Massimo Viglione

L’abisso dell’odio egualitario

Una notizia sconvolgente, ma allo stesso tempo pienamente rispondente ai tempi che ci troviamo a vivere. Un vero “segno dei tempi”, per usare un’espressione della più utilizzata terminologia ecclesiastica degli ultimi decenni. I fatti in breve, poi l’amarissima riflessione.

Due genitori canadesi, dai nomi propri normali, hanno chiamato i loro due figli Jazz e Kio, e questo non per seguire le attuali mode folli (attori e vip di ogni sorta) di dare nomi idioti ai propri figli, ma per una ragione ben più profonda e ideologica: i loro bambini non devono avere nomi maschili e femminili, in quanto questa – quella del maschio e della femmina, dell’uomo e della donna – è l’ultima grande barriera da abbattere nel cammino dell’umanità verso l’uguaglianza assoluta.

Faccio presente che qui siamo ben oltre le solite idiozie femministiche contro la disuguaglianza sessuale intesa in senso “classico”, cioè contro il cosiddetto maschilismo. Qui si tratta di un salto qualitativo impressionante: il problema non è quello di rimediare alla disaguaglianza fra uomo e donna nelle sue plurime espressioni religiose, culturali e sociali, ma quello di distruggere la disuguaglianza fra uomo e donna tout court, nel senso che non devono più esistere né uomo né donna, ma un solo unico sesso, senza più distinzioni di alcun genere, a partire dal nome (e giù a scendere, per arrivare ai vestiti, al cibo, ai giochi, ecc.).

È il mito dell’androgino, ripreso dalle sette massoniche più radicali e riproposto “qua e là” dai movimenti più esoterici e sovversivi della (post)modernità. Se qualcuno pensa che stiamo esagerando, la riprova viene dalla ulteriore scelta dei due meravigliosi genitori: alla notizia dell’arrivo di un terzo figlio, hanno deciso che mai, in alcun modo, di costui si dovrà conoscere il sesso (nemmeno lui, il nascituro, dovrà conoscere il fatto che ha un sesso differente da quello di circa l’altra metà dell’umanità).

Tutto sarà fatto in modo (non ci chiedete come…) tale che, durante la sua crescita egli, e tutti coloro con cui verrà in contatto, mai potranno capire il suo sesso vero. Solo gli ingenui e i superficiali possono sorridere di questo fatto, possono presentarlo come un’astrusità di due originali bontemponi. I due genitori non sono affatto dei bontemponi o degli originali. Sono in realtà due coerentissimi e radicali sostenitori delle ultime conseguenze del processo ugualitarista rivoluzionario e anarchico.

 L’egualitarismo assoluto è il senso, la molla e il fine stesso, del processo rivoluzionario sovversivo che da secoli sta trasformando la società occidentale, quella che un tempo era la civiltà cristiana. L’egualitarismo economico, quello tipico del socialismo prima e del marxismo poi, è solo il primo stadio: se ci si pensa bene, nessuno può realmente credere che l’infelicità degli uomini dipenda solo da fattori economici di disuguaglianza e ingiustizia.

Già Rousseau ci avvisava che il vero egualitarismo non è tanto quello economico, ma soprattutto e anzitutto quello politico (e infatti propone l’utopia totalitaria della volontà generale come soluzione); uno dei punti più deboli della struttura rivoluzionaria marxista è quello di pensare che si arriverà alla fine dei contrasti fra gli uomini (e quindi alla fine della necessità dello Stato e alla realizzazione dell’anarchia e della felicità comune) abolendo la proprietà privata e ogni forma di differenza economico-sociale.

 Marx e seguaci dimenticano che le prime e più immediate ragioni di “invidia” sociale non sono quelle economiche, sono quelle fisiche (chi è bello e chi è brutto, chi è sano e atletico e chi invece è malato o debole, chi è intelligente e chi meno e chi è stupido, ecc.), e quelle fisiche non possono essere eliminate in alcun modo (che facciamo, sfregiamo i belli, tagliamo le gambe agli alti, facciamo ammalare i sani?). Non si pensi che stiamo esagerando: solo per fare due esempi, durante la Rivoluzione Francese, il giacobino “arrabbiato” Hebert propose seriamente alla Convenzione di abbattere tutti i campanili di Francia, perché, svettando con la loro altezza, erano contrari al principio di uguaglianza…

 E, ben più drammaticamente, Pol Pot in Cambogia arrivò a uccidere, nella sua follia criminale, chi portava gli occhiali, per il solo fatto che il portare gli occhiali era dimostrazione di sapere leggere e quindi di essere contro il principio dell’uguaglianza assoluta. È una tipica ingenua disfunzione marxista quella di ridurre i problemi dell’uomo al suo stomaco insoddisfatto. I veri rivoluzionari, le menti della sovversione anarchica dell’umanità, sanno bene che l’uomo non si può ridurre a uno stomaco e che l’uguaglianza economica è il preambolo necessario ma pienamente transitorio del radicale processo di ugualitarismo universale.

 E infatti, negli ultimi 200 anni, e in particolare nel Novecento, le teorie egualitarie sono andate ben oltre il banale economicismo marxista, portando avanti le più radicali teorie della massoneria più esoterica: quella della distruzione definitiva di ogni pur lieve forma di differenziazione in ogni ambito dell’uomo e dell’universo. Niente più differenza di religioni (un “credo” universale di chiara marca ecumenistico-newagista, ottimistico e salutista per tutti); niente più differenza di razze (il famoso “melting-pot”, oggi sostenuto facilmente dall’immigrazionismo di massa: il termine stesso di “razza” ormai suona in maniera negativa, come se le razze, come qualsiasi altra cosa e diversità di questo mondo, non le avesse create Dio stesso); niente più Stati e patrie (la repubblica universale, mito portante della massoneria illuminista); niente più diifferenze di classe, differenze organiche societarie, differenze all’interno delle istituzioni, all’interno della famiglia.

Soprattutto, dopo il ’68 e con l’affermazione dell’ideologia ecologista e animalista, si è giunti a teorizzare l’egualitarismo non solo fra tutti gli uomini, ma anche fra i generi (uomini e animali: si parte con i diritti degli animali per arrivare, un giorno, alla perfetta identificazione dell’animale con l’uomo; uomini, animali e piante: l’ecologismo estremo di un Peter Singer, ideologo di grido dell’egualitarismo dei vegetali con gli animali e con gli uomini, fautore quindi del divieto non solo di mangiare animali, ma anche i vegetali…).

Queste non sono mie fantasie, esistono libri, discorsi pubblici, atti di convegni, manifesti politici, che dimostrano l’esistenza di tali progetti politici finalizzati alla creazione di un mondo totalmente egualitario. Il discorso è lunghissimo e di una gravità devastante, come chiunque può capire. Ma ora forse, già con queste poche note, può apparire più chiaro il senso della follia ideologica dei nostri due genitori canadesi: essi, tutt’altro che svampiti bontemponi, sono dei lucidissimi rivoluzionari, che stanno tentando, pionieri della più profonda di tutte le sovversioni, di realizzare l’utopia della distruzione della prima e più indistruttibile di tutte le differenze: quella sessuale («Maschio e femmina li creò»… Genesi, 1,27).

 Come detto, non si tratta di femminismo, neanche più di omosessualismo; nemmeno di “genderismo” (la teoria del “gender”, per cui esistono 5, 10, l’ultima che ho sentito, 25, sessi…).

È il contrario: non esiste sesso. È l’urlo finale e più pazzesco della ribellione contro l’ordine del creato. Il loro terzo figlio non deve conoscere il suo sesso. Questo va oltre il “sessismo”. È il “non serviam” della bioetica. E poco importa che sia impossibile da attuare. Il presuposto di ogni utopismo ideologico è proprio il superamento dell’ovvio evidente problema della impossibilità di quanto si predica giusto. Quando chiesero a J.J. Rousseau se egli veramente pensasse che fosse esistito uno “stato di natura” in cui l’uomo, senza peccato originale e quindi naturalmente buono, fosse vissuto felice, egli rispose semplicemente: “non mi interessa se vi sia mai stato nella realtà.

 Dico solo che questo è ciò che sarebbe giusto essere stato”. E quando gli fecero notare che la sua volontà generale (tutti d’accordo su tutto in ogni cosa) è semplicemente impossibile, a meno che non si cada in una spaventosa dittatura che tutti obbliga a un pensiero unico generale, egli rispose che ciò non gli interessava, l’importante era che lo si pensasse giusto e attuabile. È l’utopismo totalitario su cui si fonda ogni futuro radicale sovvertimento dell’ordine del creato. Non importa come si farà a far sì che quel bambino non si accorga che esistono due sessi. Importa che qualcuno inizi a pensare che ciò sia giusto e possibile. Tutto il resto, poi, verrà da sé con il tempo.

 L’uomo, infatti, si abitua a tutto. E purtroppo, i nostri giorni, ne sono la più tragica ed evidente dimostrazione. Dai diritti dell’uomo si è passati, per il verso verticale, ai diritti degli animali e delle piante, e, per quello orizzontale, ai diritti della donna (vale a dire, a “diritti” della donna nei confronti del marito e dei figli stessi = aborto); dai diritti della donna ai diritti dell’omosessuale (“matrimonio”, adozione dei bambini, diritto alla casa, ecc.); dai diritti degli omosessuali ai diritti di “gender” (ogni disfunzione e deviazione sessuale ha i suoi diritti); ora ai diritti di non avere sesso, cioè non solo di modificare il piano divino del creato, ma di negarlo in radice.

 Lo scopo concreto di tutto questo? È, come detto, dinanzi ai nostri occhi: è un cammino graduale, secolare, ma inesorabile, ove ognuno (rivoluzionari di professione, suffraggette, circoli omosessualisti, tranasessualisti, coppia canadese, ecc.) fa la sua parte al momento opportuno. E, prima o poi, si trova anche una ministra che si batte per questi diritti… e magari pure in un governo di centro-destra. E nessuno fa nulla. Ecco il senso di tutto questo. E noi, possiamo continuare a rimanere spettatori inerti?

Il centro del mondo

La recente beatificazione di Giovanni Paolo II, vissuta e seguita da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, ci può offrire, al di là del suo significato prettamente spirituale, considerazioni di ordine più generale; e, al di là della stessa figura del Pontefice, ci può far intravedere quanto ancora oggi sia vivo nel cuore degli uomini cattolici il senso della Chiesa e anche di Roma stessa.

Roma non in quanto città, ma come categoria dello spirito umano. Roma come “centro del mondo”. Nella mente dell’uomo contemporaneo, il concetto “centro del mondo” è spesso rapidamente e volutamente connesso a New York e Washington (da una quindicina d’anni non c’è neanche più Mosca come ipotetico quanto ingannevole contraltare), e questo indipendentemente se tale connessione poi faccia piacere a meno. In un certo senso ciò è vero: economicamente, politicamente (si pensi anche all’ONU), militarmente.

Del resto, ogni epoca ha avuto il suo “centro del mondo” economicamente, politicamente, militarmente: andando a ritroso, Londra, Vienna, Parigi, Madrid. E siamo tornati al Cinquecento. E prima? Qual era, nei secoli medievali, il centro del mondo? E nei secoli dell’antichità?

Se un essere intelligente potesse vedere in un solo colpo d’occhio tutta la storia occidentale, dalle origini ad oggi, non potrebbe immediatamente non intuire, e di conseguenza razionalizzare, il ruolo assolutamente preponderante e speciale che Roma ha sempre ricoperto come “madre delle genti” e della civiltà, prima, nei secoli antichi e pagani, anch’essa politicamente e militarmente, poi, nei secoli cristiani, anche e soprattutto moralmente e spiritualmente.

È proprio per il suo ruolo universale di sede della Chiesa Cattolica e dispensatrice della legge morale e della cultura dei valori della tradizione cristiana che Roma ha sempre convissuto con gli altri “centri del mondo” (politici, economici e militari) che si sono susseguiti nella storia. Quei centri del mondo però in quanto tali sono passati, e oggi sono semplici capitali più o meno importanti. Roma invece è sempre lì nella sua universalità intramontabile, non certo in quanto capitale di uno Stato, ma come sede del Vicario di Cristo in terra, cui più di un miliardo di fedeli oggi viventi (a cui occorre aggiungere tutti quelli già vissuti e coloro che verranno) guardano come il loro vero capo e Pastore, come colui che ha il dovere di condurli alla vita eterna, unica vera meta di questa vita terrena.

 Il Vicario di Cristo risiede in Roma, San Pietro è la sua chiesa e vive e lavora nei Palazzi Vaticani ad essa connessi. Da secoli e secoli, ogni uomo, dai giorni in cui il suo popolo ha ricevuto e accettato Cristo, ha Roma e San Pietro nel cuore e nella mente. Che sia stato armeno o franco, vichingo o incas, irlandese o filippino, polacco o portoghese, ricco o povero, libero o schiavo, nel suo cuore, nella sua mente, nei suoi desideri o ricordi, oltre giustamente alla sua patria, alla sua terra, alla “sua capitale”, c’è Roma e San Pietro.

Quanto detto è dimostrato dallo strepitoso successo del primo Giubileo del 1300, quando, senza aerei, treni e cellulari, bar e ristoranti ogni cento metri, milioni di persone vennero a piedi a Roma al richiamo del loro capo e pastore. Era già dimostrato naturalmente prima di allora, e lo sarà poi fino ad oggi, quando ogni anno milioni e milioni di pellegrini, nel silenzio dei media (eccetto casi eccezionali come il Giubileo del Duemila o la morte di Giovanni Paolo II) e accompagnati dal sorriso degli scettici e “progressisti”, si recano in pellegrinaggio “ad Petri Sedem”.

Dimostrando, appunto, come nel loro cuore e nella loro mente, oltre alla patria e alla propria capitale – qualunque essa sia – ci sia anche e anzitutto la vera patria, la vera capitale della propria anima, che appartiene indistintamente ad ogni uomo battezzato di buona volontà. La vera capitale Ma cosa c’è, in fondo, di “concreto” a San Pietro? Cosa spinge miliardi di uomini a sentire nella propria anima che quella basilica è la loro vera “capitale”, a spendere tempo e soldi per andarvi a pregare? L’interesse artistico-culturale? La voglia di “vacanze romane”? Per molti forse è anche questo, inutile negarlo, e per i non cattolici è solo questo. Ma si illude chi volesse far finta di credere che tutto si riduca qui. Per un numero indefinibile di uomini e donne, quelli che non compaiono nei film, nei periodici e nelle telenovelas, quelli che hanno Cristo nel cuore e ogni giorno servono e amano la Chiesa, c’è ben altro. Ma cosa, allora?

Semplice: le reliquie di un pescatore della Galilea vissuto quasi venti secoli or sono. Credo che ognuno di noi ora possa vedere nella sua mente il sorriso ironico di tutti i figli di Voltaire di tutti i tempi e luoghi, i quali, proprio dinanzi a tale affermazione, riderebbero sarcasticamente dello stupido fanatismo che ammala l’umanità dei fantasmi di una religione retriva, superstiziosa e sorpassata dalla storia.

Ma credo che ogni uomo di buona volontà possa al contrario leggere in questa affermazione la prova provata della infinita e irriducibile vitalità di una religione, anzi, dell’unica vera religione, l’unica sempre odiata e combattuta con ogni mezzo, in primis con il sangue di milioni di “testimoni”, che continua – nonostante tutto, nonostante il tempo, nonostante il numero sempre maggiore e sempre più “astuto” dei suoi nemici – a trionfare nel cuore degli uomini di tutto il mondo, e far sì che San Pietro sia non solo la Chiesa delle spoglie mortali di quel pescatore, non solo la sede terrena del suo vicario, non solo il cuore della stessa Chiesa Cattolica, ma … la “propria capitale”. Il proprio “centro del mondo”.

Al di là del tempo

Chi scrive è romano, e in quanto tale gli capita ogni tanto di trovarsi in Piazza San Pietro, specie la sera, a passeggiare. La sera la Basilica è oggi ancora più bella se possibile, per l’effetto incantevole dell’illuminazione notturna, per la quiete che vi si respira, per il senso dell’universale che riempie l’anima di chi apre il suo cuore alla Verità e alla Carità, per chi ha la possibilità di riflettere su questi diciassette secoli di storia della Chiesa, della Cristianità, dell’Europa, dell’Italia, di Roma stessa, racchiusi in quelle mura.

Ogni volta che mi trovo lì, alcuni pensieri costanti riempiono la mente e la fantasia. Anzitutto, provo sempre a scorrere nella mia memoria la storia di diciassette secoli che quelle mura conservano, sebbene ricostruite cinque secoli or sono. Facile e immediato mi riesce immaginare Costantino che progetta con i suoi architetti l’edificio che avrebbe dovuto rendere giusto onore al Principe degli Apostoli; immaginare i pontefici dei primi secoli in preghiera sulla tomba del primo vicario di Cristo per assumere le fondamentali decisioni riguardo i dogmi essenziali della fede cattolica già allora posti in dubbio dai nemici interni, gli eretici, o per chiedere aiuto contro i nemici esterni, da Oriente come da Occidente; subito l’immaginazione vola poi alla fatale notte di Natale dell’anno 800, quando Papa san Leone III incorona Imperatore Romano l’uomo restauratore dell’Impero stavolta Sacro e ideale fondatore della Res Publica medievale e della stessa Europa cristiana.

Vola poi ai secoli degli scontri con l’Islam aggressore, con gli imperatori ribelli, ma anche allo splendore liturgico e alla santità della Christianitas dei secoli bassomedievali, fino al momento del grande cambiamento, fino a quell’umanesimo e a quello spirito di novità (a volte vero e proprio “prurito”) e allo stesso tempo di ritorno al passato della classicità che spinse i pontefici rinascimentali a prendere forse la più sconvolgente di tutte le decisioni, tanto grave quanto da noi oggi del tutto incompresa: la distruzione della pur pericolante antica Basilica Costantiniana, ormai già dodici volte secolare e ricchissima di gloriosi eventi e infinite benedizioni (oltre che di opere artistiche di immenso valore, non ultime alcune di Giotto), per la costruzione di una nuova Basilica ancora da ideare esattamente nella sua complessità. Si trattò forse della più grande e “pericolosa” scommessa della storia artistica mondiale.

È per noi ancora oggi inimmaginabile il coraggio esercitato da quei pontefici, che furono però graziati dall’aver trovato al loro fianco alcuni fra i più grandi geni di tutti i tempi. E ciò permise di far sì che il risultato sia stato meraviglioso, tanto che dopo cinque secoli è perfettamente ancora ricco di tutta la sua incommensurabile carica artistica, architettonica e spirituale. La perfezione divina della cupola da un lato, e la simmetria del colonnato che abbraccia l’intera umanità che corre al suo Redentore dall’altro, hanno segnato per sempre l’apoteosi dell’unione fra la Bellezza dell’arte e la Verità e Carità dello spirito.

Centro dei cuori

 Il pensiero prosegue poi nei secoli dello splendore e della serenità della Controriforma, per poi “agitarsi” dinanzi all’orrore degli eserciti rivoluzionari napoleonici e giacobini che profanano la basilica e saccheggiano il Vaticano, costringendo due pontefici all’esilio, e per poi rattristarsi dinanzi alla visione di un Papa rinchiuso a forza in quei Palazzi, dal 20 settembre del 1870…

 E poi gli eventi gloriosi e tragici del XX secolo, la visione di un altro pontefice prigioniero che usa quei palazzi per salvare migliaia di ebrei dalla follia nazista, e la soddisfazione tutta cristiana di pensare alla fine che ha fatto dinanzi alla storia quell’altro folle regime assassino il cui odio per Cristo era tale che sempre si gloriò che i cavalli dei propri cosacchi avrebbero bevuto nelle fontane della Piazza della basilica…

E poi i nostri difficili giorni, giorni di amaro laicismo anticristiano cui risponde una sempre più rinnovata entusiastica adesione popolare alla vera fede del pescatore della Galilea. Ma anche un altro pensiero, poi, viene sempre alla mia mente quando mi trovo fra quelle colonne: in questo istante, in qualche parte del mondo, qualcuno sta sicuramente pensando al luogo in cui io mi trovo ora. Certo, non ne posso avere la riprova infallibile. Ma come pensare che ciò non sia possibile? E, inoltre, in quale altro posto del mondo si potrebbe avanzare con certezza morale una simile ipotesi? Quale altra città al mondo può vantare, oggi come ieri o domani, di essere il “centro del mondo”?

 San Pietro e il suo vicario non hanno grandi eserciti o armi atomiche, un valido sistema bancario e nemmeno si batte moneta, non hanno organizzazioni massmediatiche di potenza internazionale (e neanche nazionale), e sono tutt’altro che amate dagli altri miliardi di uomini. Eppure, quale altro centro del mondo può competere con quello dove è sepolto un pescatore della Galilea, cui tutti pensano, che milioni di esseri umani pregano? Questo pescatore non era un filosofo, un retore o uno celebre scrittore, un legislatore o un generale, un politico o un ricco.

E non aveva neanche un carattere facile… Ebbe la “ventura” di incontrare un giorno sulla sua strada per il lavoro la Verità incarnata, il Salvatore del mondo. Il suo merito fu solo uno, ma di valore incommensurabile: l’avergli donato il suo cuore e la sua anima, fino in fondo, anche nel giorno del tradimento, fino alla morte, avvenuta sul colle Vaticano in Roma. Il suo Signore lo scelse come suo vicario e come capo della sua Chiesa, dandogli le chiavi della “capitale terrena” dell’umanità e anche della porta della patria celeste.

Volle esplicitamente che egli morisse in Roma, rimandandolo indietro mentre vi fuggiva. Il suo Signore, che è il Redentore del mondo, volle esplicitamente che egli morisse in Roma affinché la sua Chiesa vivesse in Roma, con la presenza di tutti i suoi eredi. Affinché il colle dove egli subì il martirio in nome del suo Signore, divenisse appunto il “centro del mondo”. Il suo Signore volle che il Galileo divenisse “Romano”, e che romana fosse la sua Chiesa, cattolica e apostolica. Romana nel senso universale del concetto, «… di quella Roma onde Cristo è Romano» (Purgatorio, 32,102).

 Di quella Roma che è San Pietro, di quella Roma fonte di ogni Carità verso il Cielo e la terra, da cui promanano la Verità e la Fede, dove si esercita la giustizia e il discernimento, ove si insegnano la legge morale e la sapienza del saper vivere, la diplomazia e la visione universale della vita, da dove scaturiscono da secoli la cultura e la bellezza dell’arte, da dove si anima il soccorso verso chi è nel bisogno e nel dolore. Di quella Roma che è “mater et magistra”. Di quella Roma che è il “centro del mondo”.

Da Londra a Roma. Cosa cercano gli uomini di oggi?

 

Il matrimonio dell’erede al Trono di Inghilterra ha avuto un successo di pubblico straordinario, il più grande di tutti i tempi, secondo alcuni, superiore quindi anche a quello del matrimonio di suo padre Carlo con lady Diana Spencer.

Al di là dell’aspetto – che ovviamente per noi cattolici rimane essenziale – specificamente religioso (la nascita di una nuova famiglia, per di più regale), alcune considerazioni di stampo più “politico” potrebbero rimanere interessanti.

A seguire direttamente la cerimonia nuziale e poi a partecipare alla successiva lunghissima festa, vi era come al solito il mondo aristocratico e dei “vip” dello spettacolo (assente invece quello politico internazionale), e ciò ha contribuito in maniera determinante all’aspetto pienamente mondano dell’evento. E questo francamente ci interessa molto poco, di gossip se ne fa già troppo senza che anche noi cattolici ce ne lasciamo coinvolgere ulteriormente.

Diverso significato invece appare avere la vastissima partecipazione popolare all’evento, non solo in Gran Bretagna, ma ovunque. Un numero immenso di “non-invitati” in ogni parte del mondo si è autoinvitato dinanzi alle televisioni (o ha partecipato fisicamente all’esterno del “recinto” se si trovava a Londra). Ciò non è la prima volta che accade (basti pensare appunto ai precedenti matrimoni regali in Inghilterra, e, sebbene in misura ben più ridotta, nelle altre monarchie europee), ma l’essersi ripetuto ancora una volta, e in tal misura, nell’ormai già avanzato terzo millennio nel Paese che più di ogni altro si è spinto nel vertiginoso processo di sovversione delle proprie radici spirituali, civili, morali e identitarie, assume un significato e un messaggio politico ben preciso, che occorre non sottovalutare.

C’è qualcosa che scatta nell’animo delle persone quando accadono questi eventi. Qualcosa non facile da decifrare, specie per chi scrive (personalmente, non ho alcuna particolare simpatia per Casa Windsor, per ragioni religiose, storiche nonché dinastiche), ma sta di fatto che nella ormai anticristiana, laicistissima, immorale e plurietnica Inghilterra, l’attaccamento a una pur fragile e sovente non degna famiglia reale è indissolubile.

È come se nell’animo di un popolo che assiste inerte a ogni forma di distruzione della sua tradizionale civiltà, rimanesse nel profondo un vivo e celato attaccamento non solo al proprio passato in quanto tale, ma alla consapevolezza che esiste un bene e un ordine in questo mondo, e che la Corona, con quella sua anzianissima sovrana, in qualche modo rappresenta l’ultimo filo che collega ogni inglese a quell’ordine ormai sulla strada della distruzione.

Nel Paese dell’omosessualismo, dell’eugenetica, della persecuzione concreta al cristianesimo, dell’odio aperto e ricercato verso tutto ciò che sa anche lontanamente di cattolico (forte è stato il richiamo di Papa Benedetto XVI alla difesa dei veri valori non negoziabili nel suo viaggio in Gran Bretagna), della apertura insensata a ogni altra religione e tradizione fuorché alla propria, nel Paese occidentale che per primo sta adottando la sharia come norma di legge per i milioni di musulmani presenti nel proprio territorio (con le conseguenze drammatiche che questo può significare per quelle donne che inavvedutamente sposano islamici…), accade il più inaspettato dei fatti: il viscerale amore di tutto un popolo verso la monarchia (e verso una famiglia reale tutt’altro che sempre all’altezza del proprio ruolo).

E non solo in Inghilterra come detto: in tutto il mondo occidentale l’evento è stato vissuto con grande interesse e piacere, anche dai signori che dominano quei mezzi di comunicazione che sono sempre i primi ad avallare gli anti-valori del mondo contemporaneo e che darebbero chissà cosa per potersi liberare di questa monarchia (come e ancor più di tutte le altre tuttora esistenti). Eppure, devono ammettere che su questo piano i popoli non li seguono: appena capita l’occasione, milioni e milioni di persone partecipano entusiaste a questi ultimi timidi bagliori di uno splendore secolare che rifulge ancora dai secoli della civiltà cristiana, dal nostro retaggio comune di europei e figli della Chiesa.

Diciamolo chiaramente: quale evento “laico” (eccetto lo sport) o “laicista” richiama davanti le televisioni decine di milioni di persone? Chi interrompe le proprie attività per seguire con entusiasmo progetti, teorie ed eventi finalizzati alle cosiddette “conquiste sociali e scientifiche” dell’uomo? Quale leader a qualsiasi titolo del laicismo imperante può sognarsi di avere un tale seguito di interesse da parte di quelle “masse” da educare ai nuovi miti del relativismo imperante? Si è detto che la gente ha bisogno di favole: in parte questo è vero, ma è anche vero che vuole favole che partono e finiscono bene, e per bene si intende ordinate un fine superiore e legittimo, incardinate in un ordine morale e civile immutabile (il matrimonio fra uomo e donna, con cerimonia cristiana, la famiglia, anche la monarchia, occorre dirlo, in quanto garante di questo ordine millenario che infonde sicurezza a ognuno, proprio quella sicurezza dei valori immutabili che oggi la società occidentale fa di tutto per distruggere e sovvertire).

 Insomma, nel matrimonio di due giovani ragazzi ognuno, inglese e non, ha voluto vivere nel proprio animo, inconsciamente, quel senso di ordine, bellezza, certezza dei valori non negoziabili che sono ancestralmente inseriti nella nostra anima di cristiani.

 Il matrimonio di ieri è un matrimonio fra ciascuno di noi e il suo passato perduto. È un progetto dell’anima. È un desiderio di un ordine superiore, di quell’ordine di cui oggi (e paradossalmente più che mai in Inghilterra) ci vogliono privare. Sto scrivendo il sabato successivo al matrimonio a Londra e antecedente alla beatificazione di Giovanni Paolo II a Roma. Inutile aspettare domani. Sappiamo tutti perfettamente in anticipo quale immensa folla di fedeli l’evento sta richiamando. Ricordiamo tutti i milioni di fedeli in fila per rendere l’estremo saluto ai suoi resti mortali.

Ricordiamo tutti le immense folle che lo seguivano quando era in vita. E che seguono ora anche l’attuale Pontefice, il quale, come a tutti noto, pur non possedendo la capacità di richiamo e comunicazione del suo antecessore, non per questo non è seguito dovunque vada da milioni e milioni di fedeli (il che dimostra che l’attaccamento, ancora prima che alla persona, è all’istituzione).

Cosa bisogna dedurne quindi per concludere? Forse che in questo mondo impazzito e sventatamente aperto a ogni dissoluzione dei principi cristiani e naturali su cui si fondava la propria civiltà, gli unici due valori capaci di richiamare l’interesse gioioso e sincero di decine di milioni di persone sono la religione cristiana e la monarchia più tradizionale?

Forse che decine (diciamo anche centinaia) di milioni di persone, che non appaiono in tv e sui giornali, di cui non esiste fama pubblica, sentono ancora l’ancestrale bisogno delle certezze della fede cattolica e dell’ordine e dello splendore di un millenario sistema politico che si era costruito proprio a difesa di quella certezze? Forse che tutti i movimenti rivoluzionari, sovversivi, anarchici – violenti, subdoli, mediatici o meno che siano – non sono ancora riusciti a scardinare dal cuore degli uomini il naturale “senso comune” (per lo meno l’attaccamento ancestrale a questo naturale senso comune) che Dio pone in ogni anima che Egli crea? Sì, è esattamente questo che dobbiamo dedurne.

 Ieri a Londra si cercava la favola d’amore di due giovani, certo, ma una favola “monarchica”, cioè finalizzata al desiderio di certezza di un Principio superiore ordinatore di cui la transeunte istituzione umana è specchio più o meno fedele.

Domani, a Roma, si festeggia il trionfo spirituale di un uomo, un Pontefice che ha fatto la storia, ma anzitutto si aderisce con il proprio assenso intellettivo e con il proprio cuore a quel Dio fattosi uomo e risorto, a quella fede che Egli ha fondato, a quella Chiesa che Egli ci ha lasciato, di cui Giovanni Paolo II è stato servitore per tutta la sua vita. Ecco cosa richiama (inconsciamente o meno) i popoli agli albori del terzo millennio: la certezza della fede cristiana, che si fonda sull’Amore, il bisogno dell’ordine politico cristiano, che si fonda sulla giustizia e sulla bellezza.

Amore, giustizia e bellezza. Vale a dire una Trinità incarnata in una Persona. Il resto è folle sovversione (odio), devastante corruzione (ingiustizia) o stupido gossip (bruttezza). A ciò ieri e domani ,con le dovute differenze, ma con un similare spirito, gli uomini dell’Occidente vogliono opporre la volontà di sentirsi ancora parte della propria millenaria identità religiosa, morale e civile.

Strabiliante. Oggi sono ungherese

Mi sembra che in queste ultime ore non si stia dando molto risalto a una strabiliante notizia, una di quelle che aspetti da una vita intera.

La notizia di una vittoria politica completa delle forze cristiane e della vita. Forse troppo completa, al punto da creare imbarazzo in alcuni ambienti cattolici e conservatori sempre buoni a lamentare gli errori delle forze dominanti laiche o laiciste che siano, ma subito tremebondi non appena qualcosa di concretamente positivo avviene.

 Il Parlamento ungherese ha votato a stragrande maggioranza una serie di provvedimenti che prevedono:

1) il cristianesimo come religione base del popolo ungherese;

2) la protezione della vita del feto sin dal concepimento;

3) la promozione della famiglia, rappresentata dall’unione in matrimonio fra un uomo e una donna;

4) la proibizione delle pratiche eugenetiche;

5) limitazioni ai poteri della Corte Costituzionale, specie in materia finanziaria;

6) doveri dei genitori verso i figli ma anche doveri dei figli verso i genitori anziani;

7) limitazione costituzionale all’indebitamento dello Stato non oltre il 50% del Pil e l’obbligo di una maggioranza dei due terzi per l’introduzione di nuove tasse;

8) invocazione della responsabilità di fronte a Dio dei parlamentari che approvano la Costituzione;

9) formalizzazione costituzionale dello stemma nazionale centrato sulla Santa Corona e su Santo Stefano, simboli dell’eredità storica cristiana dell’Ungheria;

10) la “nazione su base etnica”. Il lettore potrà adesso capire meglio lo strano silenzio che circola su questa notizia… Nessuno dei provvedimenti è “politicamente corretto”, anzi, sono assolutamente politicamente scorrettissimi, uno più scorretto dell’altro. Si potrebbe immaginare una sorta di classifica della scorrettezza, dove ognuno metterebbe al primo posto il provvedimento a lui più sgradito e poi via via a scendere. Le accuse che si possono portare sono evidenti: discriminazione religiosa, razzismo, oscurantismo moralista e antifemminismo, antimodernità, ecc.

E infatti si sono già scatenate le proteste delle associazioni abortiste, gay, femministe, e di Amnesty International. In realtà, diciamolo senza peli sulla lingua, per un cattolico vero questa è una strepitosa vittoria, in ognuno dei vari provvedimenti. Per tutti i secoli passati, per ogni Stato di quella che fu l’Europa cristiana, dall’alto Medioevo fino alla Rivoluzione Francese e per molti Paesi fino al XX secolo, il Cristianesimo fu la religione unica delle singole popolazioni. Ciò vuol dire che in Ungheria si è semplicemente detta la verità e ribadita una realtà di fatto, spudoratamente misconosciuta dalle menzogne laiciste dei nostri decenni e di quel coacervo di insubordinazione morale e relativismo accecante che è l’Unione Europea. Al di là delle immani tragedie del XX secolo, che uno delle componenti essenziali per l’esistenza di una nazione sia il ceppo etnico comune, è una verità tanto basilare da essere banale. Ciò che fa una nazione non è l’ideologia politica dominante (concezione utopista della nazione, sulle orme di Mazzini), bensì l’eredita comune di etnia, di lingua, di religione, di cultura, di tradizioni.

Naturalmente, occorre vigilare che da questi elementari principi non si precipiti in pericolose derive razziste, ma, come noto, l’abuso non toglie l’uso; e l’uso è che gli ungheresi costituiscono da mille e passa anni una precisa e individuabile entità etnica con una sua lingua, una sua religione, una sua cultura e le sue tradizioni. Riguardo poi la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e la difesa della famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna, ebbene, questa per un cattolico di oggi è veramente la più grande delle vittorie. Ed è strabiliante.

Come è strabiliante che nessuno festeggi, nessuno ne parli. Dovremmo fare festa per giorni, parlarne per anni, sentirci tutti ungheresi. A cosa è dovuto l’imbarazzato silenzio? Forse al fatto che noi cattolici abbiamo ancora (a stento) il diritto di protestare ma non quello di vincere? Forse al fatto che i primi a tremare (o anche ad essere arrabbiati) sono proprio molti dei nostri leader e intellettuali “cattolici”? E che dire della diminuzione del potere della magistratura in materia finanziaria e dello stesso potere esecutivo e legislativo in materia di tassazione? Non è anche tutto ciò un modo concreto di diminuire lo strapotere statalista e di aiutare le famiglie e un’economia più ordinata e meno soggetta ai poteri forti internazionali? E per finire, la condanna dell’eugenetica, l’invito alla solidarietà fra le generazioni, l’invocazione dei politici alla responsabilità agli occhi di Dio dei loro atti e delle loro leggi, il richiamo all’identità cattolica e monarchica della grande Ungheria del passato. Quale cattolico potrebbe mai condannare tutto questo? E come mai allora non se ne parla? Forse perché da oggi gli ungheresi sono politicamente “eretici”.

 E per la prima volta in vita mia, io, che, nonostante tutti i miei peccati e limiti, mi ritengo un cattolico e mi sforzo di esserlo ogni giorno meglio, sono felice di sentirmi “eretico” con tutti gli ungheresi.

Riflessioni sull’azione di Dio nel mondo, su quella dei laicisti e su quella dei cattolici tremebondi e pseudo scandalizzati

I ripetuti e gravi attacchi ricevuti via stampa e soprattutto sul web dal prof. Roberto de Mattei a causa del suo discorso tenuto la sera del 16 marzo a Radio Maria sui drammatici eventi giapponesi meritano alcune riflessioni e chiarimenti. Non sono il primo a prendere le sue difese – altri lo hanno già fatto brillantemente – né in tal senso mi dilungherò per garantire ulteriormente – conoscendolo da 25 anni e avendo l’onore di essere suo collaboratore da venti – sulle sue virtù umane, di cristiano e di uomo di cultura, oltreché di strenuo combattente al servizio della Chiesa e della civiltà cattolica.

 Non per niente nessuno degli innumerevoli attacchi rivoltigli (non solo in questa occasione, ma anche nel passato) va a toccare alcuno degli aspetti dell’uomo sopra appena accennati; e figuriamoci se i denigratori di professione non lo attaccherebbero anche sul piano personale, morale e lavorativo, se potessero… ma non possono. E allora l’attacco viene portato sulle sue dichiarazioni, e pertanto su queste intendo dare il mio contributo al chiarimento. Il discorso che il prof. de Mattei ha tenuto a Radio Maria è facilmente rintracciabile sul web, per intero, nelle sue esatte parole. Pertanto, la prima doverosa cosa da fare – per chiunque voglia realmente e serenamente capire cosa è accaduto e sta accadendo – è la più ovvia: andarsi a leggere quello che veramente ha detto, e non farsi un’opinione in base alle manovrate estrapolazioni sui siti laicisti e ai devianti e deviati commenti susseguenti. Dico questo perché vedo come parecchi – anche chi laicista anticattolico non è – in questa storia giudicano con una superficialità disarmante, ancor più grave in relazione al proprio grado di cultura, professionalità e – occorre dirlo – di fede cattolica (quando di cattolici praticanti si tratta), dando prova di adesione aprioristica agli attacchi, dovuta all’evidente mancata lettura delle esatte parole del de Mattei e divenendo così a loro volta propagatori di calunnie (magari non per cattiveria ma, come detto, per faciloneria o per meri interessi personali).

Siccome il testo è sul web, non lo riportiamo ma ne diamo per scontata la conoscenza (come diamo per scontata la serena obiettività di giudizio del nostro lettore) e in tal senso traiamo subito alcune considerazioni doverose. A una attenta lettura, ci si avvede subito che le accuse sono infondate:

1) da nessuna parte si evince ad esempio la volontà di affermare che i giapponesi specificamente si siano meritati il cataclisma, ma al contrario si dichiara testualmente che nessuno sa fino in fondo perché ciò sia avvenuto, solo Dio;

 2) tanto più appare quindi a dir poco folle l’accusa di una sorta di “razzismo” che il de Mattei avrebbe nei confronti del dignitosissimo popolo del Sol Levante; anzi, l’autore ricorda in continuazione anche tanti altri cataclismi della storia recente, e in particolare quelli di Lisbona del 1755 e di Messina del 1908; il suo è un discorso teologico di valore generale, ovviamente, valido per tutti i popoli e in tutti i tempi, anche perché i cataclismi avvengono ovunque e riguardano tutti;

3) anche l’accusa – la più ripetuta – di “antiscientificismo” è forzata e falsa; infatti, egli spiega fin dall’inizio che ovviamente le catastrofi naturali hanno una spiegazione fisica secondo le leggi della natura e infatti l’uomo ha non solo il diritto, ma anche il dovere di prevenirle finché può (il ruolo della scienza, appunto). Detto questo, però, de Mattei, che parla da cattolico quale è e non da scienziato e scientista quale non è, aggiunge che la scienza… può solo fino a un certo punto, e non oltre, specie per terremoti e tsunami. Allora l’uomo – specialmente il credente – deve capire che deve saper accettare la volontà divina e agire semmai sull’unico vero Signore della natura non più con strumenti inefficaci, ma con la preghiera e la penitenza, come tutti i popoli di tutti i tempi (e non solo quindi i cristiani) hanno sempre fatto con le loro divinità;

4) l’accusa poi che egli abbia voluto ridurre ogni disastro naturale, compreso l’ultimo, a forme di giustizia divina è altrettanto tendenziosa: de Mattei si limita a riprendere ciò che la dottrina cristiana ha da sempre insegnato (anzi, possiamo dire anche ebraica, nel senso che già l’Antico Testamento insegna ripetutamente ciò), vale a dire che Dio è Padre, e come Padre premia e punisce ogni singolo uomo come i popoli e le società; quando punisce, la Bibbia insegna che quattro sono gli strumenti che Egli usa: la fame, la guerra, la carestia e la morte (morte in ogni forma possibile, comprese le catastrofi naturali). Se noi da Dio vogliamo (e preghiamo per questo) ottenere il bene, dobbiamo essere pronti anche ad accettare il male. Molti cattolici oggi fanno questo errore: vedono Dio come dispensatore di bene (e di beni) ma non lo riconoscono quando invece agisce in maniera a loro non gradita (allora non è più Dio che agisce), cadendo nell’assurdità di pensare che Dio è sempre pronto a farci le grazie, anche le più piccole o strambe, ma poi si “distrae”, “si addormenta” quando la natura fa brutti scherzi…

E qui vengo al nocciolo del discorso, che è tutto teologico e filosofico. Su una cosa credenti e non possono essere perfettamente d’accordo: Dio, o c’è o non c’è, tertium non datur. Su questo tutti, nessuno escluso, concordiamo. Ora, pascalianamente, cerchiamo di ragionare per ordine in maniera che ogni uomo non possa non ammettere quanto detto. Se Dio non c’è, allora è necessario (e il termine necessario ha valenza filosofica, scientifica e teologica) ammettere:

 1) l’esistenza del caso (ad es.: una persona perde l’aereo e questo precipita; quella persona si è salvata per caso);

2) la forza delle leggi della natura: tutto ciò che avviene in natura trova la sua spiegazione nella leggi stesse della natura, e quindi solo la scienza, col tempo, risolverà ogni problema. Queste sono chiaramente le posizioni di atei, laicisti, agnostici, scientisti (o come dir si voglia).

 Ma se invece Dio c’è, occorre ammettere: 1) che il caso non esiste, perché se esistesse il caso esisterebbe una forza estranea a Dio, che sfugge al suo controllo, e quindi Dio non essendo più onnipotente e infinito non sarebbe più Dio (ricordo a tutti questo semplice e lampante assunto non è di “estrazione” cristiana, queste cose furono chiarite da Parmenide cinque secoli prima di Cristo); 2) che le leggi della natura esistono certo, ma rispondono a Colui che le ha create e le fa funzionare, e di cui è assoluto e unico padrone e gestore. Da questo si ricava che – e su questo punto (come sui punti precedenti) non si può non convenire, atei o credenti che si sia – se Dio esiste, nulla sfugge al suo controllo, niente, neanche la formica, neanche i nostri capelli come detto nel Vangelo.

 Tale profondissimo assunto teologico e filosofico è perfettamente illustrato dalla più inveterata voce della sapienza popolare: “Non si muove foglia, che Dio non voglia”. Appunto: se non si muove foglia, come si può immaginare che si possano muovere le tettoniche a zolle, rovesciare gli oceani, sprofondare le città intere, e tutto questo senza che Dio se ne avveda? Perfino l’ateo onesto deve ammettere che, accettando per un attimo l’esistenza di Dio, è perfettamente razionale e consequenziale affermare che tutto ciò che è accaduto in Giappone (come in tutte le altre catastrofi di tutti i tempi e luoghi) non può non essere avvenuto che per sua volontà o per suo consenso. Se si ammette l’esistenza di Dio, non può non ammettersi quanto appena affermato. E ora, dopo questi logici presupposti comuni, mi rivolgo più specificamente ai credenti, in quanto, ripetiamolo senza fine, il prof. de Mattei ha parlato in quanto credente a dei credenti (Radio Maria), non in quanto scienziato (che non è) a un consesso di scienziati. Tutta la teologia cristiana, da san Paolo alla Patristica alla Scolastica, insegna che Dio pur non volendo mai il male in sé a volte lo permette (sia il male morale che il male fisico) allo scopo di correggere l’uomo. Vale a dire, lo castiga per provocargli un bene superiore (la salvezza dell’anima o anche il suo miglioramento in questa vita).

 Tutto ciò che accade, accade o perché Dio lo vuole (il bene) o perché Dio lo permette (il male che poi Egli rivolge a un bene superiore); questa non è una mia teoria, né del prof. de Mattei, è la dottrina della Chiesa da sempre. Nessuno al mondo può negare ciò pena la menzogna. Pertanto, ogni cattolico è tenuto a pensarla, a capirla, ad accettarla, ad amarla.

 E a trarne tutte le conseguenze di ogni singolo caso. Da un punto di vista cristiano, Giappone, L’Aquila, Messina, Lisbona, Pompei, e tutte le altre decine e decine di catastrofi naturali di questo pianeta di cui siamo a conoscenza o meno, sono avvenute perché Dio ha permesso che avvenissero. Il cristiano infatti sa che, sebbene vi siano spiegazioni naturali, è Dio che ha creato le leggi della natura e ne regola il funzionamento a sua volontà (altrimenti qualcosa sfuggirebbe al suo controllo), e chissà quante volte Dio ha evitato catastrofi che – secondo natura sarebbero dovute avvenire – intervenendo in nostro favore senza che noi neanche lo possiamo immaginare. O forse qualche cristiano vuole affermare che Dio si era “distratto” in quel momento? Oppure che si è divertito a fare il male dei suoi figli? No, certo nessuno lo può affermare. E allora, chiedo, come possiamo spiegare da un lato che nulla sfugge al controllo di Dio e dall’altro… quanto è avvenuto in Giappone? Il vero problema, purtroppo, che non è possibile in tale sede affrontare, consiste nel fatto che da troppo tempo ormai il clero ha smesso, in gran parte, di dire ai fedeli ciò che dovrebbe sempre ricordare ma che è scomodo ricordare in questo mondo edonista e materialista. Come un padre che non rimprovera i figli per non farli piangere… purtroppo, di questo si tratta.

Pertanto, da un punto di vista cristiano, e, ripetiamo, questo era il punto di vista dal quale parlava il prof. Roberto de Mattei una sera di marzo verso le 22,00 a Radio Maria, non vi può essere nulla da eccepire a quanto da egli affermato. Da un punto di vista non cristiano sì? Può darsi, ma qui si entra nel campo dei diritti fondamentali dell’uomo, di cui uno dei primi è la libertà di pensiero e di espressione. A meno che non si voglia togliere questo diritto ai cattolici. E del resto, come è stato giustamente notato, se è antiscientifico il suo ragionamento (cioè che Dio controlla tutto, anche la natura e che quindi castiga con le catastrofi), allora ancor più antiscientifico è credere che in un pezzo di pane e un sorso di vino vi sia il Corpo e il Sangue di un Uomo vissuto 2000 anni fa, che quell’Uomo era Dio, che è risorto, che ci ha riscattato dai nostri peccati, che il giorno della nostra morte sarà il nostro giudice, che tutto è stato creato tramite Lui, che sua Madre è sempre Vergine ed Immacolata Concezione, e così via…

 Dico questo soprattutto per i ben pensanti cattolici che si sono scandalizzati (cosa vi credete, cari confratelli nella fede? Pensate forse che i dogmi della nostra fede abbiano valore scientifico? Che laicisti, scientisti e professionisti del politicamente corretto potranno mai accettare il fatto che adoriamo un’ostia bianca o raccontiamo i nostri fatti privati a un prete? Che ci inginocchiamo lacrimosi e speranzosi dinanzi a un immagine di una Donna ebrea vissuta venti secoli or sono? Pensate forse di essere ai loro occhi più scientifici in questo che nell’affermare che Dio può anche castigare gli uomini? Illusi…

 Prima di giudicare e sentenziare ciò su cui non avete riflettuto abbastanza, tenete presente:

 1) la vera dottrina cattolica di sempre, piaccia o meno;

 2) che noi cattolici non piaceremo mai a coloro verso cui tanti sforzi per poter piacere facciamo, e quello che per noi è normale, i nostri riti, le nostre preghiere, la nostra fede, è dinanzi ai loro occhi non meno ridicolo di credere ai castighi di Dio). Ma, al di là di ciò, mi permetto di ricordare che la credenza che un dio, una divinità, gli dei, castighino, oltre che aiutino, gli uomini, è sempre esistita in tutti i tempi e in tutti i luoghi. In ciò credevano gli antichi pagani, compresi i nostri antenati romani e italici (innumerevoli sono le testimonianze rimaste di invocazioni agli dei sia di impetrazione in caso di dolore personale o collettivo che di richiesta di perdono), ciò insegna l’Antico Testamento, ciò insegna san Paolo, ciò la teologia patristica e scolastica, ciò hanno creduto per secoli e secoli i nostri antenati, i quali, dinanzi alle guerre, alle carestie, alle catastrofi naturali, immediatamente iniziavano le penitenze personali e collettive, le preghiere continue, le invocazioni al cielo, avendo perfettamente chiaro che tali sciagure erano appunto castighi per i peccati degli uomini e che l’unico rimedio era proprio la penitenza e la preghiera. In tutti i tempi, in tutti i luoghi, ciò è accaduto, finché gli uomini hanno avuto un barlume di sapienza. E la via della sapienza, come insegna la Bibbia, inizia con il timor di Dio.

 Cari cattolici pseudo-scandalizzati, volete veramente aiutare i giapponesi in questo terribile momento? Non è facendo da grancassa alle fanfare dei laicisti (che in fondo fanno il loro mestiere), soddisfatti ancora una volta di essere stati i loro zerbini e utili idioti, che raggiungerete il vostro scopo. È solo pregando sinceramente e con fede e umiltà Colui che è il creatore e il reggitore del mondo che potrete dare loro un aiuto. Perché, casomai vi fosse sfuggito, solo Egli, Dio, può evitare che accada di peggio. Il resto sono solo chiacchiere, calunnie, risolini amari. Mentre i giapponesi, senza il conforto della vera religione, ma con grandissima dignità umana e forza naturale, vanno avanti nel dolore.

Io, critico del Risorgimento, amo l’Italia

Oggi 16 marzo 2011 e domani 17 l’Italia festeggia i 150 anni della sua unità statuale. Devo dire che mi hanno sempre colpito questo genere di espressioni mediatiche (“L’Italia festeggia” come “il mondo con il fiato sospeso” o “La Francia è chiusa nel suo dolore”…). Nel nostro specifico, che vuol dire “L’Italia festeggia”? Che domani 17 è festa nazionale e non si va a scuola o in ufficio? Sì, ma ciò è stato stabilito dal governo con decreto una tantum (per giunta). Che cosa è l’Italia? Può festeggiare l’Italia? o sono gli italiani a festeggiare? Ma se gli italiani sono quasi 60 milioni, sarebbe interessante scoprire quanti di questi 60 milioni di esseri umani nati in Italia e figli, nipoti e pronipoti di italiani nati in Italia – al di là del non andare a scuola o in ufficio – realmente festeggino e sappiano cosa stiano festeggiando esattamente. Vi sono 3 categorie di italiani riguardo a questo problema: 1) gli italiani che festeggiano domani una tantum l’Italia; questi poi si dividono a loro volta in due sottocategorie: a) quelli che festeggeranno in maniera convinta e attiva e b) quelli che lo faranno solo in maniera passiva, perché è un’occasione di vacanza; 2) gli italiani che in realtà non festeggiano domani (anche se faranno finta di festeggiare), ma festeggiano ogni anno il 25 aprile; 3) gli italiani che non festeggiano, per ragioni molto precise. E quanti sono gli italiani aderenti a questa ultima categoria? E perché esistono? E come mai proprio negli ultimi decenni e anni vanno in realtà sempre più aumentando, non solo come noto al Nord, ma ormai anche al Sud (e al centro pure…)? Questa dovrebbe essere, fra inni, canti solenni e canzonette pop, rumore e sventolio di tricolori e mostra di coccarde, discorsi paludati istituzionali e arringhe di arrabbiati che qualsiasi occasione (compresa questa) riducono al 25 aprile, alla Costituzione e a Berlusconi, una vera, determinante e sentita riflessione da fare. Non solo: altra riflessione-chiave: cosa dobbiamo esattamente festeggiare? In questi giorni gira su Facebook un’intelligente proposta cui aderire (o meno): “Unità sì Risorgimento no”. Sembra un facile slogan, ma in realtà è la chiave di volta del dramma della storia dell’Italia unificata. L’unità politica è un valore oggi che non può essere messo in discussione, rebus sic stantibus, pena la distruzione economica del Paese e – quello che nessuno dice – l’invasione del territorio peninsulare e la più completa umiliazione della nostra civiltà e società. Ma, detto questo, si può continuare ancora a far finta che gli italiani siano uniti? Che un abitante di Ragusa si senta fratello d’Italia con uno di Domodossola? O uno di Sassari con uno di Cividale del Friuli? Si può continuare a nascondere il fatto che una fetta non indifferente della popolazione italiana sia più o meno pronta a rinunciare – consideratamente o sconsideratamente – all’unità statuale? Si può continuare a far finta di non notare il fatto che un’altra non secondaria fetta della popolazione italiana sia rimasta ferma al 25 aprile 1945? Che sogna – apertamente o nascostamente, vecchi allora presenti o giovani fantasiosi e ansiosi di rinnovati giorni di guerra civile – ogni momento il mitra e, da quando c’è in politica il demonio Berlusconi, vero asse portante del senso dell’esistenza di tutti costoro, con rinnovato ardore e odio? Vogliamo continuare a far finta di non sapere che a tutti costoro in realtà del 17 marzo non gliene importa nulla (e infatti hanno trasformato la festa dell’unità in una festa della Costituzione in chiave antiberlusconiana) in quanto la loro vera e unica festa è quella del 25 aprile, del mitra in mano, degli italiani fucilati, della vendetta perpetrata anche dopo la pace, delle rese dei conti familiari e paesane, delle foibe e degli esodi di massa? Vogliamo continuare a far finta di non vedere che siamo l’unico Paese al mondo che non ha mai festeggiato la sua nascita istituzionale prima e continuerà a non festeggiarla anche dopo domani? I francesi, ad esempio, festeggiano dal 1790 il loro 14 luglio; gli americani subito dopo il 1776 istituirono la festa del 4 luglio. Noi no. Mai fatto in questi 149 anni precedenti. Lo facciamo ora. Ora e poi mai più. La loro festa non è quella dell’unificazione. È quella del 25 aprile, del mitra e delle foibe. Del 2 giugno, della repubblica e della costituzione scritta già allora contro Berlusconi bambino. L’Italia per costoro non è nata nemmeno 150 anni fa (età del tutto inadeguata per uno Stato dell’occidente, il più giovane di tutti insieme alla Germania), ma in fondo solo 65 anni fa. Insomma, chi festeggerà stasera e domani? E, soprattutto, cosa festeggerà? Festeggerà: – un’unificazione fatta da poche migliaia di attivi rivoluzionari sopra il capo dei 22 milioni di italiani allora presenti nella Penisola e nelle isole, “codificata” dalla più ignobile farsa della storia dell’Occidente, quella dei ridicoli “plebisciti” che nessun valore oggettivo ebbero né potevano avere; – l’aggressione di una dinastia molto poco italiana, che aveva il francese come madrelingua e le cui élite sociali e culturali in buona parte corteggiavano il calvinismo e gli ideali massonici, contro gli altri legittimi Stati della Penisola, tutti in perfetta sintonia con la lingua, civiltà, fede, cultura e fedeltà dei loro sudditi, Stati antichi di secoli riconosciuti da ogni governo del mondo, e soprattutto pacifici e alleati con quello Stato che li aggredì e invase in pochi mesi; – l’intervento di potenze straniere (Gran Bretagna e Francia) che firmarono la costituzione del nuovo staterello a loro soggetto e debitore; – lo sterminio di decine di migliaia di meridionali che non furono d’accordo a farsi piemontesizzare da un giorno all’altro; – la cacciata di massa di milioni di meridionali dalla loro terra, dopo averne distrutto l’economia e la progredita attività sociale e culturale, tramite l’utilizzo della delinquenza organizzata; – una feroce guerra alla Chiesa e alla fede degli italiani, che provocò la frattura fra la Chiesa e il nuovo Stato e rese i cattolici, vale a dire la quasi totalità degli italiani, stranieri in patria, per almeno 50 anni; – la più feroce pressione fiscale e la più incancellabile corruzione mai avute; – e poi: il fallimento delle guerra coloniali in Africa, la tragedia della Prima Guerra Mondiale con 700.000 morti e 1.500.000 mutilati, da cui avremmo potuto benissimo restare fuori, la dittatura, la Seconda Guerra Mondiale, la sconfitta e l’invasione di 3 eserciti stranieri in suolo italico, la guerra civile, la caduta della Monarchia e la nascita tutt’altro che limpida di una repubblica, e poi il terrorismo, la crisi economica, la dipendenza economica e politica del nostro Paese da potenze straniere, la corruzione endemica, il clima mai sopito di guerra civile, lo strapotere delle cosche mafiose, la guerra fra le istituzioni dello Stato, gli enormi problemi di oggi e molto altro ancora. Chi festeggerà oggi e domani e cosa festeggerà? Personalmente, io non festeggerò. E questo non solo per le ragioni suddette, ma per un motivo che ritengo molto più profondo e valido. Perché io festeggio l’Italia 365 giorni l’anno da quando ero bambino, e lo farò fino al mio ultimo giorno. Non è un modo di dire banale, è la verità. Da cattolico, ringrazio ogni giorno, puntualmente, il Creatore, per avermi dato i più meravigliosi doni che
poteva darmi: l’essere cattolico e l’essere italiano. Ma il mio essere italiano non riguarda questi 150 anni. Si estende a tutta l’italianità, vale a dire per i 26 secoli precedenti. La mia italianità consiste nel far parte di un insieme di popolazioni che hanno costituito un impero quasi millenario che ha dato civiltà, diritto, lingua, unità e cultura al mondo occidentale tutto; che hanno avuto e hanno il più grande dei privilegi della storia umana: quello di ospitare il Vicario di Dio nella propria terra, nell’essere, come dire, il dna costitutivo della Chiesa stessa; che hanno donato all’umanità le più grandi opere di letteratura, arte, cultura, scienza, della civiltà umana. Chi ha dato all’umanità Catone e Scipione, Cicerone e Virgilio, Cesare e Augusto, e poi Bonaventura, Cimabue, Giotto, il Beato Angelico, Mantegna, Antonello da Messina, Piero della Francesca e tutti gli altri geni del rinascimento, quindi Caravaggio, Bernini, Borromini, Vivaldi, Rossini, Verdi, Marconi, Fermi, e così via, non sa proprio cosa farsene di Garibaldi e Mazzini. Chi ha donato all’umanità Francesco, Tommaso, Dante, Caterina e Cristoforo, non può pensare di festeggiare il 17 marzo. Sarebbe come festeggiare la promozione in seconda elementare quando si è giunti alla cattedra universitaria. E il paragone non regge affatto… Allora, per concludere, il motto “Unità sì Risorgimento no” ha un senso. Lo ha per me, che sono italiano e che ne sono fiero come pochi altri. Ha senso proprio perché amo l’Italia, quella vera, quella della civiltà imperiale e della civiltà cristiana. L’Italia maestra della civiltà umana. Proprio perché ho il dna italiano, non festeggio il 17 marzo, non mi riduco a 150 anni, peraltro alquanto tragici, umilianti e forieri di odio e corruzione, ma mi espando per i 27 secoli precedenti. Festeggio ogni giorno della mia vita l’appartenere al più grande e prezioso dei retaggi spirituali, civili e culturali di questa immensa comunità umana che abita su questo pianeta. Perché io, critico del Risorgimento, amo l’Italia. Non l’Italia nata dalle logge e sortita con inganni, violenze e tradimenti. Amo l’Italia vera, degli italiani veri, che non devono “essere fatti” ma che ci sono da sempre, e ai quali sono molto più che fiero e felice di appartenere. Viva l’Italia. Quella vera.

Qualcosa si inizia a capire

Tutti stiamo osservando con attenzione quanto sta avvenendo in questi giorni nel mondo islamico. Anche e anzitutto in quegli Stati ritenuti più "laici", come Egitto, Tunisia, Libia. Sicuramente però ben pochi comprendono la portata storica e sovversiva degli eventi e l’immenso rischio che a loro è legato.

Pochi comprendono il fatto che fra pochi anni tutto sarà mutato nel quardo geopolitico mediterraneo e mondiale: nulla del genere si è mai visto nella storia dell’Islam finora. Alcune anime candide guardano con favore all’evolversi degli eventi, i soliti ottimisti progressisti (in gran parte fino a poco tempo fa grandi ammiratori di Gheddafi), che intravedono un roseo futuro di democrazia e libertà (chissà perché però la stessa esigenza di democrazia e diritti civili non sentono più quando parlano della Cina…). Altri invece, diciamo i realisti consapevoli, sanno bene dove quasi sicuramente tutto ciò andrà a condurre, vale a dire all’affermazione di regimi islamisti integralisti, ulteriore minaccia costante per tutto l’Occidente, sempre più sottoposto ormai al concreto rischio dell’invasione generale (oltre che del terrorismo).

Per quei progressisti ottimisti che ora stanno sorridendo ironici, una notizia di stamane può essere significativa: per la prima volta dal 1979, cioè dall’anno della rivoluzione islamista komheinista, l’Egitto ha dato il via libera per il Canale di Suez a navi da guerra iraniane!

Non avveniva appunto da 32 anni, sia per non urtare la pace con Israele, sia per i cattivi rapporti sempre esistiti fra il governo di Sadat e Mubarak e il regime degli Ayatollah. Ora, pochi giorni dopo la caduta di Mubarak, in un Egitto che dovrebbe essere sull’orlo della guerra civile e comunque tutt’altro che pacificato, di cui da qualche giorno non si parla più, dove tutti si dimostrano desiderosi di sventare il pericolo della presa del potere da parte dei fratelli musulmani, dove non si sa più nulla praticamente del governo in carica, cosa si va a decidere dinanzi alla montagna di problemi interni da risolvere (e non si sa bene neanche da parte di chi)? Di provocare Israele e riaprire all’Iran lo Stretto di Suez.

Altro che sorrisi ironici dei progressisti ottimisti: questo è solo l’antipasto di una drammatica abbuffata, che nei prossimi mesi e anni toglierà il sorriso a tutti gli occidentali, ottimisti e realisti, laici e cattolici, anti-islamisti e, chissà, forse anche alle quinte colonne sempre presenti nella nostra società suicida.

L’Italia dei comici e dei cantanti e l’Italia degli italiani

Il nuovo vate nazionale, comico che deve fa ridere per forza (chi non ride sulle sue battute è, come si dice oggi, “out”), nuovo intellettuale organico adatto ai nuovi tempi del nulla imperante, ci ha nuovamente esaltato, nel nuovo tempio dello Stato italiano (l’altare della patria in realtà non lo è mai stato), la “Nuova Italia”, quella nata 150 anni or sono.

 E subito, appena il giorno dopo, anche il nostro governo ha ceduto: ha finalmente dichiarato che il 17 marzo sarà festa nazionale (a scapito però del tradizionale 4 novembre, per non scontentare troppo Confindustria). Come chiunque può comprendere, alcune riflessioni, per quanto velocissime, appaiono necessarie. Il nostro popolo ha avuto diversi vati nel corso dei secoli, anzi, dei millenni. Virgilio e Orazio, quando dominavamo il mondo, sebbene la Stato italiano non esistesse, bensì l’Italia era il cuore del più importante impero sovranazionale di tutti i tempi, fucina del diritto e della civiltà occidentale; il Vate per antonomasia, il divin Poeta, il più grande genio umano di tutti tempi, che ci ha lasciato la più eccelsa e irraggiungibile opera di tutti i tempi, che ha segnato per sempre la formazione della nostra lingua, che ci ha ricordato il senso spirituale, morale e anche politico di questa fugace vita in attesa della futura eternità: tutto questo quando l’Italia era divisa in decine e decine di Stati e staterelli, poleis e feudi, ma pienamente unita in quello spirito religioso e civile che Dante ha colto come nessun altro uomo ha mai saputo fare con la propria epoca; Torquato Tasso, molto più che l’Ariosto, seppe incarnare il senso di una nuova epoca che poneva Dio e la Chiesa Cattolica e la civiltà ad essa connessa nel centro del cuore degli italiani, producendo alcuni fra i più grandi artisti di tutti i tempi; eppure l’Italia era divisa in Stati in parte soggetti a monarchie straniere; quindi Foscolo, illuso e piagnone servitore di un italiano sì geniale ma ipocrita e rinnegato che con i suoi eserciti francesi aveva promesso libertà e che portò morte, latrocinio, oppressione, e offesa all’identità italiana; e dopo di lui Leopardi, geniale cantore di una visione della vita estranea agli italiani, e Manzoni, operatore di una conciliazione ardita fra il sentimento romantico rivoluzionario e il secolare ordine cristiano cardine dell’identità italiana: eppure l’Italia era ancora divisa in 7 Stati, dei quali però solo uno era soggetto ormai allo straniero; infine i vati dell’Italia postunitaria, Carducci esaltatore di Satana, Pascoli speranzoso nel lavacro socialista e D’Annunzio, fautore del “nuovo italiano”, dimentico del bene e del male.

Poi i vati sono finiti, con la morte della cultura italiana, o meglio, della Cultura, schiacciata dalla guerra civile, dall’odio partigiano, dall’affarismo della rinascita, dal compromesso politico e culturale con il sole dell’avvenire, che ci ha portato le foibe e il Sessantotto, il terrorismo e l’odio sociale, lo statalismo e il radicalismo chic dispregiatore senza limiti di tutto ciò che per millenni è stato costitutivo della grandezza vera e irraggiungibile della civiltà italiana. Ma l’Italia ora è unita… Adesso, finalmente, abbiamo di nuovo un vate, dopo quasi un secolo. Roberto Benigni. E un nuovo tempio nazionale: il teatro Ariston di Sanremo, con fiori, musica e colori, e con tanto di vallette, cantanti e comici. E un pubblico sempre plaudente. E un conduttore cantante che voleva festeggiare l’unità cantando “Bella ciao”…

Da Virgilio a Benigni, passando per Dante. Il meraviglioso itinerario della storia italiana. Ma l’Italia è ora unificata da 150 anni. E gli italiani sono uniti? Quando ieri sera Benigni ha più volte (in maniera spiritosa, s’intende) ironizzato su Berlusconi e le minorenni, quanti milioni di italiani a casa si sono nei loro cuori sentiti uniti? Quanti milioni di italiani hanno magari pensato a Vittorio Emanuele II, esaltato dal post-comunista Benigni come il “Re Galantuomo”, che una sera sì e l’altra pure si faceva portare dai suoi servitori nella sua stanza da letto femmine prelevate dai bordelli di Torino? (per non dire dei suoi amori con tredicenni e giù di lì… come lo chiameremmo oggi un uomo adulto che va con una tredicenne? “Galantuomo” o in altro modo?).

Quando Benigni ha detto che i Borbone opprimevano in maniera mostruosa i meridionali mentre grazie a Dio oggi il Meridione è “libero”, quanti meridionali si sono sentiti uniti? Quando Benigni ha detto che Garibaldi e Cavour si sono sacrificati morendo poveri per l’Italia, quanti italiani hanno visto in lui un vate? Oppure quanti hanno visto solo un patetico barzellettaio? Se il conduttore della trasmissione-culto della “Nuova Italia” avesse veramente cantato “Bella ciao”, quanti italiani si sarebbero sentiti uniti? E, a questo proposito, mi pongo una domanda.

Anzi, due: 1) come mai in questi 150 anni abbiamo fatto festa nazionale il 4 novembre, il 28 ottobre (sotto il fascismo), il 25 aprile, il 2 giugno, e mai il 17 marzo, forse l’unica festa sensata in sé, visto che è la data di costituzione dell’unità nazionale? Come mai abbiamo sempre festeggiato di tutto e di più ma mai l’unificazione?

2) Per quale ragione, per immettere il 17 marzo (una tantum, naturalmente) in questo anno abbiamo tolto la festa del 4 novembre? Tale festa divide pochissimo gli italiani, sia perché la maggior parte di loro, specie i più giovani, neanche sa di cosa si tratta, sia perché rimane l’unica vittoria militare di grande rilievo dell’Italia unificata (con aiuto straniero, s’intende); pertanto, sono pochissimi coloro che nel loro cuore la sentono come una festa che divide e ferisce (fra questi pochissimi, chi scrive).

Sarebbe stato molto più sensato far saltare il 25 aprile, festa da tutti conosciuta, e, apertamente o nel segreto dei cuori, dalla grande maggioranza degli italiani subita controvoglia se non disprezzata come fomentatrice di odio e violenza: festa che ci ricorda – direttamente o indirettamente – la dittatura, la disfatta militare, la “morte della patria”, la guerra civile, l’odio fra fratelli e amici, le fucilazioni, le retate, le violenze sessuali, le vendette di massa, i campi di sterminio e le foibe, invasori spietati sul suolo patrio, la menzogna di una “guerra di liberazione” che fu solo una guerra al servizio di stranieri invasori, dall’una e dall’altra parte della barricata. Festa della divisione civile per eccellenza, festa che più di ogni altra ricorda quanto siamo divisi, quanto l’Italia unificata sia non mai riuscita a “fare gli italiani”.

Chi scrive queste riflessioni non lo fa in spregio al valore dell’unità nazionale. Lo fa come denuncia della menzogna risorgimentale. Un conto è l’unità nazionale, un conto è l’unità degli italiani.

Proprio l’aver unificato l’Italia nel modo in cui è stata unificata, senza partecipazione popolare, contro la Chiesa e la religione degli italiani, conquistando con bestiale brutalità la metà meridionale della Penisola per poi imbarcare milioni di persone per il nuovo mondo, e altro ancora, è la causa fondamentale, insieme alle menzogne storiche perpetuate in questi 150 anni, fino a ieri sera, del fatto che il popolo italiano rimane il più diviso al suo interno fra tutti i popoli dell’Occidente.

Ecco cosa festeggiamo in questi giorni: il fallimento dell’unità degli italiani, come ogni dì ognuno di noi può facilmente verificare. Andatelo a dire al nuovo vate della nuova Italia: ma penso che sia inutile, ora sarà troppo distratto contando la vergognosa montagna di soldi che gli hanno dato (proprio coloro che ogni giorno accusano il governo di non pensare alle difficoltà quotidiane degli italiani) per dirci che il Meridione gemeva sotto i Borbone mentre oggi è libero e prospero e che Garibaldi e Cavour sono morti poveri. Poveri come lui.

17 marzo: più divisi che mai

Stiamo tutti assistendo in questi giorni, proprio a poche settimane dall’anniversario dei 150 dell’unificazione statuale, a un ennesimo patetico (oltre che assolutamente fuori tempo massimo) “litigio” fra le cariche istituzionali, gli esponenti della cultura nazionale, gli intellettuali, a causa di un serissimo problema che li assilla: il 17 marzo p.v., deve essere festa nazionale (quindi scuole e uffici chiusi) o va “festeggiato” – non si sa bene come – mantenendo tutto aperto come un qualsiasi altro giorno lavorativo? Sfortuna vuole peraltro che cada infrasettimanale (una buona domenica sarebbe stata la panacea…).

Tremendo dilemma. Dilemma non solo storico, ma anche politico, economico, sociale. Per capire meglio il senso di ciò che accade, occorre risalire un po’ indietro nel tempo. In realtà, la preparazione della commemorazione del 150° anniversario della costituzione del Regno d’Italia non è stata concepita né vissuta serenamente dalla nostra classe politica e dai ceti intellettuali e culturali fin dall’inizio. In teoria, ciò dovrebbe essere strano, in quanto non solo si tratta di un elemento positivo, anzi, basilare, nella storia di un popolo (l’unificazione nazionale), che in ogni altra nazione sarebbe vissuto come momento di grande festa popolare, ma, specificamente per il popolo italiano, a causa delle sua stessa storia e dell’attuale congerie politica e culturale di profonda divisione, sarebbe dovuto essere realmente “la grande occasione”, atta a ricreare una realtà aggregante – una medicina ricostituiva – per uno Stato sempre meno amato e sentito amico dalla popolazione, come largamente riconosciuto da ognuno.

 Ma in realtà non è affatto strano. È anzi la normale e inevitabile conseguenza della storia stessa d’Italia degli ultimi duecento e passa anni, della storia stessa della nostra unificazione politica e delle sue drammatiche conseguenze nel corso del XX secolo.

Molti forse ricorderanno che il problema sorse a livello di dibattito nazionale nell’estate del 2009, suscitato da un articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 20 luglio, intitolato “Noi, italiani senza memoria”, dove l’autore, proprio in riferimento a quelli che sarebbero dovuti essere i preparativi per i solenni festeggiamenti nazionali, denunciava in termini amari il fallimento di una vera e viva coscienza nazionale nella nostra classe politica e culturale e, quindi, in gran parte degli italiani. Credo sia utile, per entrare nel vivo del problema, riproporre direttamente le parole stesse di Galli della Loggia, che svelano pienamente il cuore del problema : «Il modo in cui il Paese si appresta a celebrare nel 2011 il 150??anniversario della sua Unità indica alla perfezione quale sia l’immagine che la classe politica – tutta, di destra e di sinistra, senza eccezioni (nonché, temo, anche la maggioranza dell’opinione pubblica) – ha ormai dell’Italia in quanto Stato nazionale e della sua storia. Un’immagine a brandelli e di fatto inesistente: dal momento che ormai inesistente sembra essere qualsiasi idea dell’Italia stessa».

 L’autore rivela poi che tanto il governo Prodi quanto quello Berlusconi hanno utilizzato tutti i soldi stanziati per il centocinquatenario per costruire infrastrutture pubbliche un po’ ovunque in Italia. E continua: «Il punto drammatico sta nella premessa di tutto ciò. Nel fatto evidente che la classe politica sia di destra sia di sinistra, messa di fronte a uno snodo decisivo della storia d’Italia e della sua identità, messa di fronte alla necessità di immaginare un modo per ricordarne il senso e il valore – e dunque dovendosi fare un’idea dell’uno e dell’altro, nonché di assumersi la responsabilità di proporre tale idea al mondo, e quindi ancora di riconoscersi in essa – non sa letteralmente che cosa dire, che partito prendere, che idea pensare. E non sa farlo, per una ragione altrettanto evidente: perché in realtà essa per prima non sa che cosa significhi, che cosa possa significare, oggi l’Italia, e l’essere italiani. (…) l’unico scopo che ci tiene insieme sembra essere oramai quello di spartirci il bilancio dello Stato, di dividerci una spoglia. M’immagino come se la deve ridere tra sé e sé il vecchio principe di Metternich, osservando lo spettacolo: non l’aveva sempre detto, lui, che l’Italia non è altro che un’espressione geografica?».

L’amara e spietata denuncia di Galli della Loggia ha, come naturale, suscitato un dibattito generale nei giorni seguenti. Troppo forte è l’“urlo di dolore” provocato dal coltello messo nella piaga per non essere sentito, per non meritare seria risposta: Metternich aveva dunque ragione? Se fosse ancora vivo, sarebbe lui, lo sconfitto di allora – e a Metternich si potrebbero aggiungere tanti altri sconfitti, tutte le vittime non tanto dell’unità italiana, quanto dei metodi utilizzati per ottenerla e dell’ideologia che ha spinto tali metodi, a partire dal Papa vittima sacrificale di tali metodi e ideologia – a ridere per ultimo? Siamo ancora italiani (non naturalmente nel senso genetico, ma politico e culturale)? E lo siamo mai stati? Cosa ha significato allora nella realtà tutto quanto avvenuto durante il Risorgimento? Cosa dovremmo festeggiare realmente nei prossimi giorni? Ben più duro fu a riguardo il giudizio (su Libero, 21 luglio) di Vittorio Feltri: «la nostra è una nazione soltanto formalmente, e il sentimento nazionale di conseguenza è un valore retorico, cioè detto e ripetuto ma per nulla sentito dai cittadini e dai loro rappresentanti eletti per spirito di parte più che per amministrare il bene comune. Se del 150° anniversario dell’Unità neppure si parla, e se per celebrarlo non esistono progetti all’altezza, il motivo è tristemente semplice: la maggioranza degli italiani lo considera una iattura da non festeggiare».

Inoltre, Feltri accenna anche al ruolo disgregatore delle forze politiche localistiche: «La Lega Nord punta al federalismo non potendo dichiarare di ambire alla secessione. Il Mezzogiorno, terrorizzato sia dal federalismo sia dalla secessione, si organizza: sta dando corpo a una Lega Sud il cui mandato è arraffare milioni per contrastare i piani di Bossi e garantirsi contributi europei e sovvenzioni romane (…) La politica si barcamena; è una specie di pendolo che oscilla tra due esigenze: dare al Sud per non perderne i voti e non togliere troppo al Nord per non accelerarne il processo centrifugo. Il Triveneto, dove la Lega bossiana si accinge a diventare, se non lo è già, il primo partito, ha un piede nella Mitteleuropa e cerca con rabbia di metterci anche l’altro con tanti saluti all’odiata Patria».

E al contempo anche Alessandro Campi su Il riformista (22 luglio) denunciava la vittoria del particolarismo leghista, prova provata del fallimento del sentimento unitario in Italia. Senza voler avventurarsi nelle vicende politiche attuali, anche in questo caso occorre dire che la denuncia di Feltri è lucida, anche più schietta delle altre, ma manca l’approfondimento delle cause del male.

Perché “la nostra è una nazione soltanto formalmente”? e gli italiani sentono l’anniversario “come una iattura”? Perché l’azione antiunitaria della Lega Nord ha successo, per di più proprio in quei territori che furono gli artefici del Risorgimento (perché, non dimentichiamolo, il Sud – a parte sparuti gruppi di intellettuali – l’unificazione l’ha subita, non voluta)? Perché di contro sta nascendo una sorta di “Lega Sud” e dove condurrà negli anni futuri tale deriva decentralista? Perché – e qui Feltri denuncia la più evidente e innegabile di tutte le verità su queste problematiche – “il sentimento nazionale di conseguenza è un valore retorico, cioè detto e ripetuto ma per nulla sentito dai cittadini”?

 Perché Campi può concludere con questa drammatica affermazione: «L’Italia sta scomparendo, senza che nessuno lo voglia ammettere apertamente»? Quale Italia sta scomparendo? L’Italia degli italiani, ovvero l’italianità intesa come senso profondo di un’identità comune secolare, anzi, millenaria, o l’Italia nata 150 or sono? E perché sta scomparendo? E in che senso? Il problema è serio, se tali denuncie sono vere. Ne va del senso stesso del nostro essere uno Stato, monarchico prima, repubblicano ora. E che dire del nostro essere “nazione”? Siamo e siamo mai stati una “nazione”?

In realtà, uno Stato lo siamo, nel senso che l’Italia è stata unificata fra il 1859 e il 1918 ed è entità politica unitaria dal 1861. Insomma, c’è. E, di certo, la grande maggioranza degli italiani – al di là delle estremizzazioni di Feltri – ancora attualmente preferisce che, nonostante tutti i mali odierni e trascorsi, lo Stato unitario rimanga, se non altro per il timore del vuoto politico e del disastro economico che ne verrebbe dalla sua scomparsa. Ma, detto questo, tale Stato, che esiste politicamente, esiste anche – e in che misura – nei cuori dei suoi cittadini? Quanti italiani oggi si riconoscono in questo Stato? Quanti italiani oggi si sentono italiani prima che lombardi, veneti, trentini, toscani, siciliani, napoletani, sardi, ecc.? Quanti lombardi vedono nel napoletano un “fratello d’Italia”? E quanti calabresi lo vedono nel piemontese? Ci si può accusare – nel fare tali ragionamenti – quanto si vuole di qualunquismo e banalità, chiunque potrebbe affermare: “ciò non vale per me” o “conosco tanta gente di Bergamo che vede nel napoletano o nel cosentino un ‘fratello d’Italia’”…

Ma, al di là delle istanze buoniste e/o ideologizzate (o anche di meritevoli casi che non mancano mai), chi può negare in piena onestà intellettuale la profonda realtà di tali qualunquistiche e banali domande per un numero non secondario di italiani? Ben sapendo che la lista delle banalità potrebbe continuare molto a lungo. Nonostante la televisione, il cinema e i massmedia in generale, che promuovono ogni giorno la lingua nazionale, come si può negare che milioni di italiani ancora parlino in dialetto e sovente non si comprendano tra loro? Come negare le profonde differenze di mentalità “operativa” e comportamentale ancor prima che intellettuale e morale fra un qualsiasi italiano del Nord e uno del Sud?

Come negare la presenza della faziosità localistica in quasi ogni provincia dello Stato italiano? Il pregiudizio antimeridionale e, soprattutto, antiromano? Chi può negare che la drastica affermazione di Galli della Loggia sull’immagine che gli italiani (sia la classe dirigente e culturale che le popolazioni) hanno del proprio Stato (che pur esiste e continuerà a esistere anche proprio per paura e convenienza) sia vera nella sua essenza?: “Un’immagine a brandelli e di fatto inesistente: dal momento che ormai inesistente sembra essere qualsiasi idea dell’Italia stessa”. Lo Stato continuerà probabilmente a esistere a lungo e gli italiani lo vedono come una sorta di scoglio cui aggrapparsi per provare almeno a trovare lavoro, per sperare un giorno di poter ricevere la pensione, per usufruire (dove e quando possibile) negli aiuti sociali, ma con sempre maggiore e crescente scetticismo. Uno “Stato-scoglio” appunto, per di più sempre più pericolante e viscido, al quale ci si attacca per paura e per la sopravvivenza, non certo per amor di patria e tanto meno per orgoglio del proprio retaggio storico e culturale . Vedere il proprio Stato come uno scoglio cui aggrapparsi significa avere una concezione utilitaristica di esso, scettica, in certi casi “furbesca”.

Significa non averlo nel cuore, non sentirlo cosa propria, ideale da amare e difendere, anche a costo della propria vita, non vederlo come “Patria”, non riconoscervi in esso la presenza di altri 55 milioni di “fratelli d’Italia”. Esso è un contenitore di cui usufruire – finché e per quanto possibile – per sopravvivere nella drammatica e prosastica lotta quotidiana del cosiddetto “italiano medio”, il quale, unica concessione all’“amor di patria”, gli riconosce dignità sventolando il tricolore nelle vittorie sportive.

Dimentichi completamente o quasi di quanto le generazioni passate hanno fatto per quel tricolore in terra d’Africa, sul Carso o sulle Dolomiti, nel Mediterraneo, nei Balcani, ovunque in patria. Ancora banalità, si dirà. Sì, sono banalità proprio ed esattamente perché vere, reali. Come già detto, di queste banalità se ne potrebbero elencare a iosa. Non lo farò, il concetto appare evidente, e quindi inizio a trarre qualche conclusione. Uno Stato sentito come “strumento d’aiuto” e per di più quasi sempre inefficace, assente e perfino nemico, può considerarsi come base sostanziale di un popolo che si senta – e costituisca – una nazione? Eccoci alla questione-chiave già fugacemente accennata in precedenza: noi italiani, dopo 150 dalla costituzione dell’unità nazionale, siamo una “nazione”? O siamo solo e ancora cittadini di uno Stato? Uno Stato che prima del 1861 poteva chiamarsi “Granducato di Toscana”, o “Regno delle Due Sicilie”, o “Stato Pontificio”, e che dopo, in seguito a una guerra di conquista da parte di uno di quegli Stati preunitari, prese il nome di “Regno d’Italia”? E, ancor peggio e più provocatoriamente, arrivo a chiedermi: siamo sicuri che gli italiani della metà del XIX secolo vedessero lo Stato Pontificio, il Regno delle Due Sicilie, il Granducato di Toscana e gli altri Stati preunitari solo come “Stati” (scogli cui aggrapparsi) e non anche come la propria “nazione”? Siamo sicuri che tutti nel cuore e nella mente cantassero “perché non siam popolo perché siam divisi”? O invece si sentissero “popolo”, quindi nazione, nel loro essere toscani, sabaudi, “duo-siciliani”?

 E se anche si fosse sentita a livello popolare la lecita e nobile esigenza di una sorta di processo unificante degli Stati italiani del tempo, siamo certi che ciò che volevano era che la monarchia sabauda spodestasse gli altri legittimi sovrani per creare uno Stato unitario alternativo? E per di più centralista, piemontesista, sacrilego e anticattolico come di fatto fu? Queste non sono domande retoriche o legate a improponibili sentimenti “nostalgici”, sono al contrario proprio il nocciolo della questione, della “questione italiana”, la questione irrisolta per eccellenza della nostra storia: l’italiano di oggi è più legato allo Stato di quanto lo fosse l’italiano preunitario al proprio Stato? Se non è così (e ci sono buone ragioni per pensarlo, dove si è sbagliato? Quale “nazione” si è creata in questi 150 anni?

E, di conseguenza, cosa ci sarebbe mai da festeggiare in questo 2011, visto che gli italiani di oggi sarebbero meno “nazione” degli italiani preunitari? Insomma, la denuncia di Galli della Loggia e degli altri intervenuti nel dibattito è giusta e sacrosanta. Ma la realtà è che occorre iniziare a trarre le conseguenze da tale situazione individuandone correttamente le cause. Tutto ciò non può non far venire alla mente l’assunto per eccellenza dell’unificazione, che può paradigmaticamente essere espresso nella più celebre affermazione della storia italiana: “Fatta l’Italia, restano a fare gli italiani”, come notò non senza ironia l’acuta mente di Massimo d’Azeglio, protagonista alquanto disilluso degli anni risorgimentali. Sono stati fatti gli italiani in questi 150 anni? E, soprattutto, gli italiani, “si fanno”? O ci sono? E i 22 milioni di individui in quei giorni abitanti la Penisola e le isole oggi componenti l’Italia, che cosa erano se non erano italiani? O forse erano loro i veri italiani? In questo caso, di quale “italiano” parla d’Azeglio? Evidentemente di un diverso italiano, di un italiano da cambiare, da modificare nella sua secolare italianità, di un “nuovo italiano” con una nuova identità per una “nuova Italia”.

 L’Italia de-cristianizzata, laicista e nazionalista che era il sogno di Mazzini come di Cavour, di Sella come di De Sanctis, di Rattazzi come di Crispi e Depretis. L’Italia della Guerra Civile Meridionale e di milioni di emigranti, della corruzione morale e politica e del disastro economico, quell’Italia che precipitò nella dittatura, nella guerra civile e nell’8 settembre del ’43, “morte della patria”, come Galli della Loggia e tanti altri storici e intellettuali lo hanno definito. Questa fu la grande sfida del Risorgimento che noi dovremmo festeggiare nel 2011: l’italiano nuovo, figlio appunto del Risorgimento laicista e nazionalista prima, dell’Italia fascista poi (perché, inutile nascondercelo, 23 anni su 150 complessivi non sono pochi, tanto più se hanno comportato, oltre a varie riforme sociali, una dittatura, una conquista di un “impero”, l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale, la guerra civile e la disfatta militare e politica dello Stato) e della repubblica partigiana poi, nuovo in quanto antitetico a quello precedente, all’italiano figlio dei secoli cristiani e della Chiesa. Ci sono riusciti i nostri governanti in questi 150 anni, ognuno al proprio turno, a fare l’“italiano nuovo”? E, se sì, anche parzialmente, ci è convenuto? Dobbiamo veramente festeggiare? Non potrebbe risiedere forse proprio nella risposta a tali quesiti la chiave di interpretazione dei mali denunciati nel dibattito prima riportato?

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