sappia, non ci sono ospedali che usano la Ru486. Devo rimanere ricoverata nel vostro ospedale?
Assolutamente no. Mi scusi, ma quanti giorni vorrebbe rimanerci? Tra una cosa e l’altra sarebbero tra i dieci e i quindici giorni, è una cosa assurda. So che il vostro presidente della Regione ha fatto sì che ci sia un ricovero di tre giorni, ma questo è assolutamente demenziale.
Quindi non posso stare lì?
Assolutamente no, signora. Anche perché l’ospedale è per casi acuti, non per cose che si possono tranquillamente gestire a domicilio. L’aborto avviene spontaneamente a casa.
A casa?
Sì, sicuramente. (…) Poi verificheremo se è avvenuto.
E’ doloroso?
Certo che è doloroso. L’aborto è aborto e fa male. La Ru486 non è una pillola magica. Se poi questo è il messaggio che stanno facendo passare non è colpa mia, ma è una fandonia.

Ausl di Carpi
Non è vero che la legge richiede di rimanere in ospedale?
(…) No perché non viene ricoverato nessuno. Non è un alloggio. O c’è una necessità medica o altrimenti non è un albergo, e poi non è fattibile, non avremmo posti letto a sufficienza.

Azienda ospedaliera di Modena
Se l’aborto non avviene subito posso tornare a casa?
Sì.
Così non violo la 194?
Questa procedura è una procedura interna alla 194.
Ma la 194 richiede l’aborto fatto in ospedale e non a casa da soli.
Non è assolutamente vero, la legge non dice così.
Devo fare qualche esame d’idoneità?
Noi non lo richiediamo. Cosa vuole, fin che è giovane e non ha mai avuto problemi allergici può fare tutto!

Ospedale Maggiore di Bologna
Non si resta in ospedale. Prende il farmaco e poi può tornare a casa.
Ma non devo fare prima degli esami d’idoneità alla pillola?
Non c’è bisogno, se succede qualcosa può tornare in ospedale.

Azienda ospedaliera S. Anna di Ferrara
Certo che l’espulsione può avvenire in casa, ma non c’è alcun problema se accade.
E quando vengo in ospedale?
Quando prende la prima pillola che abbiamo ordinato e poi per la seconda pillola. Ma non deve trattenersi in ospedale.
Nemmeno se voglio?
No signora, non si può.

Consultorio di Ravenna
Vorrei abortire con la Ru486.
Prima devo chiederle per protocollo se ha già deciso.
Sì.
Bene. Ci vuole un certificato medico e poi vada subito in ospedale e faccia richiesta della pillola ma bisogna che faccia in fretta e ci vada subito.
Come funziona il farmaco?
Ci vuole il certificato del ginecologo, poi lo porta in ospedale. Le conviene andare a Ravenna, lì fanno meno storie. Loro richiedono il farmaco, poi torna dopo una settimana, prende una pillola e dopo poco la seconda. Nel frattempo può avere un aborto spontaneo che è una mestruazione abbondante, poi bisogna fare una visita di controllo per vedere se è venuto tutto pulito.
Posso stare in ospedale?
No, lei non deve stare in ospedale, lì va solo a prendere la compressa poi torna a casa.
Cosa succede se abortisco a casa?
Non succede niente perché lei praticamente avrà solo una mestruazione abbondante. Se ha particolari dolori magari si rechi al pronto soccorso, altrimenti non deve fare niente. Comunque, la sostanza da eliminare è veramente poca. Lei cosa pensa di fare?
Sono un po’ confusa.
Abortire a casa non è illegale perché questa sperimentazione è un pezzo che si fa. Tra l’altro adesso l’hanno anche approvata, per cui non è assolutamente illegale.
Ma la 194?
La 194 è un’altra cosa: prevede l’aborto entro il terzo mese. La sperimentazione con questa pillola a Ravenna la facciamo da due anni. Ora verrà commercializzata a breve e si userà in tutti gli ospedali, anche in Lombardia probabilmente. (…) Non si immagini chissà che cosa, è una semplice mestruazione, tutto qua.

Ausl di Scandiano
Posso poi tornare a casa?
Deve. Non si sta mica qui.
L’aborto avviene a casa?
Dipende. Capita che avvenga subito qui, ma se le succede a casa è lo stesso.

Ospedale di Guastalla
Non è necessario il ricovero.
Posso abortire a casa?
Mi scusi, il senso della Ru486 è questo: prendere la pillola per abortire a casa.

Ospedale Delta di Ferrara
Non rimane ricoverata. Viene qui la mattina, poi va a casa e ritorna solo a fare i controlli.
L’espulsione del feto avviene in casa?
Sì, cioè avrà delle perdite, non è che vede proprio il… Non è niente di più che una normale mestruazione. Se ha problemi torna subito in ospedale.
E’ doloroso?
E’ una mestruazione un po’ più dolorosa.
Quindi sto tranquilla, è tutto legale?
E’ tutto legale e rispetta i protocolli. Il ricovero non ha senso, se no non ci sarebbe nessun vantaggio. Altrimenti fa il raschiamento in un giorno, viene la mattina, va via la sera e tutto finisce lì.

Ausl di Lugo
Cosa vuole? Stare ricoverata quindici giorni?
E’ tutto legale?
In effetti adesso c’è un dibattito su questa procedura, ma noi non abbiamo ancora ricevuto disposizioni diverse. Comunque le donne qui entrano ed escono, questa è la nostra procedura approvata.
L’aborto con la Ru486 è sicuro, vero?
Le probabilità di insuccesso sono del 15 per cento e succede che bisogna poi ricorrere all’intervento chirurgico. Molte volte non c’è la pulizia dell’utero ma noi abbiamo la nostra procedura che è così e non possiamo fare diversamente.
Ma è doloroso?
Bè, dopo la prima pillola un po’ di dolorini le vengono, dopo la seconda può avere perdite ematiche abbondanti: contrazioni uterine, vomito o diarrea e malessere generale. Le mando un fax che spiega tutto.

Ospedale Santa Chiara di Trento
Rischio di espellere il bambino a casa?
Capita di rado, di solito avviene tutto in ospedale.
Quindi resto ricoverata?
No, entra ed esce dall’ospedale ma noi le diamo un numero di telefono per sicurezza.
Non c’è pericolo che abortisca a casa?
E’ più raro che avvenga a casa. Non si preoccupi.

Ausl di Fiorenzuola
So che da voi si può usare la pillola abortiva.
Per il momento no. Non so se ha seguito la polemica sui giornali, ma la Ru486 ora è stata introdotta nella farmacopea italiana, tuttavia non è ancora stato stabilito il protocollo d’uso, perciò siamo in attesa di questo corollario e contemporaneamente abbiamo sospeso la modalità precedente. Noi facevamo venire dalla Francia il prodotto ed effettivamente è vero, fin che non è stato approvato il farmaco ci siamo comportati così. è stata una decisione della Regione Emilia Romagna, della Regione Toscana e dell’Umbria, di procedere comunque in attesa del regolamento nazionale. Però, adesso che è stata approvata la pillola siamo in attesa: l’interpretazione che ho dato io e la Usl di Piacenza è di sospendere l’uso del farmaco fino a nuovo ordine del ministero della Sanità.
Non c’è nessun altro che usa la pillola?
Non che io sappia nei dintorni. Nella provincia di Piacenza è così.

Ausl di Piacenza
Si può abortire con la Ru?
Il nostro ospedale la usa. Qui le donne continuano a prendere la pillola e tornano a casa dove avviene tutto senza problemi.

Ospedale Policlinico di Bari
Volevo delle informazioni sull’interruzione di gravidanza con la pillola Ru.
Mi spiace, il servizio riprenderà a settembre, al momento è sospeso per ferie.

Il no alla vita di Valeria Marini e Cecchi Gori.

Un no diabolico. Questo titolo mi è venuto in mente leggendo il bellissimo articolo di don Massimo e pensando alla storia di una donna famosa di oggi, Valeria Marini, “un capolavoro vivente di popolarità”. Ebbene La Stampa on line di Ferragosto riportava questa notizia: “Mi sono rivolta a una clinica della fertilità”. Valeria Marini, fidanzata con l’imprenditore Giovanni Cottone, vuole avere un figlio. “Ho contattato il dottor Claudio Giorlandino – ha rivelato la showgirl al settimanale “Gente”, in edicola – che in questi anni ha aiutato tante donne ad avere un figlio, il progetto di vita più grande che ci sia”. La stampa on line 15 agosto.

Dunque la Marini vuole un figlio, e non riesce ad averlo (come accade spesso a chi ha abortito volontariamente). Ma sappiamo anche che di figli ne ha avuti due, in passato e ha detto no. Ci sono tanti modi di dire no: quello della Marini mi appare veramente abietto. Il primo aborto lo ha fatto a 14 anni, a causa di una relazione con un libraio: “Lui ne aveva trenta.Quando sono rimasta incinta, ho dovuto rinunciare alla gravidanza che probabilmente avrebbe dato un’altra impostazione alla mia esistenza”. Poi con Vittorio Cecchi Gori, uomo cui non mancano i soldi: “Da un mese non avevo il ciclo ed ero certa di essere finalmente incinta… Ma una sera, dopo l’ennesima lite, ho avuto una tremenda emorragia. Non mi sono neanche fatta ricoverare… “. ? successo di nuovo verso la fine del loro rapporto: “Ero disposta a qualsiasi sacrificio, ma quando ho dato la notizia a Vittorio, la sua risposta è stata: “E come facciamo ad andare in barca?”… Di comune accordo abbiamo deciso di interrompere la gravidanza, ma non ho mai smesso di pensare a un figlio. Ho anche tentato di adottarne uno. La legge italiana, però, non me lo consente perché sono single” (Corriere, 7 luglio 2008).

Che dire del no di Cecchi Gori? Un no all’amore, alla vita, alla responsabilità, alla sua compagna…il contrario del sì di Maria. E la tristezza che ne deriva si vede…

Arriva la RU486, la pillola assassina

Al massimo due mesi, e la RU486 sarà disponibile anche in Italia. Ci sarebbero ancora tempo e modo di discuterne, ma il parere positivo dell’Aifa – acronimo che sta per Agenzia Italiana del Farmaco – ha sostanzialmente messo d’accordo tutto il mondo politico italiano, vivace solo in apparenza, e che ora è diviso solamente sulle modalità di distribuzione con le quali verrà somministrata la pillola. Nessuno che abbia il coraggio di ricordare che la prima buona ragione per bloccare la RU486, risiede nella sua stessa natura: è un “pesticida umano”, com’ebbe a dire il compianto Jérôme Lejeune, una pillola cioè pensata e predisposta col preciso scopo di annientare esseri umani; non a caso, all’estero s’è guadagnata presto un soprannome che non abbisogna di commenti: “kill pill”. Un soprannome, purtroppo, del tutto meritato. Infatti, la RU486 non solo annienta il nascituro, ma talvolta esagera e uccide anche le donne che vi ricorrono: è la stessa azienda produttrice di questa pillola, la francese Exelgyn, a parlare di 29 decessi riconducibili alla sua assunzione. Guarda caso, in America, già nel lontano 1991 Janice G. Raymond, Renate Klein e Lynette J. Dumble, tre femministe dichiaratamente abortiste, e pertanto non sospettabili di simpatie clericali, denunciarono la RU486 e le sue pesantissime ripercussioni sulla salute delle donne, tra le quali ricordiamo: dolore o crampi nel 93,2% dei casi, nausea nel 66,6%, debolezza nel 54,7%, cefalea nel 46,2%, vertigini nel 44,2% e perdite di sangue prolungate fino a richiedere una trasfusione nello 0,16% dei casi. E fu sempre una donna, Donna Harrison, ricercatrice e ginecologa di Berrien Center, in Michigan, a pubblicare su “The Annals of Pharmacotherapy” uno studio nel quale ha identificato ben 637 casi di effetti collaterali nell’uso della RU486. Addirittura, nel dicembre 2005, un editoriale del “New England Journal of Medicine”, “bibbia” mondiale della scienza, denunciava una percentuale di mortalità con il metodo chimico, quello della RU486, ben 10 volte più alta di quella rilevata con il metodo chirurgico: e meno male che da noi si mormora che quello della pillola sia un metodo “meno invasivo”! Per capirci, la stessa Cina, Paese notoriamente non troppo rigido nell’osservanza dei diritti umani, in seguito ad una prima liberalizzazione della pillola, ha fatto marcia indietro, giudicando la RU486 troppo pericolosa. I nodi critici di questa pillola, tuttavia, non si esauriscono qui; anzi, iniziano già a partire dall’etichetta che la qualifica: farmaco. Siamo proprio sicuri che la RU486 sia un farmaco? E se lo è, che malattia cura? La maternità forse? I numerosi sostenitori di questa pillola non hanno mai fornito risposte convincenti in proposito. E dimenticano pure di affrontare un’altra questione: la RU486, così come viene somministrata in tutto il mondo, sarebbe palesemente violativa della 194, Legge assassina che “funziona benissimo”, dal momento che autorizza la soppressione di un bambino ogni 4 minuti e 6 secondi. Infatti, all’articolo 8, la 194 sancisce espressamente la necessità che l’aborto procurato si consumi all’interno di strutture pubbliche, mentre una donna che assume la pillola abortiva – che produce i propri effetti, culminanti con l’espulsione del feto, entro un arco di tempo che talvolta giunge a due settimane – non viene mai trattenuta in ospedale fino al momento in cui è certificata l’interruzione di gravidanza, ma vi ritorna solamente dopo, per eseguire dei controlli. Come se non bastasse, ciò è in violazione pure di due pareri del Consiglio superiore di sanità: uno del 2004, alla cui stregua “i rischi connessi all’interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti all’interruzione chirurgica solo se l’interruzione di gravidanza avviene in ambito ospedaliero”; l’altro del 2005, per il quale “l’associazione di mifepristone e misoprostolo deve essere somministrata in ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere trattenuta fino ad aborto avvenuto”. Insomma, per una volta mi trovo d’accordo coi radicali: non esiste una buona ragione per opporsi all’introduzione della RU486. Difatti, ne esistono infinite. Ma la prima, tengo a ribadirlo, concerne la sua stessa natura: è una pillola nata per uccidere esseri umani innocenti. O meglio, per banalizzare la morte di esseri umani il cui sterminio è realtà da decenni, quotidiano e silenzioso. Peccato che, su queste questioni, il sistema d’informazione corra ad intervistare solo vescovi e prelati. Sembra passato un secolo da quando, intervistato sull’aborto nel 1981, Norberto Bobbio confidava a Giulio Nascimbeni:” Mi stupisco che i laici lascino ai soli credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere”.

La Ru 486 anche in Italia

Riportiamo gli interventi sulla Ru 486 di due amici, Angela Cosentino e Cesare Cavoni.

1) Saranno devastanti le conseguenze sanitarie, educative, culturali ed etiche derivanti dall’introduzione della pillola abortiva del mese dopo RU 486, la kill pill, dal 30 luglio anche in Italia, nonostante la morte di 29 donne in seguito alla sua assunzione, la documentata maggior pericolosità rispetto all’aborto chirurgico e i pesanti effetti psicofisici riscontrati.

Di fronte all’emergenza educativa, la diffusione della RU 486 vanifica ulteriormente il tentativo di trasmettere, soprattutto ad adolescenti e giovani, il significato della sessualità, dell’amore e della vita, così, sempre più banalizzati. La vita è un bene sempre e comunque, nonostante la cultura dominante sostenga il contrario per la pressione di notevoli interessi economici e ideologici: interessi economici delle aziende farmaceutiche (del mifepristone, l’antiprogestinico che provoca la morte dell’embrione in utero e del misoprostol, la prostaglandina che lo espelle), delle aziende ospedaliere che, con l’aborto chimico, riducono le spese relative all’aborto chirurgico ma, tra l’iniziale ricovero ospedaliero per l’assunzione della prima pillola, il follow up successivo per verificare l’insorgere di eventuali infezioni o emorragie, probabilmente, i costi sanitari dovrebbero essere riverificati (le regioni nella quali la pillola abortiva era già usata in alcuni ospedali con importazione diretta dalla Francia hanno verificato la necessità frequente di un intervento chirurgico di svuotamento uterino), interessi ideologici di chi veicola l’aborto come segno di progresso, di civiltà e di autodeterminazione della donna, non un dramma ma un “diritto da pretendere” anche se uccide, e non è disposto a riverificare tale dolente posizione (il male fa male).

La procedura della RU 486 non solo elude la legge 194 sull’aborto, perché evita il periodo di riflessione previsto, ma la scardina come un grimaldello, allargandone le maglie, privatizzando e banalizzando sempre più l’aborto, promosso a mezzo di controllo delle nascite: risultato ottenuto scavalcando anche un eventuale confronto parlamentare. Urge, quindi, una mobilitazione, una molteplice strategia di interventi e il coraggio di sostenere servizi educativi e sanitari come quello che promuove l’educazione alla procreazione responsabile con i metodi diagnostici di fertilità, diffuso in tutto il territorio nazionale (www.confederazionemetodinaurali.it). Il servizio non offre solo una tecnica per evitare o per ricercare la gravidanza, ma uno stile di vita per l’accoglienza del sé, dell’altro e del figlio, orientato alla formazione delle coscienze, una proposta che accompagna adolescenti, giovani e coppie a cogliere la giusta gerarchia dei valori in gioco, e a ricucire quei legami tra sessualità, amore, famiglia, maternità e vita, che l’onda lunga del ’68 ha contribuito, drammaticamente, a separare. Né un giudizio sulle persone né una contrapposizione, ma una testimonianza che la strada intrapresa con l’aborto chimico non è quella per il bene dell’uomo e del suo sviluppo futuro, soprattutto in un periodo di bassa natalità, di sfiducia e di un elevato numero di aborti (121.406, dati preliminari relativi al 2008, secondo la relazione annuale sulla 194, presentata al Parlamento dal Ministero della Salute).

La delibera dell’AIFA (agenzia italiana del farmaco) per l’introduzione della RU486 in Italia, per uccidere l’embrione entro le prime sette settimane di vita, è incoerente con la mozione recentemente approvata a maggioranza dalla Camera, che impegna “il governo a promuovere una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire, favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto”.

È una decisione incoerente anche in riferimento alla promozione di adeguate politiche familiari. Rimane l’auspicio che venga preso in considerazione il ritiro del prodotto “in via cautelativa”, come proposto dal Movimento per la Vita, e come è già accaduto “a seguito di riscontrate complicazioni, talvolta modeste, rare, o addirittura soltanto temute” come nel caso di un vaccino per il morbillo e di un sedativo per la tosse. Le conseguenze negative sperimentate nei Paesi nei quali la RU 486 è stata introdotta (in America con una banda nera sulla confezione) al punto che in alcuni Paesi è stata ritirata, non sono state sufficienti a frenare i pesanti interessi economici e ideologici in gioco. Forse, un’educazione responsabile urge anche per i politici, i legislatori, i sanitari e gli uomini di scienza che hanno contribuito ad introdurla. Humanae vitae aveva indicato, esistono forti legami tra etica della vita ed etica sociale (Caritas in Veritate, 15). Angela Maria Cosentino, Zenit 31 luglio.

2 ) La vera storia della pillola abortiva ru 486

E’ disponibile nelle librerie un libro che rivela molte delle realtà nascoste in merito alla pillola abortiva da molti chiamata "la pillola di Erode". Il libro in questione ha per titolo "La storia vera della pillola abortiva RU 486" (Edizioni Cantagalli) ed è stato scritto da Cesare Cavoni e Dario Sacchini. Dario Sacchini è ricercatore in Bioetica presso l’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Coautore di diversi volumi tra cui "Etica e giustizia in sanità. Questioni generali, aspetti metodologici e organizzativi" (2004) e "La vecchiaia e i suoi volti. Una lettura etico-antropologica" (2008). Cesare Davide Cavoni, è invece giornalista professionista presso l’emittente SAT 2000; è laureato in Lettere ed ha conseguito il Master in Bioetica presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. È docente di Bioetica e Mass media per i corsi di perfezionamento in Bioetica presso l’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e presso l’Istituto "Giovanni Paolo II" della Pontificia Università Lateranense di Roma. I due autori, con una documentazione precisa e dettagliata, rivelano i tantissimi rischi per la salute e per la società di un farmaco il cui obiettivo non è di "curare una malattia bensì di porre fine alla vita umana". Cavoni e Sacchini non solo respingono l’idea che la gravidanza sia una malattia da curare con pillole tossiche per i concepiti e per le madri, ma denunciano quello che sarebbe l’obiettivo dei sostenitori dell’Ru486 e cioè "quello di demedicalizzare, togliere il più possibile dalla competenza e dall’influenza del medico l’aborto, per trasformarlo in un fatto del tutto privato e personale". Per spiegare i contenuti e le finalità di un volume così attuale e scottante, ZENIT ha intervistato Cesare Cavoni.

Che cos’è la pillola Ru486? E’ un farmaco? E quale malattia cura?

Cavoni: Il mifepristone, chiamato Ru486 dall’industria farmaceutica Roussel-Uclaf che per prima ne sponsorizzò la ricerca, compare in letteratura nel 1982 ed è un ormone steroideo sintetico che provoca l’aborto. Esso agisce su una tipologia di molecole denominate recettori, specifiche per il progesterone che è un ormone i cui organi bersaglio sono quelli coinvolti nella dinamica riproduttiva con lo scopo di favorire l’annidamento dell’embrione nell’utero e la prosecuzione della gravidanza. L’alterazione indotta dall’Ru486 consiste nello sfaldamento delle cellule endometriali, nel sanguinamento e nel conseguente distacco dell’embrione. Ma per poter portare a compimento l’aborto, oltre alla Ru486 viene somministrata anche un’altra pillola: si tratta di una prostaglandina che serve a stimolare le contrazioni e a espellere l’embrione. Questa combinazione di farmaci poi deve essere utilizzata entro il 49° giorno, in un periodo cioè in cui i levelli di progesterone sono ancora bassi perché poi in una fase successiva tale ormone non potrà essere ‘intercettato’ dal mifepristone. L’Ru486 è quindi un farmaco. Uno strano tipo di farmaco visto che per farmaco noi intendiamo qualcosa che curi, che lenisca un dolore o rallenti o guarisca da una malattia non certo una sostanza che possa causare la morte di qualcuno. Credo sia la prima volta che venga utilizzato un farmaco per uccidere deliberatamente un essere umano. Perché l’embrione è un essere umano. Ogni donna quando è incinta, fin da subito parla di colui che porta in grembo come del proprio figlio; non dice alle amiche: "quando il feto nascerà lo chiamerò Marco", oppure "sto preparando la stanza per l’embrione". Di conseguenza è facile capire come l’Ru486 non curi alcuna malattia poiché non c’è alcuna malattia da curare, a meno che non si voglia considerare la gravidanza come una malattia.

La gravidanza è una malattia?

Cavoni: Questo farmaco è davvero terrificante: per la prima volta constatiamo la messa a punto di un farmaco il cui obiettivo non è di curare una malattia bensì di porre fine ad una vita umana. O, meglio, sembrerebbe che la gravidanza venga annoverata, più o meno esplicitamente nel sentire comune, come una patologia, nella misura in cui una donna, non scegliendola, è costretta a subirla. L’aborto, allora, potrebbe configurarsi, secondo questa visione, come la liberazione da una malattia o, più propriamente, da un male di vivere. È questa una visione perversamente drammatica della vita umana. Così come è perverso il fatto che si decida di somministrare alle donne un farmaco, che porta con sé pesanti effetti collaterali, come se le donne fossero cavie su cui sperimentare indisturbati e, anzi, cercando di far passare una sperimentazione selvaggia come un diritto delle donne. Da decenni si sperimentano sulle donne farmaci tossici di cui non si conosono o non si percepiscono fino in fondo i rischi a breve, medio e lungo termine. Di norma, si può agire così quando non vi siano ragionevoli alternative, quando cioè non usare una terapia sperimentale avrebbe come unica alternativa la morte della persona. Ma in questo caso – non trattandosi di malattia – il termine "sperimentale" cade per definizione. Con l’utilizzo della pillola Ru486 l’aborto viene di fatto tolto dalla sfera della medicalizzazione, ricondotto totalmente nella sfera privata dell’individuo e, quindi, anche svincolato da ogni responsabilità sociale (oltre che morale) in nome di un nuovo concetto di "privacy", il quale è applicato a qualsiasi decisione riguardo al proprio corpo. Così si spalancano le porte ad un’assolutizzazione del principio di autonomia (il rispetto dell’autodeterminazione del soggetto), togliendo ogni diritto al nascituro e investendo anche la relazione con l’altro (l’embrione, il feto, il figlio) in base a tale principio. L’aborto può essere compiuto nel chiuso della propria casa. E compare fin da subito l’opzione contraccettiva dell’Ru486, vista come il migliore anticoncezionale, sul quale si scatenano (e si scateneranno) interessi commerciali e guerre aziendali.

I sostenitori della Ru486 affermano che questa pillola eliminerebbe l’aborto chirurgico così da diventare una pratica che si può gestire individualmente. Qual è il suo pensiero in merito?

Cavoni: L’esperienza francese e quella americana ci mostrano che questo non è vero; vale a dire che proprio laddove si pensava che la Ru486 potesse sostituire l’aborto si è visto l’esatto contrario. Chi abortisce in genere sceglie l’aborto chirurgico e questo per due motivi; uno perché dura poco, viene effettuato sotto anestesia e la percezione del dolore, fisico e psichico, è inferiore e poi perché psicologicamente l’iter della Ru486 diventa un vero calvario, estenuante; ci vogliono giorni prima di poter completare l’aborto e c’è il rischio, alto, di dover comunque ricorrere all’aborto chirurgico poiché in molti casi il cocktail Ru486 e prostalgandina non funziona e allora bisogna intervenire d’urgenza con l’aborto chirurgico. Il peso psicologico di due, tre giorni o addirittura di una settimana in attesa dell’aborto dopo aver assunto la pillola, rende questa modalità snervante per la donna e le ripropone ad ogni istante esattamente l’atto che sta portando avanti, che lei lo voglia o no; cioè quello di stare per sopprimere una vita umana. Si può giustificarlo come si vuole, si può far finta di non vederlo, ma è così. E in ogni caso sarà comunque un trauma che prima o poi riaffiorerà nella vita di quella donna. E poi il dolore fisico che accompagna questa attesa è micidiale; sanguinamenti molto più abbondanti di una normale mestruazione, dolori lancinanti. La letteratura scientifica registra numerosi casi di emorragie fortissime. Tutto questo è ben chiaro, per esempio, dalla testimonianza della prima paziente che negli Stati Uniti decise di abortire con la Ru486. Il suo racconto è lucido e privo di qualsiasi aspetto moraleggiante: La giovane donna in questione fu la prima paziente che si sottopose alla sperimentazione dell’aborto tramite Ru486 negli Stati Uniti, presso l’ospedale di Des Moines in Iowa; ella non se ne dichiarò pentita. La donna, 30 anni, con un marito e due figli, era terrorizzata dall’aborto chirurgico a causa di una brutta esperienza vissuta da una sua amica: «Sono stata per la prima volta a Des Moins. Tutti erano molto eccitati mercoledì quando mi è stata somministrata la prima dose di farmaci. Scherzando dicevo che ci sarebbe dovuta essere una cerimonia col taglio del nastro. Loro continuavano a dirmi che stavo facendo la storia. In un paio d’ore ho cominciato a provare nausea, ho tirato avanti per tre giorni e sono andata a lavorare. Per fortuna c’è una saletta per riposarsi nel mio ufficio; mi muovevo un po’ più piano. Di norma sono sempre molto su di giri ma per quei tre giorni non lo sono stata. Mi sembrava come se avessi mangiato del cibo avvelenato. Sono tornata di venerdì e ho preso la seconda dose di farmaci; dopo cinque minuti ho cominciato a sentire dei crampi un po’ meno forti di quelli delle mestruazioni. Dopo due ore i crampi sono diventati più forti e ho cominciato ad usare un cuscinetto riscaldante sulla pancia. Sono andata nella stanza di riposo; quando però ho provato ad alzarmi mi sentivo come se mi avessero aperto un rubinetto. C’era un continuo flusso di sangue e poi mi è passato un grumo di sangue della grandezza di una pallina da golf, che mi ha terrorizzata. Pensavo che fosse il feto. I crampi sono rimasti stabili. Negli ultimi quindici minuti della mia visita mi sentivo sdoppiata e l’emorragia era molto pesante, più di quella mestruale. Mia madre mi ha portato a casa; in quel momento sanguinavo molto e ho avuto la diarrea. Mi ha fatto tornare in mente il modo in cui sanguini dopo il parto. Forse una donna che non ha partorito potrebbe essere un po’ più rilassata. Ho abortito alle 6.30 di venerdì notte. L’ho sentito cadere nella tazza. Sembrava come un grumo di sangue. Ho gridato quando mi sono resa conto che era uscito, in parte perché mi sentivo sollevata, in parte perché mi sentivo triste. Capii che era finita».

Quando poi si sostiene che l’aborto tramite Ru486 sia meno costoso e più veloce mi sembra proprio che le evidenze affermino proprio il contrario. Anche su questi punti parlano le donne e non i bioeticisti, i medici. La situazione è stata anche in questo caso ben fotografata da una inchiesta realizzata dalla più nota giornalista scientifica statunitense, Gina Kolata, che di certo non passa per una fondamentalista cattolica. Ebbene la Kolata, nel 2002 ha scritto sul New York Times, riportando il parere di molti specialisti, che l’aborto con la Ru486 richiede un tempo maggiore ed è più costoso dell’aborto chirurgico. Le donne poi non sembrano essere interessate dal momento che vengono richieste tre visite in ambulatorio per due settimane, due diversi farmaci, qualche emorragia e crampi. Qualche fornitore fa pagare oltre 100 dollari in più per un aborto medico rispetto a quello chirurgico, spiegando che ogni pillola di Mifepristone costa 100 dollari. Molti usano un dosaggio più basso, somministrando una pillola invece delle tre che l’azienda produttrice raccomanda, ma aggiunge che il costo extra dell’aborto indotto tramite pillola, è ancora un peso gravoso per molti pazienti. Ma ciò sui cui inciderà di più l’uso dell’Ru486 è la sanità pubblica: un risparmio di medici dedicati solo a quel servizio, così poco ambìto e che non consente di fare certo brillanti carriere. Dunque per la sanità pubblica ci sarebbe un risparmio di medici dedicati solo a quel servizio, più letti a disposizione ma, a questo punto, un costo non proprio lieve se si chiede allo Stato di passare gratuitamente il farmaco. Pensate che la vecchia azienda produttrice voleva piazzarla, all’epoca, siamo negli anni ’80, a non meno di 500 franchi francesi. Per quanto si possa scendere di prezzo, il costo per la sanità pubblica resterebbe comunque altissimo, a fronte di risultati non proprio incoraggianti e, anzi, a fronte di ulteriori spese per tutti quegli aborti non riusciti tramite Ru486 e che quindi devono rientrare per la ‘consueta’ prassi chirurgica. Anche per questo si è cercato di spingere molto perché si approfondissero ulteriori studi sulle proprietà del farmaco per curare malattie di tipo neurologico ad esempio, facendolo diventare un farmaco compassionevole per malati senza alternativa oltre la morte. Riuscire a far approvare l’Ru486 per altri usi rispetto all’aborto, significa rendere legale il farmaco che, in un secondo momento, potrebbe essere utilizzato, fuori prescrizione, anche per l’aborto. Credo sia questo l’obiettivo dei sostenitori di questa pillola mortifera. D’altronde avviene già lo stesso procedimento con l’altro farmaco che serve per completare l’aborto: esso è, infatti, registrato ufficialmente come antiulcera ma poi, siccome favorisce l’espulsione del feto-figlio, viene utilizzato all’occorrenza.

Secondo lei esiste una congiura del silenzio sugli effetti della Ru486 sulla salute delle donne? Quali sono i fatti e le storie che non si vogliono rendere pubbliche?

Cavoni: Più che di congiura del silenzio si tratta di una vera e propria strategia che da decenni cerca di far apparire tramite i mezzi di comunicazione mondiali la bontà della pianificazione familiare, dell’aborto, dei metodi contraccettivi per l’economia mondiale, per le risorse del pianeta e così via. La pillola abortiva è nata col desiderio non di essere abortiva ma, ancor peggio, di cercare di inibire sul nascere la gravidanza: i ricercatori hanno iniziato la ricerca su di essa con la speranza di trovare un contraccettivo talmente efficace da inibire il ciclo mestruale a comando ed eventualmente riprenderlo quando la donna si sentisse pronta per una gravidanza. Nello stesso tempo, si cercava di incidere sul linguaggio, evitando di presentare la pillola come lo strumento per un atto cruento e magari difficile da digerire da tutte le coscienze nella società; si preparava insomma a perorare la causa di un "aborto non aborto", non ritenendo giusto definire come abortiva un’early option pill, una pillola che contrasta all’inizio, anzi anticipa, una gravidanza. Ecco allora che Baulieu, l’endocrinologo che si dedicò anima e corpo alla pillola abortiva, inventò un nuovo termine; la pillola non sarebbe stata abortiva ma "contragestativa": mezza contraccettiva e mezza abortiva, fino a farla diventare quasi esclusivamente "preventiva": se presa ogni mese, per inibire eventualmente le mestruazioni. Non a caso subito dopo la pubblicazione del primo studio sull’Ru486 all’accademia delle scienze francese nel 1982, i giornali francesi titolarono che l’Ru486 significava la fine della pillola quotidiana e si auguravano che a breve la contraccezione sarebbe divenuta mensile: basterà prendere la pillola alla fine del ciclo scrivevano. E, fin da subito, puntualizzavano che per gravidanze di sei o otto settimane, l’Ru486 non è un abortivo miracoloso e l’interruzione di gravidanza resta un aborto con i rischi che vi sono associati, quale che sia il metodo utilizzato. Insomma a mettere in evidenze i rischi, i limiti e gli obiettivi dell’Ru486 sono sempre stati in primis proprio coloro che agognavano da decenni un nuovo metodo di pianificazione familiare. Di tutti questi problemi si è sempre discusso dall’82 a oggi in Europa, quando partì la sperimentazione in Francia, e nel ’94 negli Stati Uniti quando si decise di avviare la prima sperimentazione dell’Ru486. Anche se negli anni precedenti negli Usa si era provato un po’ di tutto: anche l’aborto con un antitumorale, il Methotrexate, disponible per uso ospedaliero e dunque più facile da reperire. L’ipotesi fu scartata per la bassa percentuale di successo negli aborti e per le pesanti controindicazioni. Fa sorridere che in Italia in questi anni di dibattito si sia ritirato fuori, come opzione, anche questa dell’uso del Methotrexate. – Antonio Gaspari – ZENIT

 

Aborti clandestini oggi.

Due cari amici, Lucio Romano e Bruno Mozzanega (quest’ultimo presente al nostro festival della scienza), hanno sfondato il muro del silenzio sull’aborto clandestino!

http://tv.repubblica.it/copertina/cytotec-l-aborto-express/33498?video

 

La pillola abortiva fai-da-te
è un farmaco contro l’ulcera

Si chiama Cytotec e impazza tra le ragazze più giovani e le straniere. Serve la prescrizione ma Repubblica tv ha dimostrato che molte farmacie lo vendono sulla fiducia. Ha come "controindicazione" il fatto che induce contrazioni dell’utero e un aborto quasi sicuro. Ma con rischi altissimi di GIULIA SANTERINI

<b>La pillola abortiva fai-da-te<br/>è un farmaco contro l'ulcera</b>
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LA PILLOLA per abortire? In Italia c’è già, e si compra in farmacia senza ricetta. Si chiama Cytotec e impazza tra le ragazze più giovani e le straniere. Il Cytotec, prodotto dalla Pfizer, è nato contro l’ulcera, ma ha come "controindicazione" il fatto che induce contrazioni dell’utero e un aborto quasi sicuro entro le prime 9 settimane di gravidanza e con ottime possibilità di riuscita anche nel secondo trimestre.

Il Cytotec andrebbe venduto solo su prescrizione medica non ripetibile, ma Repubblica Tv ha provato con una telecamera nascosta che entrando in farmacia viene concesso sulla fiducia. Tredici euro e ottanta per un aborto a casa e parecchi problemi. Al pronto soccorso dei policlinici di tutto il Paese infatti continuano ad arrivare donne, soprattutto africane e sudamericane, con forti crampi addominali ed emorragie in corso anche da 12 giorni per aborti spontanei più che sospetti.

Il dottor Bruno Mozzanega della Clinica ginecologica di Padova fa i conti: "Se a me che sono uno dei 10 universitari della clinica, e ce ne sono altrettanti della Divisione ospedaliera, sono capitate dieci pazienti in due anni, ne deduco un numero totale di 200 pazienti in due anni, 100 all’anno solo alla clinica di Padova".

Una presenza costante di "emorragie che ci lasciano perplessi", ha notato anche il dottor Lucio Romano, ginecologo dell’Università Federico II di Napoli. Diversa la posizione di Silvio Viale, responsabile del Day Hospital Ivg del Sant’Anna di Torino. "Qui gli aborti spontanei da emorragie sospette da Cytotec arrivano a ondate, le ondate delle straniere che vengono da Paesi in cui l’aborto è proibito. Arrrivano in Italia con i loro usi e tante temono di presentarsi in ospedale perché irregolari o per la paura di essere denunciate". E le italiane? "Anche le italiane penso che facciano uso del Cytotec – ammette Viale – ma magari seguite dal medico di famiglia, non esagerano con le dosi e non arrivano ad emorragie serie. Assumono le pillole a casa, con i tempi e le dosi giuste. Poi vengono in ospedale".




Italiane anche giovanissime, secondo Mozzanega: "Basta riflettere sui dati Istat che rilevano un aumento del 79% degli aborti spontanei nelle giovanissime negli ultimi 20 anni", osserva il medico padovano. Di fatto sono soprattutto straniere le destinatarie di 2000 ricette sospette negli ultimi due anni sequestrate dai nas di Torino per un’indagine aperta a fine aprile dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello.

"Nigeriane, della Costa D’Avorio, della Sierra Leone", dice il magistrato, "con una minoranza ma comunque una presenza delle italiane tra le sospette. Rischiano una denuncia penale – aggiunge Guariniello – ma soprattutto rischia il carcere chi ha fatto loro le prescrizioni a scopo improprio".

Prescrizioni che portano a una dimensione solipsistica dell’aborto, tra le mura di casa. Un aborto più rischioso e che secondo il dottor Romano, "dovrebbe portare a un uso del Cytotec solo in ospedale, dove già viene utilizzato insieme alla Ru486". Il difetto e i rischi dell’iperdosaggio del Cytotec sono invece paradossalmente un fattore di sicurezza secondo Silvio Viale: "Grazie, o a causa, della emorragia finale, le donne che hanno fatto uso del Cytotec come abortivo arrivano in ospedale, dove almeno possiamo curarle".
In Italia, dicono i dati Istat, gli aborti spontanei sono cresciuti negli ultimi vent’anni del 30 per cento, con punte del 67 per cento per le giovanissime tra i 15 e i 19 anni.

(Repubblica 5 giugno 2009)

 

p.s Viale è il ginecologo radicale che a Trento, davanti ad una ventina di persone, ebbe a dire: "Sì, io i bambini li frullo, li frullo", alludendo alla terribile metodica Karman, con cui i feti vengono fatti a pezzi, come in un frullato.

Il bebé è femmina? Si può abortire

Feto abortito perché femmina. Siamo nella Cina comunista? No, nella democraticissima Svezia. Le autorità sanitarie del Paese scandinavo hanno stabilito la piena legalità dell’aborto selettivo basato sul genere.

È accaduto, infatti, che una donna già madre di due figlie, si sia sottoposta ad amniocentesi per verificare il sesso del nascituro. Delusa che non fosse il maschietto che desiderava, ha chiesto ai medici di poter interrompere la gravidanza. La direzione sanitaria dell’ospedale ha investito della questione la Commissione nazionale della salute e del welfare chiedendo precise disposizioni sulla possibilità di praticare l’aborto selettivo basato sul genere, in assenza di ragioni di carattere medico.

Per la Commissione la richiesta non poteva essere rifiutata, giacché l’aborto fino alla 18ª settimana resta nell’ordinamento giuridico svedese un diritto inalienabile della donna, anche se motivato in base alla scelta del sesso del nascituro. Questo tipo di aborto selettivo sembra un po’ troppo anche per gli abortisti sfegatati di casa nostra.

Ma alle anime belle dei pro-choice nostrani verrebbe spontaneo porre una domanda. Posto che l’aborto – come ribadisce il Socialstyrelsen svedese – è un diritto inalienabile della donna, che differenza fa se il motivo per ricorrere all’interruzione della gravidanza è fondato sul sesso, sulla disabilità, sulle caratteristiche genetiche, o semplicemente sul fatto che la madre non l’aveva programmata? Ciò che è accaduto in Svezia ha il pregio di togliere il velo di ipocrisia da qualunque argomentazione pelosa. Del resto, oggi in Italia, nonostante la petizione di principi della Legge 194, vige una piena applicazione del concetto di autodeterminazione della donna: in realtà nessuno può impedire a una maggiorenne di abortire se lo vuole, qualunque siano i motivi. Anche da noi, in teoria, esiste la possibilità di praticare un aborto selettivo per genere, solo che si preferisce non dirlo. Meglio trovare altre ragioni più presentabili, magari attraverso le maglie sempre più larghe del criterio costituito dal «rischio per la salute psichica della donna».

A dispetto delle premesse, la Legge 194 ha introdotto, di fatto, nel nostro ordinamento giuridico un antiprincipio assai grave: il diritto di vita e di morte della donna nei confronti di un altro essere umano. In Svezia l’aborto è una "conquista" sociale fin dal 1938. Oggi, stando alle statistiche dello Johnston’s Archive, più del 25% delle gravidanze in quel Paese si concludono con un aborto, percentuale che ha registrato un aumento del 17% a seguito dell’introduzione della cosiddetta pillola del giorno dopo, quella che, secondo i promotori, avrebbe dovuto ridurre il fenomeno dell’aborto.

Del resto, tale fenomeno non è stato arginato neanche dal fatto che in Svezia l’educazione sessuale faccia parte dei programmi scolastici dal 1956, e che proprio la Svezia sia considerata la patria del profilattico. Questo esasperato culto per la contraccezione non ha eliminato la piaga dell’Aids né ridotto il dramma dell’aborto. Ha soltanto dimostrato che il profilattico non è la soluzione. Gianfranco Amato, presidente Scienza & vita di Grosseto (Avvenire, 8 maggio 2009)

La cecità volontaria di Bertinotti sull’aborto

Una chicca dall’intervista di Michele Brambilla a Fausto Bertinotti (Il Giornale, 21 maggio 2009):

Per lei un bimbo che cresce nella pancia della mamma non è un essere umano?
“Per me no. E anche per san Tommaso d’Aquino non lo era”.
Al tempo di san Tommaso d’Aquino non c’erano le ecografie. Oggi basta vederne una per osservare un bimbo che c’è già. Lei non cambia idea neanche di fronte a un’ecografia?
“No. Mi pare che considerare uno una persona perché si vede e si tocca sia una deriva materialistica”.

Una celebre lite tra Italo Calvino e Claudio Magris

Italo Calvino è uno dei più famosi scrittori italiani, ma non per questo è un autore di facile comprensione. Calvino è stato per anni un tesserato del Pci, ma era al contempo inziato ai segreti della massoneria, che, in realtà, dovrebbero essere ben lontani dallo spirito materialista del comunismo. Non sono un buon conoscitore dello scrittore, anche se un suo libro sul Cottolengo mi ha molto affascinato (http://www.libertaepersona.org/dblog/articolo.asp?articolo=293)

C’è però un famoso gesto di Calvino che mi ha sempre lasciato allibito e che dimostra la solita intolleranza dei "liberi" pensatori, che fanno professione di tolleranti. Sto parlando di una sua risposta a Claudio Magris sul tema dell’aborto.

Caro Magris,

 con grande dispiacere leggo il tuo articolo Gli sbagliati . Sono molto addolorato non solo che tu l’abbia scritto, ma soprattutto che tu pensi in questo modo. Mettere al mondo un figlio ha un senso solo se questo figlio è voluto, coscientemente e liberamente dai due genitori. Se no è un atto animalesco e criminoso. Un essere umano diventa tale non per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e d’amore da parte degli altri. (altrimenti, non è uomo, ndr). Se no, l’umanità diventa – come in larga parte già è – una stalla di conigli.

Ma non si tratta più della stalla «agreste», ma d’un allevamento «in batteria» nelle condizioni d’artificialità in cui vive a luce artificiale e con mangime chimico. Solo chi – uomo e donna – è convinto al cento per cento d’avere la possibilità morale e materiale non solo d’allevare un figlio ma d’accoglierlo come una presenza benvenuta e amata, ha il diritto di procreare; se no, deve per prima cosa far tutto il possibile per non concepire e se concepisce (dato che il margine d’imprevedibilità continua a essere alto) abortire non è soltanto una triste necessità, ma una decisione altamente morale da prendere in piena libertà di coscienza. Non capisco come tu possa associare l’aborto a un’idea d’edonismo o di vita allegra. L’aborto è «una» cosa spaventosa «…». Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte.

Nel momento in cui si cerca di rendere meno barbara una situazione che per la donna è veramente spaventosa, un intellettuale «impiega» la sua autorità perché la donna sia mantenuta in questo inferno. Sei un bell’incosciente, a dir poco, lascia che te lo dica. Non riderei tanto delle «misure igienico-profilattiche»; certo, a te un raschiamento all’utero non te lo faranno mai. Ma vorrei vederti se t’obbligassero a essere operato nella sporcizia e senza poter ricorrere agli ospedali, pena la galera. Il tuo vitalismo dell’«integrità del vivere» è per lo meno fatuo. Che queste cose le dica Pasolini, non mi meraviglia. Di te credevo che sapessi che cosa costa e che responsabilità è il far vivere delle altre vite (2). Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia (3). Parigi 3/8 febbraio 1975

 

Nel 1981, imperterrito, Claudio Magris, in occasione del referendum sull’aborto, scriverà un altro articolo per il Corriere, schierandosi con gli avversari dell’aborto, come aveva già fatto Pasolini. Ogni articolo di Magris, allora come oggi, veniva pubblicato immediatamente. In questo caso però il Corriere aspettò a pubblicarlo all’indomani del referendum!

Andando una sera a Trisete per un incontro, ho conosciuto una coppia storica del Movimento per la Vita, e ho saputo da loro l’origine delle idee di Magris sulla vita: la moglie di Magris, poi morta, era una volontaria del Cav, e il famoso scrittore la ammirava moltissimo, per la sua dedizione agli altri, per il tempo e l’aiuto che dava alle mamme in difficoltà.

Quanto invece a Calvino, la sua posizione abortista è certo collegata ai suoi interessi esoterici e politici, che andavano fino ad una certa passione, condivisa da perecchi intellettuali di quegli anni, per i riti degli aztechi, coem racconta La Stampa del 24 dicembre 2008.

Il cannibale rampante. Ritorno sulle piramidi messicane dove Calvino venne affascinato dai sacrifici umani aztechi   di MARCO BELPOLITI  

Calvino e il cannibalismo e’ una storia messicana. Lo scrittore italiano ha visitato due volte il paese; la prima nel 1964, l’anno del matrimonio con Esther Singer, celebrato a Cuba, poi ancora nel 1976, di cui restano delle fotografie insieme alla moglie davanti alle rovine delle piramidi del sacrificio. E’ questo secondo viaggio che incuriosisce, perché ha lasciato una traccia segreta, ma duratura, nella sua opera che i lettori e gli studiosi di Calvino per lo più ignorano. Ma cosa c’entra il pasto umano con lui? Che cosa ha che fare una consuetudine così efferata con uno così scrittore razionalista? Dopo i due viaggi messicani Calvino scrive; la sua attenzione va ai sacrifici aztechi, ai riti sanguinari in cui venivano immolate sulle piramidi migliaia e migliaia di prigionieri di guerra. d d Nel 1974 scrive dell’imperatore azteco, di Montezuma: prima l’introduzione a un libro di storia, poi una «intervista impossibile» trasmessa alla radio.

La questione che lo affascina e’ senza dubbio la vicenda della Conquista: come hanno potuto i crudeli e spietati aztechi soccombere davanti a 400 soldati di ventura spagnoli guidati da Cortés? Gli interessa il problema del potere, fra due immagini del potere: gli aztechi e gli spagnoli. Si sente l’atmosfera del decennio, l’eco delle lotte politiche in corso allora in Italia e in Europa, il confronto tra civiltà così diverse. Si domanda se il destino del mondo e’ quello del dominio incondizionato dell’Occidente. S’interroga sul problema del governo quale atto di forza: il governo, scrive, dipende da un occulto uso dei rapporti di forza. Sono gli anni delle dimissioni di Nixon, della crisi della Dc, dello shock petrolifero. La preoccupazione massima di Calvino, gran razionalista, e’ in quel momento di «tenere insieme il mondo perché non si sfasci». Anni dopo tornerà di nuovo sull’argomento recensendo un libro d’antropologia e troverà una spiegazione utilitaristica ai sacrifici umani, e in particolare alla sorte toccata ai corpi degli uomini immolati agli de’i aztechi sulle are di pietra finemente scolpite, affinché il corso del sole non si modificasse e il giorno potesse nascere di nuovo. La risposta consolante la trova in Marvin Harris, autore di Cannibali e re: l’alimentazione. «Pasti di carne umana erano un contributo importante al fabbisogno di calorie», chiosa soddisfatto. Da buon ligure ciò che gli repelle e’ in definitiva lo spreco. Il cannibalismo e’ una buona spiegazione: il fabbisogno di carne. Finché sono rimasto a Guadalajara, tra gli stand della Fiera del Libro, per l’inaugurazione di una mostra dedicata a Calvino – l’Italia e’ stato il paese ospite quest’anno -, l’interrogativo di Calvino sui sacrifici umani non ha preso gran rilievo.

Poi, qualche giorno dopo, quando ho scalato le gradinate di Teotihuacan, e sono salito sulle due piramidi del periodo classico, tutto mi e’ parso insieme non solo pertinente ma anche inquietante, straordinariamente inquietante. d d Qui, tra le rovine dell’antica città, venivano gli imperatori aztechi (sacerdoti, generali, re, o altro ancora) a contemplarne i resti quasi intatti, convinti che le piramidi fossero state costruite da giganti per i loro de’i nei tempi remoti. Lì, salendo gradino su gradino, ho compreso di colpo che tutto in Messico e’ fuori misura, non solo il sole, il cielo, le città, il traffico automobilistico, il cibo, l’inquinamento, l’allegria e la malinconia dei messicani, ma anche le antiche religioni. Davvero e’ esistito un tempo in cui il cannibalismo era una norma consueta, e il sacrificio il fondamento stesso del potere.

A Città del Messico, al Museo nazionale d’antropologia, c’e’ un bassorilievo dove e’ raffigurato il sacrificio di sangue del re e della sua consorte: la donna si fa passare attraverso la lingua una lunga fune irta di spine mentre il sangue le cola su un foglio di carta che userà per il rito sacro. I capi maja, riferiscono le guide, si trapassavano il pene con una spina d’agave per ottenere il sangue con cui realizzare il rito. Si era re o imperatori, solo in virtù del proprio sacrificio. Oggi accade il contrario: i sacrifici – certo non cruenti sul piano fisico – sono chiesti ai «sudditi» e i capi moderni custodiscono gelosamente il proprio corpo affinché duri nel tempo. Nel secondo viaggio, in Messico, che tocca località con vestigia maja, a colpire Calvino non è più il cannibalismo degli altri, bensì il proprio. In questo secondo tour tra le rovine lo scrittore manda in giro il suo alter-ego, il signor Palomar: a Tule, a Palenque. Ne scrive sul Corriere della Sera, poi, a distanza d’anni, anche un racconto: Sotto il sole giaguaro.

 Probabilmente e’ sotto l’influenza di un libro del suo amico messicano, Octavio Paz, Il labirinto della solitudine: il sacrificio come «rigenerazione». Il protagonista del racconto ambientato in un ex-convento divenuto albergo, in un momento di stanca del rapporto con la moglie, Olivia, intuisce che la soluzione consiste nel cannibalismo: farsi mangiare dall’altro e insieme mangiarlo. I due coniugi comunicano attraverso i sapori della cucina messicana. Olivia e’ interessata al cibo e in particolare al sapore della carne umana negli antichi sacrifici. Lui, invece, e’ preda dell’ossessione della fine. Per ristabilire l’equilibrio l’uomo capisce che deve mangiarla, almeno simbolicamente. Così accade, e quella notte a letto ritrova l’antica intesa sessuale. Il giorno dopo, l’alter-ego di Calvino, il suo narratore, in cima alla piramide, sotto il sole a picco – il sole-giaguaro, divinità azteca – ha una visione: capisce di essere a un tempo vittima e sacerdote, vivo e morto nello stesso istante.

Nel Messico globalizzato dal turismo mondiale chi visita le sue rovine, cammina per le sue città, si tuffa nel suo mare cristallino o attraversa le sue foreste, sa in anticipo che tutto e’ come da guida. Ma fino ad un certo punto. C’e’ ancora qualcosa che resiste all’ultima e definitiva trasformazione del mondo e delle sue culture. Si chiama «anima messicana» che Paz ha descritto oltre sessant’anni fa: vedere la morte come nostalgia e non come fine della vita, poiché noi – noi messicani, scrive – «non veniamo dalla vita bensì dalla morte». Che sia stato questo ad affascinare il razionalista Calvino nel suo ultimo viaggio messicano?

Testimonianze dal post aborto.

Serena Taccari è una mamma che si dedica da anni ad aiutare le gravidanze indesiderate e soprattutto le donne che vivono le conseguenze psicologiche del post aborto, di cui ha parlato sul nostro sito la psicoterapeuta Cinzia Baccaglini (interessantissimo: http://www.libertaepersona.org/dblog/articolo.asp?articolo=517) . Sul sito della sua associazione, http://www.il-dono.org/, c’è un forum dove si trovano diverse testimonianza di donne che hanno abortito (http://www.il-dono.org/forum.html).

Ne riporto una: Giorno 24 Gennaio 2008 ho scoperto di essere incinta, ho parlato con il mio ragazzo (in quel periodo),abbiamo preso la decisione di portare avanti la gravidanza, abbiamo preso la decisione di diglielo ai nostri rispettivi genitori…ma il problema sta che quando io ho scoperto di essere incinta e poi deciso di portare avanti,lui ad un tratto è diventato "strano"eh si strano,si è allontanato da me,ed io ho capito che c’era qualcosa che non andava, gli ho parlato e gli dissi:"c’è qualcosa che non va?ne vuoi parlare un p?" lui mi rispose:che andava tutto ok!ma sinceramente non me la sono bevuta.. non si faceva sentire, al telefono era distaccato, era freddo,poi pensai ke forse aveva paura..ed è normale…lo capivo anch’io avevo paura…poi il 13 aprile lui mi ha detto o meglio ha parlato con mio padre.che non si vuole prendere nessuna responsabilità,quindi si è lavato le mani ed mi ha abbondanata,quando mio padre me la detto ci sono rimasta male…ma io mi sono presa tutte le mie responsabilità.ho detto me lo cresco io,e porterà il mio cognome..ma purtroppo… poi arriva il giorno della visita. (ero già al 5 mese)lui poi il ginecologo dopo di avermi fatto l’ecografia ha notato qualcosa al bimbo, ed mi ha mandato un altro posto,per farmi l’ecografia più intesa per vedere se il suo dubbio era realmente… io ci andai,ero insieme ai miei genitori ed la mia migliore amica (quel giorno non potr mai dimenticarlo),la dottoressa mi disse che il bambino non si era formato il cervello,al posto del cervello aveva solamente liquido… il pikkolo poteva nascere ma c’era il rischio che poteva morire dopo pochi giorni del parto oppure restare a letto e nn avere un vita sana.. cosi io e miei abbiamo deciso di abortire,ho fatto ttt le visite e cosi alla fine di aprile esattamente il 26 aprile ho abortito…ho avuto tutti gli effetti di un parto ed ho partorito con il parto naturale… da quel giorno sono cambiata, vado quasi sempre al cimitero,piango sempre, dentro di me mi sento un’assassina di aver ucciso un’anima innocente,mi sento una merda in senso della parola, sono diventata pessimista,non voglio più uscire da casa,voglio morire… mi sento vuota…non sono più con il sorriso,(mentre prima lo ero sempre),cambio umore facilmente,mi sento in colpa…ho tanta rabbia con me stessa..mi sono chiusa in me stessa…appena torno dal lavoro mi rinchiudo nella mia stanza,vado a letto presto, mi trascuro,non ho voglia di uscire e voglio restare sola nel mio dolore. Ogni volta che esco o sono al lavoro,vengono persone incinte oppure dei neonati, e mi viene in mente il mio bambino che per io non c’è lo qui…ma nel mio cuore… non riesco più vedere altri bambini che penso al mio…

News dalla rete
  • Brexit, così i mercati han manipolato ​i sondaggi per incassare miliardi

    giornale Cè chi, in borsa, ha festeggiato per la vittoria del Brexit. Altro che crisi dei mercati, "paura" per l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue via dicendo. Leggi il seguito… 

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  • “Per Renzi una sconfitta che va oltre il dato elettorale”

    quagliariello
    Intervista a Gaetano Quagliariello di Paolo Mainiero, su "L'Occidentale" «La sconfitta di Renzi va oltre il voto e la vittoria di Milano l’ha appena attenuata. Ancor più che politica, è stata sconfitta del metodo: Renzi ha fatto passare l’arroganza per decisionismo, l’occupazione del potere per capacità di governo. Ma ciò che è più grave è che Renzi ha rotto lo schema con il quale si era partiti a inizio legislatura, uno schema in cui le due culture politiche tradizionali si univano per costruire un terreno comune attraverso le regole. Renzi ha imposto un suo schema - lui da una parte, gli altri dall’altra - facendo nascere una solidarietà tra M5s e centrodestra che si è espressa naturalmente al secondo turno, soprattutto a Torino». Leggi il seguito… 

  • Isis circondato a Sirte, ma in Libia si aprono nuovi fronti

      Da Gianandrea Gaiani, su "La Nuova Bussola Quotidiana" A Sirte le milizie dell’Isis resistono combattendo metro per metro e casa per casa contro le forze di Misurata fedeli al governo di salvezza nazionale di Fayez al-Sarraj ma l’intera Libia sta tornando ad esplodere in mille conflitti locali e scontri tra interessi tribali e confronti tra laici e islamici. Leggi il seguito…