Narrativa

Il Piccolo Principe

di Gemma Musicco

Ho incontrato un bambino di circa sei anni, che ride, ha i capelli d’oro e vede una pecora dentro una cassa coi buchi. Non risponde quando lo si interroga, mentre non rinuncia mai a una domanda che fa. Viene da un paese lontano, dove possiede tre vulcani dei quali spazza il camino tutte le settimane e un fiore che innaffia tutti i giorni. Per vincere la malinconia, ama guardare i tramonti a tutte le ore.

Ha una sola paura: che la pecora mangi il suo fiore. Dice: Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda. E lui si dice: il mio fiore è la in qualche luogo. Ma se la pecora mangia il fiore, è come se per lui tutto a un tratto, tutte le stelle si spegnessero! E non è importante questo! A lui, un bambino di sei anni, sono bastati un fiore, una stella e una cassa coi buchi per spiegarmi il segreto della felicità: l’amore.

E che cosa è l’amore? Continua a leggere

“Cose che nessuno sa”: un romanzo con una marcia in più


C’è chi non può farne a meno e chi li tiene più distanti che può dalla propria vista.
C’è chi li tiene immacolati e non vi scrive sopra nulla e chi li sottolineava, vi fa “le orecchiette” e li sgualcisce, perché renderli consunti è sinonimo di averli amati.
C’è chi ne ha uno preferito e chi non sa scegliere, gliene piacciono tanti…
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L’albero della vita

Oggi, giorno di Sant’Elena, madre di Costantino, riproponiamo la recensione di un libro che narra anche di questa magnifica figura di donna.

Recentemente ho trovato il tempo per leggere un libro che nel corso degli anni mi era stato consigliato da molte persone. Si tratta del romanzo storico L’albero della vita di Louis de Wohl, pubblicato in lingua italiana dalla BUR nella Collana “i libri dello spirito cristiano” con prefazione di Alfredo Valvo.
Louis de Wohl nacque nel 1903 in Germania dove visse fino al 1935, quando la sua opposizione al nazismo lo costrinse a fuggire in Gran Bretagna. Là divenne capitano dell’esercito britannico durante la seconda guerra mondiale. Nella sua vita egli fu principalmente un romanziere storico, ma vanno menzionate anche le sue attitudini per l’astronomia e la sua passione per i viaggi. De Wohl scriveva in inglese ed ebbe grande popolarità negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo grazie alle numerose traduzioni e riduzioni cinematografiche delle sue opere. Negli ultimi anni della sua vita ricevette da parte di Papa Giovanni XXIII il titolo di Comandante dell’ordine dei Cavalieri di Gregorio Magno. Morì a Lucerna (Svizzera) il 2 giugno 1961.
L’Autore, inglese d’adozione, ha scritto molti romanzi, tradotti in 12 lingue, i più noti dei quali sono: L’albero della vita, La liberazione del gigante (su Tommaso d’Aquino e il rapporto fede e ragione), L’ultimo crociato (su Giovanni d’Austria a Lepanto) e La mia natura è il fuoco (biografia di Caterina da Siena).

In questa sede tratteremo il primo dei romanzi menzionati, riservandoci un altro momento per dettagliare gli altri.
L’albero della vita è ambientato nel IV secolo e narra di Elena, figlia di Cel, re della Britannia, e sposa di Costanzo, soldato romano. Dall’unione dei due nascerà Costantino, colui che «sarà la benedizione di sua madre e la morte di suo figlio (Crispo, ndr). E gli sarà concesso vedere l’albero della vita», secondo la profezia del vecchio Cel alla sua nascita. Il tutto è condito da avvincenti battaglie, lotte per il potere e dallo svelamento di vizi e ombre di grandi personalità.
Ma quello su cui qui si vuole porre l’attenzione, al di là della trama romanzesca indubbiamente ben scritta e storicamente molto precisa, sono alcuni passi che trattano della fede cristiana. Una dottrina allora relativamente nuova e che faticava ad essere accettata perché considerata pericolosa: c’erano perfino persone disposte a morire per non rinnegarla e venivano chiamati martiri! Indubbiamente per i vari imperatori che si susseguivano, essa costituiva un problema non indifferente: per questo Diocleziano, assieme con Massimiano, emana a Nicomedia – nell’anno 1056 dell’Urbe – un editto che imponeva la persecuzione di tutti coloro che venivano scoperti a praticare riti cristiani o che si professavano tali.
Ma, in Britannia, c’è chi non condivide questo editto e lo fa applicare solo formalmente: ci stiamo riferendo a Costanzo, padre di Costantino. Riportiamo un passo in cui egli dialoga con il legato Curione, suo amico di vecchia data: «“Certo, sapevo che tu avevi delle simpatie per i cristiani, ma come mai, per tutti gli dei, ti sei unito a loro? Uno i cui antenati hanno combattuto a Zama, a Gergovia e a Farsalo… c’era un Curione perfino alla presa di Gerusalemme, se ben ricordo… “
“Esatto” ammise il legato. “Soltanto, non so come ciò potrebbe impedirmi di riconoscere la verità quando la incontro.”
Costanzo si agitò sulla seggiola.
“La verità… la verità… voi tutti credete di avere un diritto speciale alla verità. Mi sono intrattenuto più volte con gente della tua fede Curione. Per quanto posso giudicare, si tratta di una nobilissima dottrina filosofica, ma…” “Non è una dottrina filosofica” replicò il legato. “E’ una serie di fatti. Una volta che li si conosce non resta che comportarsi di conseguenza”» (L’albero della vita, Milano, BUR 2004, pag. 198).
Anche Elena non condivide l’editto, nonostante inizialmente non si riconosca nella dottrina cristiana: le sembra un’ingiustizia che vengano bruciate le case di gente che non ha commesso alcun crimine contro l’impero e che le persone vengano uccise solo perché professano una fede diversa da quella politeista. Sarà anche grazie alla sua influenza che verrà emanato da Costantino – nel 314 – l’editto di Milano, il quale revoca il precedente proclama di persecuzione contro i cristiani. In principio, si diceva, Elena agiva “solo” in virtù di un’ideale di giustizia, ma nella seconda parte del romanzo la ritroviamo convertita e profondamente convinta dell’esistenza di Dio.
Più volte essa fa visita al vescovo Osio, considerato Padre della Chiesa (anche se non compare negli elenchi ufficiali) e consigliere dell’Imperatore Costantino, in pagine sempre molto profonde e toccanti.
«Elena aveva gli occhi spalancati, ma ciò che vedeva nessuno poteva sapere.
Teneva le mani levate in atto di supplica, ma la forza che le sosteneva non sembrava emanasse da lei. Un’espressione di amore estatico, d’immensa dedizione le aleggiava sul volto. Pareva che tutta la sua forza vitale si fosse trasfusa nella gigantesca croce illuminata dalla luna, quasi fosse un organo essenziale, l’organo più essenziale del suo corpo, pulsante come un torrente sanguigno di raggi lunari, vivido e luminoso, in eterno moto» (op.cit., pag. 302).
E, nel corso di un’altra visita, alla domanda di un’Elena spaventata e che non comprende le azioni omicide del figlio: «“Ho compiuto opera di Satana, anziché opera di Dio?”», il vescovo Osio risponde così: «“[…] Credi realmente che soltanto un uomo puro possa essere lo strumento di Dio? Pensa agli apostoli: non hanno anch’essi… tutti… abbandonato Nostro Signore, quando le guardie vennero per arrestarlo? […] Siamo venuti al mondo con la macchia del peccato originale. […] Lentamente, lentamente le cose muteranno. Ci saranno ricadute… in questo stesso momento ci troviamo, con lutto e dolore, di fronte a una di esse! Ma ciò non ci dà diritto a disperare del nostro compito… dobbiamo continuare a combattere, anche se non ci sarà concesso vedere la vittoria finale! Grande è la potenza del male, e tale sarà forse per molte generazioni. Ma Dio non costruisce nei secoli… forse neppure nei millenni. Costruisce nel suo proprio tempo…”» (op.cit., pagg. 340-1).
Dopo la madre, anche Costantino non può fare a meno di arrendersi di fronte alla Verità, in un passo molto bello alla vigilia della battaglia contro Massenzio, autoproclamatosi imperatore romano in Italia e in Africa.
«Giustizia… Quando siamo deboli invochiamo la giustizia, come se ci competesse di diritto. Ma la giustizia presuppone l’esistenza degli dei o, per lo meno, di un Dio. Se non c’è Dio, perché ha da esserci la giustizia? Da chi si può esigerla? Dagli uomini? O perché? Perché non dovrebbero fare ciò che loro sembra vantaggioso? Comunque fosse, la battaglia perduta avrebbe significato la morte dei cristiani entro l’impero. Se dunque esisteva un Dio cristiano, doveva mettersi dalla parte di Costantino. […]
Il sole stava per tramontare, e sopra di esso si librava una strana massa color arancione, come se il sole volesse partorire un secondo astro. La massa si sciolse, si trasformò in un gigantesco getto di fuoco scagliato verso il cielo… e il getto di fuoco si divise in due rami… . […] Un lunghissimo getto, due rami. E la trasformazione continuava.
“Somiglia… somiglia… a una croce” disse Costantino» (op.cit., pagg. 306-7).
Il giorno seguente, prima dell’alba, l’imperatore Costantino ordina che tutte le truppe si dipingano una croce sull’elmo e un’altra sullo scudo perché “in questo segno vincerai! In questo segno vincerai!”. Facile è dedurre l’esito trionfale della battaglia…

Questi sono solo alcuni piccoli spunti che vogliono rendere la profondità intrinseca che scaturisce dal bel romanzo di De Wohl. Spero di aver suscitato curiosità per quest’opera che trasuda da ogni pagina la straordinarietà della fede cristiana.

Che altro dire: buona lettura!

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