Attualità

Il padre secondo Maria Zambrano

Nell’immaginario comune alla nostra cultura il padre è stato per secoli accostato alla figura di san Giuseppe.

San Giuseppe è l’uomo che carica Maria e Gesù sull’asino, e cammina al loro fianco; l’uomo che serve, in silenzio; l’uomo che si dà tutto, senza risparmiarsi. La sua forza è la sua generosità, il suo altruismo, la sua assoluta libertà da ogni tentazione narcisista. E’ un modello di uomo di padre completamente diverso da quello proprio del mondo antico precristiano, nel quale dominava il padre con potere assoluto, persino di morte, sui propri figli.

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Un Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus promosso dall’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

A seguito della riflessione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi su “Coronavirus: l’oggi e il domani”, l’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân ha promosso un Tavolo di Lavoro per approfondimenti secondo due criteri: concentrarsi sul dopo-coronavirus e tenere direttamente o indirettamente conto della prospettiva della Dottrina sociale della Chiesa. Al tavolo partecipa il gruppo redazionale dell’Osservatorio e una serie di esperti nei vari campi di ricerca. Abbiamo anche coinvolto altri centri di studio per uno scambio di contributi.

Il Tavolo di Lavoro viene promosso – come già la riflessione dell’arcivescovo Crepaldi – anche dal Coordinamento Nazionale Justitia et Pax per la Dottrina sociale della Chiesa. Il Coordinamento conta oggi 30 associazioni operanti in tutta Italia e auspichiamo che altre vi aderiscano. Insieme si lavora meglio e la Dottrina sociale della Chiesa ha bisogno di essere portata avanti in modo coordinato. Chi intende aderire può contattare il direttore Stefano Fontana scrivendo a: info@vanthuanobservatory.org.

Mons. Crepaldi nella sua riflessione ha affermato che “niente sarà come prima”. È su questo che vogliamo concentrarci, fornendo qualche riflessione e proposta affinché possa essere l’occasione per ripensare in meglio tanti aspetti della nostra vita sociale che vengono stravolti dell’epidemia. Non siamo ingenui utopisti. Sappiamo bene che ci aspettato difficoltà e tensioni. Riteniamo comunque un dovere di un centro studi riflettere insieme ad altri sul futuro che vogliamo costruire, anche nelle difficoltà. Continua a leggere

Senza la libertà non c’è neanche tutela della vita

di Stefano Fontana.

Nei commenti dei politici e degli opinionisti così come nelle reazioni della gente, c’è la percezione che quella contro il coronavirus sia una guerra che giustifica la sospensione delle libertà. È un vecchio dibattito che ha visto impegnati molti filosofi, ma la realtà ci dice che quando il potere toglie la libertà non garantisce nemmeno la sicurezza e la vita.

Ormai è sulle bocche di tutti: “siamo in guerra!”. Si vive quella del coronavirus come la situazione di eccezione di cui si sono occupati i principali teorici della politica, primo fra tutti Carl Schmitt. Secondo lui la sovranità politica consiste nel decidere del caso di eccezione, come nel caso di una guerra dove l’opposizione amico/nemico raggiunge il suo proprio livello politico. L’eccezione si configura tale quando, data la sua urgenza, per fronteggiarla bisogna azzerare tutte le norme, le prassi e le garanzie. Quando vengono meno la norma e il diritto, allora il potere manifesta pienamente se stesso: decide al di fuori del diritto ma la sua decisione ha valore giuridico. Di più: per Schmitt il potere non consiste solo nel decidere davanti allo stato di eccezione, ma anche nel decidere quando ci sia uno stato di eccezione. Senza un potere così inteso, la società viene travolta dalla guerra civile che, secondo Schmitt, è il male peggiore di ogni male. Continua a leggere

Coronavirus, l’oggi e il domani. Riflessioni su un’emergenza non solo sanitaria

di Giampaolo Crepaldi.

L’epidemia da coronavirus sconvolge non solo la dimensione sanitaria della nostra società, ma tutti gli ambiti della convivenza sicché anche quando sarà passato nulla sarà come prima. Pubblichiamo la versione integrale della riflessione di Monsignor Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste e presidente em. dell’Osservatorio Card. Van Thuân.

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Niente sarà più come prima

L’epidemia connessa con la diffusione del “COVID-19” ha un forte impatto su molti aspetti della convivenza tra gli uomini e per questo richiede anche un’analisi dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. Il contagio è prima di tutto un evento di tipo sanitario e già questo lo collega direttamente con il fine del bene comune. La salute ne fa certamente parte.

Nel contempo pone il problema del rapporto tra l’uomo e la natura e ci invita a superare il naturalismo oggi molto diffuso e dimentico che, senza il governo dell’uomo, la natura produce anche disastri e che una natura solo buona e originariamente incontaminata non esiste.

Poi pone il problema della partecipazione al bene comune e della solidarietà, invitando ad affrontare in base al principio di sussidiarietà i diversi apporti che i soggetti politici e sociali possono dare alla soluzione di questo grave problema e alla ricostruzione della normalità quando fosse passato. È emerso con evidenza che tali apporti devono essere articolati, convergenti e coordinati.

Il finanziamento della sanità, problema che il coronavirus fa emergere con grande evidenza, è un problema morale centrale nel perseguimento del bene comune. Urgono riflessioni sia sulle finalità del sistema sanitario, sia sulla sua gestione e sull’utilizzo delle risorse, dato che un confronto con il recente passato fa registrare una notevole riduzione del finanziamento per le strutture sanitarie.

Connessi con il problema sanitario ci sono poi le questioni dell’economia e della pace sociale, dato che l’epidemia mette in pericolo la funzionalità delle filiere produttive ed economiche e il loro blocco, se continuato nel tempo, produrrà fallimenti, disoccupazione, povertà, disagio e conflitto sociale. Il mondo del lavoro sarà soggetto a forti rivolgimenti, saranno necessarie nuove forme di sostegno e solidarietà e occorrerà fare delle scelte drastiche.

La questione economica rimanda a quella del credito e a quella monetaria e, quindi, ai rapporti dell’Italia con l’Unione Europea da cui dipendono nel nostro Paese le decisioni ultime in questi due settori. Ciò, a sua volta, ripropone la questione della sovranità nazionale e della globalizzazione, facendo emergere la necessità di rivedere la globalizzazione intesa come una macchina sistemica globalista, la quale può anche essere molto vulnerabile proprio a motivo della sua rigida e artificiale interrelazione interna per cui, colpito un punto nevralgico, si producono danni sistemici complessivi e difficilmente recuperabili. Destituiti di sovranità i livelli sociali inferiori, tutti ne saranno travolti.

D’altro canto, il coronavirus ha anche messo in evidenza le “chiusure” degli Stati, incapaci di collaborare veramente anche se membri di istituzioni sovranazionali di appartenenza. Infine, l’epidemia ha posto il problema del rapporto del bene comune con la religione cattolica e quello del rapporto tra Stato e Chiesa. La sospensione delle messe e la chiusura delle chiese sono solo alcuni aspetti di questo problema. Continua a leggere

Il virus e la danza macabra.

La danza macabra, il virus, la tristezza.

T’hanno dato un nome, ma io ti chiamerò soltanto virus. Un nome è dignità propria d’uomo, non di un sicario inconsapevole e perciò innocente.

Abbiamo imparato a contare i morti, come dopo un tifone, come dopo un terremoto; solo che il computo è distribuito lungo i giorni, un rosario di uomini e donne che non accenna a finire.

Rispetto ai nostri nonni non abbiamo più una familiarità con il morire come accadeva un tempo; l’evento più inevitabile e più naturale è diventato una remota possibilità. Una fastidiosa ipotesi.

Quando tutto va bene la morte si riduce ad un fatto privato mentre ora si aggira per l’intero paese e pianta il proprio vessillo da nord a sud. 

La danza macabra è dipinta sulle facciate dei nostri giorni, nei programmi televisivi, nelle ossessive riflessioni, nei calcoli sulle probabilità che il nemico si arresti o che proceda con la forza e l’astuzia di un generale d’armata. 

Abbiamo eretto la nostra maginot, chiuso il paese, cementato i confini. 

Le strade sono deserte e il silenzio ha consumato la propria rivalsa verso il perenne rombo che possedeva le vie delle metropoli di giorno e di notte. Lungo i modesti viali e le stradine dei paesi si sente solo il fischio del vento di marzo, lo scalpiccio di qualche passante rapido e diffidente, la bocca chiusa da una benda bianca. Quasi beffarde, ciuffi di primule fanno capolino da un terrapieno del tutto indifferenti.

Abbiamo imparato a contare i morti; abbiamo imparato quanto siamo fragili, esposti a potenze invisibili, non calcolate. 

Sempre, anche quanto tutto appare normale, anche quando le città brulicano di gente e le serate danzanti riempiono la testa di spensieratezza, la goccia d’ogni devesso rimbomba in noi come in una cisterna vuota.

Abbiamo imparato a contare i nostri morti; ogni caduto lo sentiamo unico, anche se sconosciuto, in lui temiamo per i nostri cari. Con lui, ci siamo noi con il carico di cristalli di tutte le nostre certezze infrante.

Per questo non possiamo che essere tristi; si tratta di questa malinconia di un timore; il rimorso di potere ridire e vivere, nonostante tutto. Per questo dobbiamo essere tristi.

Anche se nel chiuso delle nostre case sentiamo un porto sicuro, anche se consumiamo banchetti, anche se dal balcone insceniamo l’inopportuna festa per un drink a distanza o leviamo al cielo infiniti lumini, scoprendoci improvvisamente credenti. Dobbiamo essere tristi.

Che tutto torni come prima, andrà bene! Lo si dice, lo si scrive “sugli stipiti delle porte”.

Per questo, non possiamo essere che tristi; per molti infatti, mai la vita sarà come prima.

Dovremmo essere tristi, di una tristezza composto, silente, dolente; e mangiare erbe amare; perché il male quando decide di sfoderare la spada, non chiede alcun permesso.

E invece i più si stringono felici, perché sono giovani, perché non hanno vecchi in famiglia; si abbracciano come i protagonisti di un film catastrofico, che nel finale di una tragedia hanno la forza d’essere felici. Perché loro ce l’hanno fatta, crolli pure il mondo.

Il dolore non chiede alcun permesso; non lo chiede ai politici, fragili figuranti posseduti da innumerevoli incertezze. Non lo chiede agli scienziati e ai medici, travolti da un lavoro indefesso al ritmo di un orologio che sembra solo contare i decessi e i senza respiro appesi a tubi.

La morte porta via pezzi di vita, pezzi di storia, pezzi d’amore, pezzi di progetti e di futuro.

Guardo alla luna, penso a Leopardi, penso alla natura; a quella sua indifferenza, penso all’invisibile killer che agisce per procura -mascherato per non riuscir sgradito- attraverso patologie pregresse che peggiorano. Anche così l’egoismo di ciascuno si consola: “muoiono solo persone che avevano già gravi problemi”.

Non possiamo essere felici, forse dovremmo vestire a lutto.

Resta l’inesplicato senso della preghiera che funziona così bene quanto tutto, per noi, procede senza intoppi; ma che si acida imprecazione quando le cose non vanno. Come sempre. La natura è solo sé stessa; né paradiso, né inferno. 

In tutto questo l’uomo dovrebbe interrogarsi e dirsi ancora: “conosci te stesso”. La risposta, sulle tracce della sapienza di Socrate, mi par chiara; non siamo Dei, siamo mortali, il nostro limite lo dobbiamo conoscere. La morte è li, sempre.  Spesso l’abbiamo dimenticato e l’ordine della natura si è rivoltato.

Ma oltre la natura e il suo limite, c’è l’ignoto, c’è il Dio; e il nostro Dio, il Dio di noi tutti, è risorto. Altra parola non trovo, per i defunti e i parenti loro, dalla tranquilla poltrona di una tranquilla casa di Trento. 

Il primo Rapporto ItOSS rivela: 18 donne si sono suicidate in Italia entro un anno dall’aborto indotto, in 10 Regioni italiane, nel periodo di 7 anni 2006-2012

Nel mio precedente articolo relativo agli studi italiani di record-linkage sulla mortalità materna, avevo evidenziato il fatto che gli autori degli studi si erano limitati a calcolare solo la sottostima della mortalità materna presente sui certificati di morte, omettendo di ripartire l’MMR (Rapporto di Mortalità Materna) per ciascun esito di gravidanza (parto, gravidanza ectopica, aborto spontaneo, aborto indotto), nonostante i dati per effettuare tale ripartizione fossero disponibili in entrambi gli studi.

Il dottor David Reardon – autore di una revisione sistematica, uscita nel 2017, che prende in esame tutti gli studi di record-linkage che a livello globale sono stati realizzati sulla mortalità correlata alle perdite di gravidanza – ha giustificato questa omissione, da parte dei ricercatori italiani e della ricerca sull’aborto in generale, con la presenza di una parzialità nell’informazione e di un pregiudizio nei confronti della pubblicazione di risultati sfavorevoli alla propaganda pro-aborto la cui narrazione esige che esso sia presentato come una pratica sicura, esente da complicazioni gravi per la donna che vi ricorre, e con una mortalità molto più bassa rispetto al parto. In realtà, tutti gli studi di record-linkage, statisticamente significativi, che hanno ripartito l’MMR su ciascun esito di gravidanza, hanno confutato questa conclusione, mostrando che è l’aborto indotto ad avere i rapporti di mortalità più elevati, sia rispetto alle altre perdite di gravidanza che soprattutto rispetto al parto.

Tutta questa premessa per dire cosa? Per dire che, grazie al primo Rapporto elaborato dal Sistema Italiano di Sorveglianza Ostetrica, ItOSS (Italian Obstetric Surveillance System), è possibile conoscere il numero dei suicidi relativo a ciascun esito di gravidanza, individuati dal secondo studio italiano di record-linkage, dei quali era stata riportata solo la cifra complessiva. I dati del rapporto ItOSS confermano quanto già da tempo si conosce, ovvero che si muore più di aborto indotto che di parto. Ma andiamo per ordine. Continua a leggere

Il virus, il prete, la Madonna.

Il prete decide di uscire; non si preoccupa la gente possa tornare agli aperitivi e alle serate nelle discoteche quanto prima. La sua èun’altra preoccupazione.

Carica la grande statua della Vergine sul suo ape car e gira per il paese di Bibione. Recita il rosario, benedice, la gente lo guarda stupita, sorride, ringrazia. Perché?

Quel prete è convinto la preghiera serva, quel prete è motivato, trasmette una forza, trasmette una fede. Non dice di non usare prudenza e accortezza, non proclama alcuna rivolta, semplicemente accanto all’emergenza del corpo mette l’emergenza dello spirito. Quel prete, lo ripeto, crede nel potere della preghiera, crede nel potere della Chiesa; una chiesa che non dimentica la propria storia, una storia fatta anche di tantissimi martiri che hanno accudito per le strade i colpiti dalla peste.

Roma, fu convertita anche da questo, dall’esempio dei cristiani che si prendevano cura di tutti; anche solo donando un bicchier d’acqua essi salvarono vite. Roma fu convertita dal potere della speranza che il cristianesimo portava, unito alla forza del dono e dell’amore sperimentato per strada dagli “abbandonati.”

I signori romani quando la peste colpì fuggirono verso le loro ville di campagna; anche il grande medico Galeno fuggì.

Quello era un mondo che credeva, i pagani avevano una loro fede; la vita, per tutti, non era soltanto un corpo chiuso nell’orizzonte terreno, ma Altro.

Oggi le cose non stanno così; sui social tra i commenti relativi al gesto del prete troviamo: “Superstizione”.

Il sistema di riferimento ècambiato, persino non pochi credenti parlano di superstizione. Ma se quell’azione fosse stata compiuta in chiesa la chiamereste superstizione? L’occidente ha dimenticato il sacro per esaltare la materia. Il corpo, lo svago, il cibo, gli abbracci, la medicina, l’immortalità.

Se il sistema di riferimento è un mondo senza Dio, tutto diventa superstizione. Il soprannaturale è stato bandito, o confondendo Dio con il mondo, o relegando Dio ad un remoto aldilà.

Quel prete ha riportato Il soprannaturale al centro di una strada, tra negozi e macchine. Vestito con i paramenti liturgici ha fatto il “suo lavoro”, ha assiso la Vergine nel cuore di un mondo ferito.

La gente ha apprezzato, perchéquesto l’uomo, ogni uomo, credente e non, si attende da un prete, dalla sua semplice, riconoscibile presenza; ch’esso sia testimone dell’eterno e del bene, testimone di un amore che vince ogni paura, testimone d’Altro rispetto al mondo, rispetto a tutti i valori e gli sforzi –abbracci, solidarietà, strette di mano, disegni pieni di belle parole- che hanno il solo potere di rimandare la fine. Testimone di un mondo che non conosce fine.

Un libretto “Per la salute delle donne”

Da: Coordinamento nazionale “Justitia et Pax” per la Dottrina sociale della Chiesa

Nel 2018, l’associazione Provita onlus (ora Provita & Famiglia) ha prodotto il libretto “PER LA SALUTE DELLE DONNE” con l’obiettivo di informare le donne sulle conseguenze psicofisiche correlate all’aborto indotto.

Il libretto nasce per sopperire alla carenza di informazioni su questo argomento, carenza presente sia a livello sanitario – cioè quando la donna si reca dal proprio medico di fiducia o in una struttura sanitaria (consultorio, struttura ospedaliera pubblica o privata) per chiedere di abortire -, sia a livello politico, in particolare per ciò che riguarda la relazione annuale del Ministero della Salute sull’applicazione della legge 194/78, in cui il Ministro della Salute riepiloga ogni anno tutti i dati relativi agli aborti indotti. Tale Relazione si presenta lacunosa, incompleta e generica: le complicazioni correlate all’aborto indotto risultano fortemente sottostimate, non chiaramente specificate e molte di esse persino mancanti.

“Per la salute delle donne” ha le caratteristiche di un opuscolo informativo ed è suddiviso in tre parti. Nella prima parte sono riportate le conseguenze dell’aborto indotto sulla salute fisica, così come risultano dalla vasta letteratura scientifica disponibile sull’argomento. Sono elencate le complicazioni comuni a entrambe le procedure abortive oggi praticate (chirurgica e farmacologica), sono poi riportate le complicazioni fisiche specifiche dell’aborto chirurgico e, a seguire, quelle fisiche a carico dell’aborto farmacologico. Sempre nella prima parte sono inoltre elencate le complicazioni fisiche a lungo termine e in successive gravidanze. Infatti, in letteratura scientifica risulta che le donne che in passato si sono sottoposte a uno o più aborti indotti, hanno un maggior rischio di incorrere in determinate complicazioni che possono presentarsi diversi anni dopo l’aborto o manifestarsi durante una successiva gravidanza. Continua a leggere

Se in Cina saltasse il Partito comunista?

Il dramma che sta purtroppo vivendo il popolo cinese, a causa del coronavirus, può avere effetti dirompenti non solo sulla vita di molte singole persone, ma sul mondo intero.

Questo si comprende soltanto se si tengono presenti almeno due fatti fondamentali.

Il primo: la Cina, primo paese per popolazione al mondo, è da tempo la seconda potenza economica mondiale, e ciò significa che la sua economia è strettamente legata a quella di moltissimi altri paesi, comprese super potenze come gli Usa e la Germania.

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Il cardinal Ruini contro il multiculturalismo: “Non è valore in sé”

di Francesco Boezi

Dalla critica al multiculturalismo alla difesa dei valori non negoziabili, passando per la non necessità di un “partito dei cattolici”: il cardinal Camillo Ruini e il senatore Gaetano Quagliariello scendono in campo per la difesa del cattolicesimo conservatore

Il cardinal Camillo Ruini e il “ruinismo” sono riapparsi sulla scena politico-culturale del Belpaese. Dopo l’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, quella in cui l’ex vertice della Cei ha domandato alla Chiesa cattolica di non chiudere le porte al dialogo con la Lega di Matteo Salvini, il porporato italiano è tornato a dire la sua mediante “Un’altra libertà – Contro i nuovi profeti del paradiso in terra”.

Usando la definizione del coautore della dialettica declinata a mezzo libro, ossia quella del senatore Gateano Quagliariello, si tratta di un “dialogo laico”, centrato sulla “libertà oggi”, sui “suoi confini” e sui suoi “falsi profeti”. Il testo, che è edito da Rubettino, è curato dalla giornalista Claudia Passa. I ruiniani, e questa di per sé già rappresenta una notizia, si stanno riorganizzando: lo scorso novembre è nata un’associazione di laici presieduta da Eugenia Roccella. La pubblicazione dell’opera libraria che è prevista per giovedì 20 coincide quindi con la riproposizione di istanze che sembravano divenute secondarie rispetto allo stradominio del “cattolicesimo democratico”. Continua a leggere

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