Solidarietà

Il Circo della Farfalla

Un uomo ha valore in base alla sua prestanza fisica? O al suo intelletto?
In molti oggigiorno rispondono affermativamente a questa domanda, ma la realtà ci dimostra come persone apparentemente meno dotate della norma possano essere fonti inesauribili di ricchezza: “quello di cui ha bisogno il mondo è di stupore!”.

Proponiamo qui un interessante cortometraggio, intitolato “Il Circo della Farfalla”. Continua a leggere

Olivero: i rifugiati diventino italiani

Ernesto Olivero: "I rifugiati diventino italiani o tornino a casa loro" Ernesto Olivero ha fondato l’Arsenale della Pace nel 1983

«Devono diventare italiani, altrimenti possono anche tornarsene a casa…».

Nella sua stanza al Sermig, tra icone della Vergine benedette dai Papi e appunti autografi dei potenti d’Italia, Ernesto Olivero parla dei rifugiati somali con inaspettata durezza. Ragiona e procede per esempi, come gli capita spesso.

 «Sa perché le sto preparando un caffè? Perché sono gentile. Ma non lo farei mai se lei pensasse che questa tazzina è un segno della mia vigliaccheria…».

Non la seguo, Olivero. Che cosa vuol dire?

 «Vede, noi qui siamo stati i primi ad accogliere persone venute da altri Paesi. Con amore e senza distinzioni, perché se uno straniero viene a Torino e nessuno ha il coraggio di mandarlo via, quello straniero diventa torinese come me e lei. Ma all’inizio, quando l’Arsenale era poco più di un rudere, qui stava scoppiando il caos. E allora ci siamo detti: o lasciano perdere tutto, o cerchiamo di capire questa gente. E per capirla dobbiamo andare a casa loro. Lo abbiamo fatto, abbiamo incontrato persone illuminate che ci hanno detto: voi italiani siete presuntuosi, e non capite niente…».

Perché?

«Perché accogliamo gli arabi come se fossero i veneti che venivano a Torino negli Anni Cinquanta. Non capiamo che sono diversi, che ad esempio per loro la gentilezza è sottomissione. Che persino il gesto semplice di offrire un caffè può essere equivocato».

Sta dicendo che con gli immigrati islamici bisogna essere duri per principio? Proprio lei?

 «Sì. Proprio io che ospito centinaia di persone ogni giorno dico che accogliere non basta. Bisogna fissare le regole: dobbiamo comprendere queste persone, e spiegare che l’Occidente sarà in decadenza ma qualche passo lo ha fatto. Bisogna far capire che chi viene qui deve adeguarsi alla nostra Costituzione, o andarsene».

Senta, ma che cosa si deve fare se un rifugiato non vuole inserirsi e non può tornare a casa sua perché finirebbe perseguitato per motivi politici?

«Noi al Sermig abbiamo varato da poco l’Arsenale dei Ragazzi: giovanissimi di 17 etnie giocano insieme, studiano musica insieme. Hanno una sola regola: devono parlare italiano. Chi usa la sua lingua viene allontanato per una settimana».

Ma i bambini non sono rifugiati politici. Non si possono paragonare le situazioni…

«Quello che conta è essere chiari, fissare immediatamente le regole, tenere alla larga i demagoghi. Queste persone non possono pretendere di avere subito una casa, perché prima di loro ci sono centinaia di immigrati e anche di italiani che stanno aspettando. Bisogna ragionare prima, altrimenti ci si trova nell’angolo. E quando si sta con le spalle al muro ogni decisione finisce per essere sbagliata».

 Il questore dice che dei quindici irriducibili di corso Chieri dovrebbero farsi carico associazioni come la vostra. Che cosa risponde?

«Che quando lo Stato ha fatto l’ultima sanatoria, noi abbiamo ospitato 2-3 mila immigrati al giorno. E aspettiamo ancora i 700 milioni di vecchie lire che ci avevano promesso. E comunque noi qui abbiamo già dei rifugiati somali usciti da via Asti. Lo Stato deve dare risposte, il volontariato agisce per amore, non perché qualcuno glielo ordina».

 Olivero, qual è la sua posizione sulla moschea che si sta costruendo a Torino?

 «Che è giusto, perché chiudersi è sbagliato. Ma prima bisogna chiamare i musulmani torinesi e dire loro: che cosa farete da domani perché in Iraq o in Arabia, se un prete dice Messa in un albergo non arrivi più la polizia ad arrestare tutti? Noi vorremmo aprire un Arsenale della Pace a Gaza: abbiamo chiesto di poter costruire una chiesa, non per convertire gli altri, ma per pregare noi. Non abbiamo mai avuto risposta. Bisogna ragionare prima di agire: ha visto Obama che ha approvato una moschea a Ground Zero?».

Certo, non è d’accordo?

 «Secondo me ha agito con leggerezza».

La Stampa, 20/08/2010

Aiutiamo il Baby Hospital di Betlemme

Di fronte al dolore e alla guerra siamo impotenti, storditi, spaventati. Ma abbiamo una piccola possibilità di intervenire, di manifestare la nostra vicinanza a chi soffre. Per questo abbiamo fatto un piccolo versamento di 400 euro al Baby Hospital di Betlemme, il grande ospedale dei bambini della città in cui è nato Gesù stesso.

Dal sito dell’ospedale: Nella regione di Betlemme ed Hebron vivono oltre 100.000 bambini al di sotto dei quattro anni. La Palestina nel suo insieme ne conta più di 500.000. Per questi piccoli non esiste assistenza sanitaria garantita. Per questo il Caritas Baby Hospital di Betlemme, dal punto di vista sanitario, è una struttura irrinuciabile per la regione. E’ infatti l’unico ospedale pediatrico in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Assistenza medica di base per tutti i bambini Dal 1952 le porte del Caritas Baby Hospital sono aperte ogni giorno – senza interruzione – a tutti i bambini e alle loro mamme. Il fondatore, padre Pater Ernst Schnydrig, si era posto come obiettivo quello di assicurare un’assistenza medica di base ai bambini, vittima delle conseguenze del conflitto israelo-palestinese. Per loro, questo ospedale resta a tutt’oggi un’oasi di pace e di serenità”.

Chi volesse fare un versamento per il Baby Hospital può farlo sul C/C postale 69795961 intestato appunto al Baby Hospital di Betlemme(email: aiutobbvr@libero.it; tel. 0457158475)

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