Intervista sul darwinismo

Non solo siamo noi esseri umani, e solo noi, ad avere creato arte, ma siamo anche le uniche creature capaci di comportamenti misteriosi e imperscrutabili. Noi esseri umani siamo animali enigmatici. Siamo imparentati con il resto del vivente, ma ci distinguiamo per le nostre capacità cognitive… con la comparsa sulla Terra di homo sapiens anatomicamente moderno si era presentato sulla scena un essere del tutto nuovo” (Ian Tattersall, antropologo, curatore della divisione di Antropologia dell’American Museum of Natural History di New York, in Il cammino dell’uomo. Perchè siamo diversi dagli altri animali, Garzanti, Milano, 2004).

Giulia Tanel: diciamocelo, tutti siamo soliti sentire ripetere il mantra “L’uomo deriva dalla scimmia“. Professor Francesco Agnoli*, come è possibile rispondere, senza entrare troppo nei tecnicismi, a una affermazione simile?

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Il virus e la danza macabra.

La danza macabra, il virus, la tristezza.

T’hanno dato un nome, ma io ti chiamerò soltanto virus. Un nome è dignità propria d’uomo, non di un sicario inconsapevole e perciò innocente.

Abbiamo imparato a contare i morti, come dopo un tifone, come dopo un terremoto; solo che il computo è distribuito lungo i giorni, un rosario di uomini e donne che non accenna a finire.

Rispetto ai nostri nonni non abbiamo più una familiarità con il morire come accadeva un tempo; l’evento più inevitabile e più naturale è diventato una remota possibilità. Una fastidiosa ipotesi.

Quando tutto va bene la morte si riduce ad un fatto privato mentre ora si aggira per l’intero paese e pianta il proprio vessillo da nord a sud. 

La danza macabra è dipinta sulle facciate dei nostri giorni, nei programmi televisivi, nelle ossessive riflessioni, nei calcoli sulle probabilità che il nemico si arresti o che proceda con la forza e l’astuzia di un generale d’armata. 

Abbiamo eretto la nostra maginot, chiuso il paese, cementato i confini. 

Le strade sono deserte e il silenzio ha consumato la propria rivalsa verso il perenne rombo che possedeva le vie delle metropoli di giorno e di notte. Lungo i modesti viali e le stradine dei paesi si sente solo il fischio del vento di marzo, lo scalpiccio di qualche passante rapido e diffidente, la bocca chiusa da una benda bianca. Quasi beffarde, ciuffi di primule fanno capolino da un terrapieno del tutto indifferenti.

Abbiamo imparato a contare i morti; abbiamo imparato quanto siamo fragili, esposti a potenze invisibili, non calcolate. 

Sempre, anche quanto tutto appare normale, anche quando le città brulicano di gente e le serate danzanti riempiono la testa di spensieratezza, la goccia d’ogni devesso rimbomba in noi come in una cisterna vuota.

Abbiamo imparato a contare i nostri morti; ogni caduto lo sentiamo unico, anche se sconosciuto, in lui temiamo per i nostri cari. Con lui, ci siamo noi con il carico di cristalli di tutte le nostre certezze infrante.

Per questo non possiamo che essere tristi; si tratta di questa malinconia di un timore; il rimorso di potere ridire e vivere, nonostante tutto. Per questo dobbiamo essere tristi.

Anche se nel chiuso delle nostre case sentiamo un porto sicuro, anche se consumiamo banchetti, anche se dal balcone insceniamo l’inopportuna festa per un drink a distanza o leviamo al cielo infiniti lumini, scoprendoci improvvisamente credenti. Dobbiamo essere tristi.

Che tutto torni come prima, andrà bene! Lo si dice, lo si scrive “sugli stipiti delle porte”.

Per questo, non possiamo essere che tristi; per molti infatti, mai la vita sarà come prima.

Dovremmo essere tristi, di una tristezza composto, silente, dolente; e mangiare erbe amare; perché il male quando decide di sfoderare la spada, non chiede alcun permesso.

E invece i più si stringono felici, perché sono giovani, perché non hanno vecchi in famiglia; si abbracciano come i protagonisti di un film catastrofico, che nel finale di una tragedia hanno la forza d’essere felici. Perché loro ce l’hanno fatta, crolli pure il mondo.

Il dolore non chiede alcun permesso; non lo chiede ai politici, fragili figuranti posseduti da innumerevoli incertezze. Non lo chiede agli scienziati e ai medici, travolti da un lavoro indefesso al ritmo di un orologio che sembra solo contare i decessi e i senza respiro appesi a tubi.

La morte porta via pezzi di vita, pezzi di storia, pezzi d’amore, pezzi di progetti e di futuro.

Guardo alla luna, penso a Leopardi, penso alla natura; a quella sua indifferenza, penso all’invisibile killer che agisce per procura -mascherato per non riuscir sgradito- attraverso patologie pregresse che peggiorano. Anche così l’egoismo di ciascuno si consola: “muoiono solo persone che avevano già gravi problemi”.

Non possiamo essere felici, forse dovremmo vestire a lutto.

Resta l’inesplicato senso della preghiera che funziona così bene quanto tutto, per noi, procede senza intoppi; ma che si acida imprecazione quando le cose non vanno. Come sempre. La natura è solo sé stessa; né paradiso, né inferno. 

In tutto questo l’uomo dovrebbe interrogarsi e dirsi ancora: “conosci te stesso”. La risposta, sulle tracce della sapienza di Socrate, mi par chiara; non siamo Dei, siamo mortali, il nostro limite lo dobbiamo conoscere. La morte è li, sempre.  Spesso l’abbiamo dimenticato e l’ordine della natura si è rivoltato.

Ma oltre la natura e il suo limite, c’è l’ignoto, c’è il Dio; e il nostro Dio, il Dio di noi tutti, è risorto. Altra parola non trovo, per i defunti e i parenti loro, dalla tranquilla poltrona di una tranquilla casa di Trento. 

Il primo Rapporto ItOSS rivela: 18 donne si sono suicidate in Italia entro un anno dall’aborto indotto, in 10 Regioni italiane, nel periodo di 7 anni 2006-2012

Nel mio precedente articolo relativo agli studi italiani di record-linkage sulla mortalità materna, avevo evidenziato il fatto che gli autori degli studi si erano limitati a calcolare solo la sottostima della mortalità materna presente sui certificati di morte, omettendo di ripartire l’MMR (Rapporto di Mortalità Materna) per ciascun esito di gravidanza (parto, gravidanza ectopica, aborto spontaneo, aborto indotto), nonostante i dati per effettuare tale ripartizione fossero disponibili in entrambi gli studi.

Il dottor David Reardon – autore di una revisione sistematica, uscita nel 2017, che prende in esame tutti gli studi di record-linkage che a livello globale sono stati realizzati sulla mortalità correlata alle perdite di gravidanza – ha giustificato questa omissione, da parte dei ricercatori italiani e della ricerca sull’aborto in generale, con la presenza di una parzialità nell’informazione e di un pregiudizio nei confronti della pubblicazione di risultati sfavorevoli alla propaganda pro-aborto la cui narrazione esige che esso sia presentato come una pratica sicura, esente da complicazioni gravi per la donna che vi ricorre, e con una mortalità molto più bassa rispetto al parto. In realtà, tutti gli studi di record-linkage, statisticamente significativi, che hanno ripartito l’MMR su ciascun esito di gravidanza, hanno confutato questa conclusione, mostrando che è l’aborto indotto ad avere i rapporti di mortalità più elevati, sia rispetto alle altre perdite di gravidanza che soprattutto rispetto al parto.

Tutta questa premessa per dire cosa? Per dire che, grazie al primo Rapporto elaborato dal Sistema Italiano di Sorveglianza Ostetrica, ItOSS (Italian Obstetric Surveillance System), è possibile conoscere il numero dei suicidi relativo a ciascun esito di gravidanza, individuati dal secondo studio italiano di record-linkage, dei quali era stata riportata solo la cifra complessiva. I dati del rapporto ItOSS confermano quanto già da tempo si conosce, ovvero che si muore più di aborto indotto che di parto. Ma andiamo per ordine. Continua a leggere

Il virus, il prete, la Madonna.

Il prete decide di uscire; non si preoccupa la gente possa tornare agli aperitivi e alle serate nelle discoteche quanto prima. La sua èun’altra preoccupazione.

Carica la grande statua della Vergine sul suo ape car e gira per il paese di Bibione. Recita il rosario, benedice, la gente lo guarda stupita, sorride, ringrazia. Perché?

Quel prete è convinto la preghiera serva, quel prete è motivato, trasmette una forza, trasmette una fede. Non dice di non usare prudenza e accortezza, non proclama alcuna rivolta, semplicemente accanto all’emergenza del corpo mette l’emergenza dello spirito. Quel prete, lo ripeto, crede nel potere della preghiera, crede nel potere della Chiesa; una chiesa che non dimentica la propria storia, una storia fatta anche di tantissimi martiri che hanno accudito per le strade i colpiti dalla peste.

Roma, fu convertita anche da questo, dall’esempio dei cristiani che si prendevano cura di tutti; anche solo donando un bicchier d’acqua essi salvarono vite. Roma fu convertita dal potere della speranza che il cristianesimo portava, unito alla forza del dono e dell’amore sperimentato per strada dagli “abbandonati.”

I signori romani quando la peste colpì fuggirono verso le loro ville di campagna; anche il grande medico Galeno fuggì.

Quello era un mondo che credeva, i pagani avevano una loro fede; la vita, per tutti, non era soltanto un corpo chiuso nell’orizzonte terreno, ma Altro.

Oggi le cose non stanno così; sui social tra i commenti relativi al gesto del prete troviamo: “Superstizione”.

Il sistema di riferimento ècambiato, persino non pochi credenti parlano di superstizione. Ma se quell’azione fosse stata compiuta in chiesa la chiamereste superstizione? L’occidente ha dimenticato il sacro per esaltare la materia. Il corpo, lo svago, il cibo, gli abbracci, la medicina, l’immortalità.

Se il sistema di riferimento è un mondo senza Dio, tutto diventa superstizione. Il soprannaturale è stato bandito, o confondendo Dio con il mondo, o relegando Dio ad un remoto aldilà.

Quel prete ha riportato Il soprannaturale al centro di una strada, tra negozi e macchine. Vestito con i paramenti liturgici ha fatto il “suo lavoro”, ha assiso la Vergine nel cuore di un mondo ferito.

La gente ha apprezzato, perchéquesto l’uomo, ogni uomo, credente e non, si attende da un prete, dalla sua semplice, riconoscibile presenza; ch’esso sia testimone dell’eterno e del bene, testimone di un amore che vince ogni paura, testimone d’Altro rispetto al mondo, rispetto a tutti i valori e gli sforzi –abbracci, solidarietà, strette di mano, disegni pieni di belle parole- che hanno il solo potere di rimandare la fine. Testimone di un mondo che non conosce fine.

Coronavirus: lo Stato, la Chiesa, l’obbedienza. Alcune riflessioni

Voglio condividere una meditazione che, muovendo dallo stato di emergenza del Covid-19, vada a diagnosticare la situazione spirituale, culturale e cultuale del popolo cristiano in Italia.

Pongo due premesse, necessarie al fine di inquadrare eticamente e responsabilmente il discorso che segue:

  1. Sono d’accordo che dobbiamo usare prudenza e seguire protocolli sanitari al fine di contenere ed estinguere l’epidemia.
  2. Sono d’accordo che dobbiamo obbedire ai vescovi e alle indicazioni date, condivisibili o meno.

Con ciò confido che legislatori, medici e inquisitori siano consolati e confortati.

Ciò posto, credo sia degno di un uomo porsi delle domande, che guardino anche al di là dell’hic et nunc.

Il punto fondamentale, da un’ottica prima teologica e poi politica

La mia domanda muove da un orizzonte squisitamente teologico: che valore ha nella storia l’attuale sospensione della Santa Messa col popolo?  Se modulata in termini cristiani: cosa vuole dirci Dio ponendoci in tale situazione?

In questa fase, pur non avendo risposte e non volendomi inoltrare in ipotesi ardite, reputo un dovere in coscienza sostare su questa domanda. Un simile colpo alle cerimonie non può essere considerato alla stregua di un qualsiasi altro impedimento sociale, è necessario lasciarsi interrogare da esso. Continua a leggere

8 marzo: storia di una duplice falsificazione

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L’8 marzo è una festa controversa per molti motivi.Il primo è che la narrazione comune è risultata un classico caso di falsificazione storica. Così inizia uno dei numerosi articoli che lo raccontano: “Provate a chiedere a molti da dove è nata la tradizione dell’8 marzo e quasi tutti vi risponderanno che è stata istituita per celebrare la tragedia che vide 129 donne morire nella filanda tessile Cotton di New York. «È un falso storico creato da un gruppo di femministe per ricordare un fatto simile – dice la psicoterapeuta Silvia Vegetti Finzi – la tragedia realmente verificatasi a New York il 25 marzo 1911… Diciamo che è stato un’attribuzione data dal buon cuore femminista che ha voluto ricordare quelle donne». (Simone Fanti e Federica Levi, L’8 marzo e il “falso storico”. Una giornata per ricordare il rogo della Cotton di New York? No, l’origine della Festa delle donne è un’altra, in Io Donna, 8 marzo 2016).

Prendiamo un’altro articolo, comparso su Repubblica del 6 marzo 1987. Questo il titolo: Il giallo 8 marzo. Ma quella data è un falso storico. Questo invece l’incipit: “Abituatevi all’ idea che l’ 8 marzo sia una bugia, un imbroglio innocente, un falso storico. Siete convinti che la giornata della donna ricordi il famoso incendio in cui morirono 129 operaie americane chiuse dal padrone in una filanda di New York (o di Chicago)? Niente da fare, quell’ incendio non esiste, non c’ è cronaca che lo registri… A svelarci l’ esistenza di un giallo 8 marzo sono due investigatrici insospettabili, due femministe storiche, Tilde Capomazza e Marisa Ombra, redattrici di un libro sconcertante edito da Utopia e intitolato come di dovere 8 marzo, storie miti riti della giornata internazionale della donna ”.

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Il “femminismo” non è uno solo

di Giuseppina Coali

È interessante notare, da donna, l’affondo polemico mosso da una donna all’unica candidata sindaco, donna. L’editoriale uscito su l’Adige domenica 1 marzo 2020, Femminismo senza aggettivi, mostra tuttavia una debolezza di fondo che è quella di ignorare l’affascinante e complessa storia del femminismo e le sue diverse declinazioni.

Il femminismo ha aggettivi? Eccome. Si costituisce nel tempo proprio come movimento accogliendo in sé fasi e processi diversi, visioni del femminile non sempre concilianti, a tratti contrastanti, che ne fanno appunto un movimento. È questo il motivo per cui, oggi più che mai, l’aggettivo ci vuole.

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Si può Fare: parliamo ai silenziosi

Hotel America, ore 17 del 25 febbraio: Si può fare. Liberi civici trentini si presenta alla città di Trento.

Sul tavolo il segretario del partito, Francesco Agnoli, fa gli onori di casa, presentando gli altri ospiti: “Nasciamo dall’unione di tre anime: una civica, una popolare ed una autonomista. Il nostro motto allude ad un certo coraggio, che certamente è necessario nel momento in cui si intraprende un’ avventura collocandosi al di fuori dei due poli consolidati; ma il motto allude anche ad una constatazione realistica: si può fare, perché lo spazio per un contenitore diverso oggi c’è”.

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Boris Johnson, il nuovo re!

Cerco, come posso, di tradurre due interessanti “colpi d’artiglio quotidiano” che François Billot de Lochner ha postato nei suoi brevi video per TV Liberté. Siamo in Europa, ma sappiamo ben poco degli altri paesi dell’Unione, salvo in casi molto gravi. Cominciamo con il primo video, postato il 4 febbraio 2020

La messa in opera della Brexit da parte di Boris Johnson è un capolavoro per la strategia politica eccezionalmente ben costruita e brillantemente portata a termine. Non abbiamo alcun dubbio che la Brexit lascerà un segno nella grande storia.

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News dalla rete

  • “Ridurre gli stipendi ai Parlamentari? Si, sulla base del loro reddito precedente!”. Parla Giovanardi

    di Giuseppe Leonelli. “La proposta dei 5 Stelle Di Maio e Crimi di dimezzare lo stipendio dei parlamentari per tutta la durata della legislatura è un segnale forte al Paese che va però equamente emendato”. A parlare è l’ex Ministro dei Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi. Leggi il seguito…

  • Orban, la Costituzione ungherese e la dittatura dell’ignoranza

    di Bilbo Baggins. Forte della straordinaria autorevolezza politica e morale che le deriva dalla splendida, solidale, lungimirante ed empatica gestione della crisi pandemica in atto, l’Unione europea mette sotto osservazione il disegno di legge con il quale il premier ungherese Orban propone al Parlamento ungherese l’approvazione dello stato di emergenza, ai sensi dell’art. 53 della vigente costituzione. Leggi il seguito…

  • In guerra i governi si cambiano

    Questa emergenza si combatte su tre fronti. Due assai più visibili: quello sanitario e quello economico. L’altro più mimetizzato: quello istituzionale. Chi conosce la storia, però, sa che quest’ultimo non va né sottovalutato né perso di vista. Alla fine ti presenta il conto e se non lo si presidia a dovere è su quella trincea che si determinano le perdite più gravi in termini di democrazia e soprattutto di legalità. Leggi il seguito…

  • Globalizzazione, un magistero da ripensare

    di Stefano Fontana. Quanto sta accadendo a causa del coronavirus costringe a ripensare il tema della gflobalizzazione, anche per quel che riguarda il magistero. Se Giovanni Paolo II e Benedetto XVi erano prudenti, l'attuale pontefice si è molto lanciato nel globalismo. Ma il prossimo dovrà rivedere tutto il dossier. Ecco come. Leggi il seguito…