Massimo Viglione

L’ora di “morale laica” è nelle scuole francesi

Una nuova inquietante notizia è giunta dalla Francia del laicismo militante, e riguarda, l’aspetto fondamentale della formazione mentale e comportamentale della gioventù: la scuola, lo strumento prediletto per la creazione di un “nuovo uomo”. Nella folle corsa a precipizio della nostra società verso l’elevazione degli altari al Leviatano mondialista, la Francia (immancabile maestra) sta forse per compiere un ulteriore salto di qualità. Il nuovo ministro socialista dell’Istruzione Pubblica ha intenzione di introdurre nel programma scolastico l’ora di “morale laica”. Continua a leggere

Pace e guerra

«Dio ci darà la sua pace quando noi ci rassegneremo dolcemente a vivere in guerra», ha scritto san Francesco di Sales (L’amicizia spirituale). Infatti, «Vita militia est super terram» (Giobbe, 7,1).

Come nel pieno dell’estate, della luce e del caldo, le giornate in realtà iniziano ad accorciarsi per preparare il freddo e il buio dell’inverno, e come nel pieno dell’inverno iniziano ad allungarsi per preparare la luce e il caldo dell’estate; come la vita, ogni giorno che passa, ci avvicina alla morte, mentre la morte, quando arriverà, ci proietterà in una nuova vita; così, una guerra viene fatta per giungere a una pace, mentre una pace, specie se lunga, specie se molto lunga, in realtà, sta solo preparando una nuova guerra. Continua a leggere

Il tempo di andare ben oltre “Roma ladrona”

Sono romano. Ma quanto sta accadendo in questi giorni alla Lega non mi rende affatto contento. Tutt’altro. Non è solo questione dello sdegno istintivo che si prova al pensiero di Lusi, Penati e dei loro manutengoli, di quegli uomini politici che hanno fatto ben altri furti e criminali operazioni che le spese di Renzo Bossi e soci, al pensiero di chi usava i soldi dei militanti per spassarsela con Ferrari e case in Costa Azzurra o al pensiero di tutto quello che è accaduto nel passato (dai giorni di Mani Pulite con il compagno Greganti a tutto quello che non sapremo mai nel particolare ma sappiamo benissimo essere accaduto per decenni) e che ha riguardato (e sicuramente riguarda ancora) buona parte di chi gestisce, direttamente o indirettamente, le finanze dei partiti (e non solo dei partiti), e del fatto che nessuno di tutti costoro abbia mai pagato nulla, solo per il fatto di essere funzionali ai progetti politici dei “poteri forti” di ogni tempo; non è solo questione dell’ancor più profondo sdegno che si prova a vedere al contrario che l’unico a pagare il fio è ora quel politico che ha osato schierarsi prima contro il partito degli anti-berlusconiani quando tutti dovevano essere anti-berlusconiani e oggi contro i partiti dei montiani, quando tutti, ma proprio tutti (Berlusconi compreso), devono essere montiani; ciò che preoccupa e addolora è il fatto che si è colpita quella che oggi è, piaccia o meno, l’unica forza di opposizione vera in Italia, il che tradotto vuol dire il seppellimento della dialettica democratica nel nostro Paese. Continua a leggere

Lo spirito del tempo e l’imprevisto

14 aprile 1912: affonda il Titanic, 46.328 tonnellate di stazza, il transatlantico allora più grande di tutti i tempi, colpito in pieno oceano da un iceberg incredibilmente e inspiegabilmente alla deriva verso meridione: nel livello superiore della I ͣ classe dei ricchi, si faceva festa e si ballava, in pieno rispetto con lo spirito del tempo, quello della Belle Époque, di un’Europa strapotente e signora del mondo, militarmente, politicamente ed economicamente: spirito aristocratico e positivista nello stesso tempo.

14 gennaio 2012, cento anni dopo: la più importante nave da crociera italiana, la Concordia, 112.000 tonnellate di stazza, una delle più grandi al mondo, tocca uno scoglio presso l’isola del Giglio ed è la tragedia. In tutti i livelli della nave, si ballava e si faceva festa, in uno spirito che solo in parte è in pieno rispetto col nostro tempo, nella parte “democratica”, ma non in quello della festa a tutti i costi. Continua a leggere

Gli insetti e la speranza

L’Unione Europea spende oltre tre milioni di euro in messaggi pubblicitari per convincerci a nutrirci di insetti. Quei tre milioni sono minuscola parte dell’enorme prelievo fiscale di cui usufruiscono tutti coloro che a qualsiasi titolo lavorano al servizio dell’Unione Europea, i cui dirigenti nessun europeo ha mai votato e in buona parte nessun europeo nemmeno conosce: sono quindi soldi nostri. Continua a leggere

Il Papa e le crociate. Qualche “puntino sulle i”

“Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”.

Queste sono le esatte parole che il Santo Padre Benedetto XVI ha pronunciato – nel suo discorso del 27 ottobre u.s. ad Assisi – riguardo il problema della violenza esercitata da cristiani in nome della fede. Le riportiamo con precisione perché tutti sappiamo perfettamente quanto giornali e massmedia siano abilissimi nell’adattare alle loro esigenze le parole e i concetti espressi dai pontefici e perché, anche questa volta, ciò è accaduto in maniera palese.

Ora, come si può notare, in realtà il papa le crociate neanche le nomina, e, soprattutto, non “chiede scusa”: parla di sentimento di vergogna (non è esattamente la stessa cosa…). Certamente però, condanna con fermezza l’uso della violenza da parte di cristiani. E siccome la Crociata era un “pellegrinaggio armato” fatto da cristiani che conduceva al combattimento contro gli infedeli, ergo la conseguenza apparirebbe essere quella della formale condanna della Crociata in sé a prescindere. Ma, è realmente così?

E, soprattutto, potrebbe essere così e in quali termini? Ora, senza entrare negli aspetti più specificamente teologici del problema, ma rimanendo in quelli più modestamente ma anche più appropriatamente storici, occorre fare alcune doverose precisazioni e riflessioni, che meriterebbero ben altro spazio e approfondimento, ma che per necessità ridurrò schematicamente:

1) Fin dai tempi della scuola, gli insegnanti di storia – almeno, quei pochi degni di questo nome – ci hanno ammaestrato sul fatto che l’errore più grande che può commettere uno storico, o anche un qualsiasi uomo che per qualsiasi ragione riflette sulla storia, è quello di giudicare gli uomini, le idee e gli eventi del passato con i criteri che vanno per la maggiore nel presente (e questo a prescindere dall’accettazione spesso e volentieri acritica degli stessi criteri presenti): come se un uomo del XXV secolo ci giudicasse a noi tutti in base alla vita quotidiana e alle esigenze e ideologie del suo tempo;

2) Le crociate (visto che si vuole parlare per forza di crociate) non furono una parentesi – più o meno lunga o breve, più o meno sentita e partecipata – della storia della Cristianità. Se la Prima Crociata è del 1096-1099, se i cristiani hanno tenuto piede militare nei Luoghi Santi per due secoli, in realtà spedizioni crociate sono state pensate, organizzate, e, a volte, anche effettuate, via terra e via mare, fino agli inizi del XVIII secolo. Questa plurisecolare guerra fra religioni non avveniva perché i cristiani erano brutti e cattivi e volevano trucidare tutti i musulmani, che erano buoni e indifesi; né perché i cristiani non avessero altro a cui pensare; né perché non avessero altre guerre interne in cui dare sfogo alla propria violenza innata.

In realtà, questa plurisecolare guerra inizia di gran lunga prima del 1096. Inizia 450 anni prima circa, e per 450 anni, occorre dirlo senza ombra di dubbio storico possibile, chi ha portato la guerra alla Cristianità è stato l’Islam nascente e trionfante. Sono stati i musulmani, vivente ancora Maometto, ha iniziare quella tutti noi conosciamo bene, la Jihad. Conquistarono prima l’Arabia, ancora in gran parte pagana, ma poi anche Gerusalemme e i Luoghi Santi, divenendo così i padroni del Santo Sepolcro; e quindi, dividendosi in due grandi tronconi militari, portarono la guerra a tutta la Cristianità come uno Tzunami incontenibile. Se verso oriente furono in parte bloccati – per il momento – dall’Impero Romano d’Oriente (che vivrà tutti i suoi ultimi secoli di vita combattendo e spegnendosi contro i musulmani), verso occidente travolsero per sempre tutta la Cristianità d’Africa, quindi la cristianità ispanica, e tentarono anche di invadere la Francia (battaglia di Poitiers, 732).

Dopodiché assalirono e occuparono la Sicilia e le grandi isole del Mediterraneo, e, nei secoli successivi, invasero varie zone dell’Italia, della Francia (fino a Lione), perfino della Svizzera. Montecassino venne distrutta, Roma assalita e le basiliche costantiniane di San Paolo e san Pietro date al fuoco (per tal ragione fu costruita la Città Leonina intorno a San Pietro da Papa Leone IV). Un enclave perenne di guerrieri musulmani stava a Castelvolturno, un’altra nella Sabina, e Roma viveva sotto continuo attacco e rischiò di cadere preda dell’Islam (come per altro il Profeta aveva, appunto, “profetizzato”), venendo salvata proprio dalla ripetuta azione militare di vari pontefici.

Per secoli l’Europa mediterranea ha subito le scorrerie dei pirati barbareschi (“mammaliturchi”, la celebre battuta del dialetto romano, nasceva da un tragico grido di terrore ripetuto chissà quante volte nel corso dei secoli): uomini uccisi, donne violate e portate negli harem, bambini rapiti e venduti come schiavi (nei secoli moderni, poi, con i turchi invece venivano fatti crescere musulmani e molti di loro divenivano giannizzeri). Per secoli i pellegrini in Terra Santa vennero massacrati, soprattutto con l’arrivo dei turchi selgiuchidi.

E, se con la fine della crociate si era giunti a una forma di “convivenza” armata con il mondo arabo, tutto precipitò di nuovo – e in maniera ancor più radicale – con l’arrivo dei turchi ottomani, che conquistarono ciò che rimaneva dell’Impero Bizantino nel XV secolo e da allora, fino agli inizi del XVIII secolo, puntarono a più riprese sull’Europa, conquistando gran parte dei Balcani, assediando Vienna per ben due volte, conquistando Cipro, Rodi, e portando l’assedio a Malta (dove vennero respinti dall’eroismo dei Cavalieri, guidati da Jean de la Vallette). Nel corso dei secoli, in mille anni (dal VII al XVIII secolo), quante cristiani vennero assassinati? Quante donne violate e deportate negli harem? Quante città distrutte, vite spezzate, anime costrette all’abiura religiosa? Chi potrà mai farne il conto? Chi potrà mai calcolare l’immenso dolore di questi mille anni?

3) Perché questo excursus storico? Perché occorre ragionare con serenità, ma anche con serietà, specie su argomenti così drammatici, e che hanno avuto luogo per più di dieci secoli. Se un fenomeno storico dura più di mille anni, esso non può essere considerato semplicemente un “errore” di qualcuno. Esso evidentemente è la chiave di volta per comprendere un’intera epoca millenaria. Nella fattispecie, uno scontro militare epocale fra due religioni sì, ma anche fra due concezioni del mondo e civiltà. Ognuna con i suoi pregi e difetti, che ora non ci interessa qui approfondire.

4) Ciò che invece è fondamentale chiarire, è il fatto che per cinque secoli prima delle crociate, e per altri quattro dopo le crociate (quelle “usuali”), la Cristianità è stata aggredita costantemente e brutalmente, prima dall’Islam arabico, poi da quello turcomanno. Come chiunque, onesto e serio, può capire, tutto ciò cambia radicalmente il significato dell’intero discorso: infatti, se una parte aggredisce l’altra per secoli, senza ragione che non sia la conquista e la volontà di conversione armata come peraltro imposto dalla propria religione, allora occorre stare molto attenti nel dare giudizi storici che possono essere tacciati di “faciloneria”.

Forse che i papi dei secoli altomedievali dovevano lasciar conquistare, saccheggiare e incendiare Roma dai musulmani, lasciare che questi violentassero le donne e rapissero i bambini, e, soprattutto, che imponessero l’Islam a tutti trasformando San Pietro in moschea (esattamente come avvenne secoli dopo con Maometto II per Santa Sofia a Costantinopoli)? Che doveva fare san Pio V nel 1571? Lasciare che la flotta turca occupasse Roma e distruggesse tutto o doveva provare a creare una lega militare di difesa contro l’assalto esterno, quella Lega Santa che trionfò a Lepanto 440 anni or sono salvando Roma, l’Italia, la Cristianità? Che doveva fare il beato Innocenzo XI dinanzi a 200.000 turchi in armi (più 300.000 al seguito) che assediavano Vienna, capitale del Sacro Romano Impero, nel 1683, mentre a Versailles il Re Sole ballava il minuetto appoggiando i turchi stessi? Doveva tranquillamente attendere il massacro di Vienna e l’arrivo dei turchi a Roma?

5) Potremmo fare tantissimi altri esempi, nel corso di questi mille anni, ma il concetto di fondo appare ora evidente: si chiama “legittima difesa”. Come si suole dire in maniera un po’ brutale ma molto incisiva… dinanzi a ciò, le chiacchiere stanno a zero. La legittima difesa non è un’opzione di vita (può esserlo solo nei confronti di se stessi: per esempio, un uomo si offre al martirio per non usare violenza verso chi vuole ucciderlo in nome della sua fede personale), è un dovere sociale. Qualsiasi governo, qualsiasi capo di Stato, chiunque abbia potere di esercitare l’autorità, anche militare, ha il dovere morale e sociale della difesa dei propri cittadini dall’attacco violento perpetrato da forze nemiche. Se poi queste forze nemiche attaccano senza giusta causa non solo per conquista (di soldi, territori, potere, donne, beni, ecc.) ma anche per imporre con la violenza la propria religione e il proprio stile di vita o ideologia, allora il dovere è ancora più grande, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. Se i papi, i re, i grandi principi e condottieri della Cristianità non avessero scelto liberamente di difendere in armi (cioè nell’unico modo in quei secoli possibile) i propri popoli, territori, averi, e, soprattutto, la propria fede, sarebbero stati dei traditori dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. Del resto, tale affermazione è facilissimamente dimostrabile: che cosa direbbero, tutti coloro che sempre criticano la Chiesa per le crociate, se fosse avvenuto il contrario? Cioè se l’Islam fosse stato preesistente alla Cristianità, se questa fosse arrivata dopo e avesse aggredito militarmente senza ragione alcuna le terre e i popoli che già da secoli erano islamici al solo scopo di convertirli al Cristianesimo? Direbbero sicuramente che questa è la riprova che la religione cristiana è foriera di violenza e ha tutte le colpe. Appunto…

6) Rimane il discorso delle crociate, cioè di quei due secoli specifici (1096-1291: due secoli su dieci!) in cui effettivamente sono stati i cristiani ad attaccare e conquistare, per poi progressivamente perdere, i Luoghi Santi. Ebbene, occorre anche in questo caso fare delle precisazioni. Le crociate iniziarono come detto ben 5 secoli dopo il grande e continuo attacco portato dall’Islam alla Cristianità. Non è superfluo ricordare che i Luoghi Santi (e così tutta l’Africa mediterranea), prima della conquista islamica a metà VII secolo, erano cristiani, parte integrante dell’Impero Romano d’Oriente.

Per cinque secoli la Cristianità (sia d’Occidente che d’Oriente) ha subìto gli attacchi, le conquiste e le scorrerie islamiche. Ciò significa che, quando iniziarono le crociate, esse furono anzitutto una risposta militare a cinque secoli di imperialismo islamico. I cristiani contrattaccarono solo dopo cinque secoli per il semplice fatto che prima non ne avevano la forza.

Alla fine dell’XI secolo, per ragioni storiche che non è possibile qui approfondire, essi finalmente poterono reagire e riconquistarono Gerusalemme. Ciò significa che le crociate furono fatte con 3 scopi essenziali tutti legittimi: la riconquista cristiana dei Luoghi Santi (cioè di ciò che era cristiano prima dell’Islam e che appartiene idealmente a tutti i cristiani di tutti i tempi in quanto trattasi dei luoghi della Redenzione dell’umanità); la difesa della vita dei pellegrini; la risposta militare definitiva a cinque secoli di guerra subita (contrattaccare è legittimo quando si è aggrediti). Poi, come spesso accade, una volta lì, i crociati, anche per difendere ciò che avevano riconquistato, hanno dovuto cedere, a volte in maniera esagerata, all’uso ripetuto della violenza, finché comunque, va detto, i musulmani hanno riconquistato, sempre manu militari, tutti i territori crociati di Oltremare.

7) E qui occorre fare l’ultima importante riflessione. Se le crociate fossero state sbagliate in sé, cioè illegittime di principio, questo vorrebbe dire che decine di Papi hanno operato al servizio del male. Infatti, tutte le crociate, dalla prima all’ultima delle 7 ufficiali, ma anche tutte quelle pensate e in parte realizzate nei secoli successivi, sono state tutte fatte sotto autorizzazione pontificia. Anzi, ciò che faceva “crociata” una crociata, era la relativa bolla pontificia che comandava a tutti i sovrani e principi cristiani di prendere la Croce, di iniziare il relativo prelievo fiscale per poter pagare la spedizione, e prometteva la vita eterna a tutti coloro che sarebbero morti nella spedizione e la remissione dei peccati ai sopravvissuti.

Questo non è stato fatto da 3-4 papi un po’ “esaltati”, ma da decine e decine di pontefici, tra la fine dell’XI secolo fino alla fine del XVIII (l’ultima bolla di crociata è del 1776, il Gabinetto della Crociata è stato chiuso dalla Santa Sede nel 1917). La stragrande maggioranza dei pontefici ha emesso bolle di Crociata, ha lavorato incessantemente per organizzare spedizioni, molti di loro hanno scomunicato principi e re che non volevano partire, qualcuno è morto di crepacuore per il dispiacere delle conquiste degli infedeli e dei fallimenti dei cristiani. Tutti pazzi? Tutti eretici (il Papa eretico?)? Tutti traviati da sete di sangue? O tutti preoccupati di difendere la Fede, la Chiesa, la civiltà cristiane e le popolazioni europee?

Da notare, per inciso, che dopo la fine delle 7 crociate ufficiali, cioè dal XIV secolo in poi, tutte le spedizioni crociate pensate ed effettuate avevano come scopo concreto la difesa dell’Europa dai turchi, e non più (se non idealmente) la riconquista del Santo Sepolcro. Non solo: non è solo questione di Papi e di magistero pontificio. Tutti i più grandi santi e teologi medievali e moderni hanno legittimato la Crociata.

Il grande predicatore della Terza Crociata, fondatore ideale dell’Ordine dei Templari, è san Bernardo di Chiaravalle, Dottore della Chiesa e santo dell’amore mistico per antonomasia; san Tommaso d’Aquino, Dottore Angelico, e Doctor Humanitatis ancora proclamato da Papa Giovanni Paolo II, maestro assoluto della teologia cattolica, ha insegnato la legittimità delle crociate in quanto legittima difesa da un nemico ingiustamente aggressore. Santa Caterina da Siena, Patrona d’Italia, Co-Patrona d’Europa, e, soprattutto, Dottore della Chiesa, ha scritto sulla Crociata pagine meravigliose nelle sue lettere, e ha insistito, al di sopra di ogni altra cosa, con Papa Gregorio XI, perché proclamasse la Crociata. Papa san Pio V, il Papa di Lepanto, il beato Innocenzo XI, il Papa di Vienna, non erano creature assetate di sangue, furono difensori supremi della nostra civiltà e della libertà.

Mi permetto di ricordare che ancora agli inizi del secolo scorso, una santa carmelitana giovanissima nei suoi scritti diceva che avrebbe tanto voluto essere un crociato per dare la vita per la difesa della Chiesa dai suoi nemici: si chiamava Teresina del Bambin Gesù, Dottore della Chiesa Cattolica, proclamata tale da Giovanni Paolo II. E questo solo per fare alcuni esempi. Occorre stare attenti quando si condannano le crociate.

Non mi riferisco naturalmente ai nemici della Chiesa e della civiltà cristiana, agli atei, agnostici, relativisti vari. Mi riferisco agli “amici” sempre critici con noi stessi, mi riferisco ai semplici fedeli che possono ormai avere le idee confuse a riguardo. Se le nostre donne, madri, sorelle, figlie, mogli, oggi sono libere e libero è il loro pensiero e il loro volto, se tutti noi oggi abbiamo la libertà di pregare il nostro Dio pubblicamente, se usufruiamo dei pieni diritti civili, se possiamo conoscere la verità in tutti i suoi aspetti, se studiamo liberamente ciò che vogliamo studiare, se abbiamo il benessere (almeno, quello ne rimane oggi) che abbiamo, e così via, è perché nel corso di mille anni qualcuno è morto per loro e per noi. ? perché decine e decine di Papi si sono preoccupati nel corso dei secoli di difendere la nostra fede e civiltà.

? perché dei santi hanno predicato tale difesa. ? perché dei teologi l’hanno giustificata dinanzi a Dio e agli uomini. ? perché centinaia di migliaia di cristiani, nel corso di secoli e secoli, hanno impugnato la spada e sono morti per la nostra libertà. Ma allora, come giudicare le parole del Santo Padre ad Assisi? Qui, per attenerci ai fatti, occorre ribadire ciò che abbiamo detto all’inizio: il Papa non parla di “Crociata” come concetto in sé. Il Papa evidentemente si riferiva a tutto quell’insieme di violenze inutili, superflue, gratuite, alcune obbrobriose, di cui nel corso di questi venti secoli si possono essere macchiati i cristiani, in tutte le occasioni, non solo nelle crociate. Gli spagnoli che hanno portato Cristo ai popoli amerindi compirono anche violenze. Vogliamo forse rinnegare i benefici (non solo religiosi, che sono fondamentali, ma anche civili, sociali e culturali) che tali popoli hanno ricevuto dalla cristianizzazione? Vorremmo forse che fossero rimasti pagani adoratori di demoni e sacrificatori di fanciulle quali erano prima di Colombo? Non penso che il Santo Padre voglia questo…

Occorre distinguere quindi tra il bene dell’Evangelizzazione e il male della violenza inutile e gratuita ad essa purtroppo a volte connessa. Occorre distinguere tra la legittima difesa da un nemico aggressore che per mille anni ha tentato di conquistarci e farci cambiare religione, dalle violenze inumane e gratuite commesse. Del resto, la Chiesa terrena, nella sua interezza, dai pontefici all’ultimo dei chierici, la Cristianità nella sua interezza, dai sovrani all’ultimo dei paggi, si può sbagliare per circa sette secoli? E, se ciò fosse possibile, allora chi ci assicurerebbe più che l’attuale pontefice, i suoi predecessori e successori, abbiano ragione? Un papa, due, tre, si possono sbagliare in materia che non sia di fede e morale (ma poi, siamo così sicuri che qui la fede non v’entri per nulla? Non esiste forse un magistero della Crociata?).

Ma decine e decine di pontefici per sette secoli? Siamo così sicuri che il Santo Padre ad Assisi abbia veramente chiesto scusa per le crociate? O si è limitato a dire esattamente ciò che ha detto? Qualcuno forse vorrebbe affermare che il diritto alla legittima difesa non esiste? Forse non ha pensato che secondo questo folle principio la Seconda Guerra Mondiale era illegittima, e occorreva farsi conquistare tranquillamente dal nazismo, non reagire vedendo la mostruosa fine che spettava agli ebrei, accettare la fine della propria libertà e indipendenza, ecc. ecc. Questo, sono sicuro che nessuno lo affermerebbe mai.

Più che giusto, ovviamente: e allora, lo stesso principio deve valere per la Cristianità aggredita. Oppure i cristiani sono i soli che non hanno diritto alla legittima difesa? Concludo ritornando al primo dei punti elencati: è molto facile parlare di pace e pacifismo, condannare le brutalità della guerra, ergersi a giudici dei passato, quando si è tranquilli, si usufruisce di grande libertà e si ha lo stomaco pieno.

Ogni grande evento della storia va contestualizzato evidentemente. Se per mille anni i cristiani hanno combattuto con l’Islam, se per secoli Papi, teologi, santi, Dottori della Chiesa, sovrani, militari, interi popoli, hanno predicato la crociata o preso direttamente le armi, non sarà stato forse perché… ce n’era bisogno? Non dobbiamo proprio a loro la nostra possibilità di criticarli pubblicamente? Siamo sicuri che tutti noi, così come siamo oggi, se per ventura ci fossimo trovati al loro posto, non ci saremmo comportati allo stesso modo? Non hanno loro il diritto di essere giudicati per quella che era la loro reale situazione e mentalità nei loro giorni? Loro non hanno fatto chiacchiere da bar o da salotto: sono morti a centinaia di migliaia per servire la Chiesa, la civiltà cristiana e la nostra libertà. Forse, prima di parlare, dovremmo ragionare con maggior profondità.

Forse, dovremmo leggere bene ciò che il Santo Padre esattamente dice (ri-sottolineo il fatto che parla giustamente di “vergogna” per le violenze, ma non chiede scusa per un qualsivoglia fenomeno storico preciso), non utilizzarlo per i nostri risentimenti ideologizzati. E se ogni tanto dicessimo una preghiera per chi è morto anche per noi, forse daremmo prova di maggior buon senso e civiltà. E concludo ponendo un’ultima questione: ma siamo proprio così sicuri che un giorno, magari neanche troppo lontano, non potremmo trovarci pure noi nella stessa situazione in cui si trovarono per mille anni i nostri antenati?

Tutte le donne di Berlusconi

Non è di Tarantini e dell’Olgettina, della Arcuri o della Minetti, di feste, “signore” o “escort” – reali o meno – che si vuole parlare in questo articolo, già fin troppo si è detto a riguardo.
Chi scrive fa di mestiere il docente e il ricercatore di storia, e conosce la storia: e bene specificare questo perché chi conosce la storia non può far finta di scandalizzarsi perché un Capo di Governo abbia amanti e si diverta immoralmente: chi conosce la storia conosce profondamente gli uomini e l’animo umano, e sa molto bene quale presenza ingombrante siano molto spesso state le donne per gli uomini di potere di tutti i tempi e luoghi.
In tal senso, ben più insopportabile riesce l’intollerabile ipocrisia di schiere e schiere di politici, giornalisti, “opinion-men and women” che si scandalizzano per Berlusconi mentre da una vita si fanno paladini del sesso emancipato, della famiglia allargata, della droga libera, dell’aborto, dell’omosessualismo, della pornografia, ecc. ecc.
Ma chi scrive è anche e anzitutto cattolico, e in quanto tale non può accettare tutto quanto sta avvenendo, sebbene non si meravigli più di tanto. Proprio la sua visione cattolica e “storica” della vita e della società gli dice che se Berlusconi governasse veramente nell’interesse degli italiani e della nostra società e civiltà, ebbene, gli abusi di cui si rende colpevole sarebbero in fondo una questione sgradevole ma incanalata fra la sua coscienza e Colui che un giorno infallibilmente giudicherà la sua coscienza.
Il problema che invece scandalizza chi scrive è il fatto che con Berlusconi la rovina sta sempre nelle donne, ma non tanto quando si chiamano Polanco, Guicciardi D’Addario o chissà come. La vera rovina, quella imperdonabile agli occhi del cattolico che scrive (e anche dello storico), è quando quelle donne si chiamano Prestigiacomo, Brambilla, Carfagna. Perché la colpa di costoro non è quella di essere andate o meno a qualche festa di Berlusconi, ma quella di cospirare, nel loro ruolo di ministre della Repubblica Italiana, lì poste da Silvio Berlusconi, contro ogni residuo di civiltà cristiana ancora rimasto.
E questo è il vero imperdonabile vulnus che Berlusconi, da sempre dichiaratosi cattolico, ha inferto ai cattolici italiani.
? di questi giorni la notizia che il ministro Brambilla ha dato il patrocinio del Ministero del Turismo all’Expo del Turismo Gay che si terrà a Bergamo il 23-24 settembre. La motivazione è la seguente: “Trovo che nel nostro Paese il pregiudizio nei confronti dei gay sia ancora radicato oltre che ingiusto. Quindi anche il patrocinio ad una fiera specializzata può servire ad agevolare un cambiamento culturale di cui c’è davvero bisogno”. Testuali parole della ministra, che, come noto, è anche convinta animalista, sempre in prima linea nella guerra alla caccia, nella guerra al Palio di Siena e perfino alle carrozzelle delle nostre città d’arte… In una parola, sempre in prima linea nella guerra alle nostre più antiche e sane tradizioni.
Ci piacerebbe poter rivolgere al Presidente del Consiglio la seguente domanda:
una ministra che è contro la caccia (come se i cacciatori fossero assassini, o come se prima o poi dovessimo tutti smettere di mangiare la carne per sempre: è forse questa la reale volontà della ministra?), che è contro il Palio di Siena, uno dei maggiori simboli per antonomasia della civiltà italiana, che è contro anche le carrozzelle, che da secoli accompagnano cittadini e turisti alla scoperta degli angoli meravigliosi e poco conosciuti delle nostre città d’arte, e di contro è a favore dell’omosessualismo e utilizza un ministero della Repubblica per favorire la diffusione organizzata e perseguìta di tale pratica, chi rappresenta? Gli Italiani? In particolare, gli italiani che hanno votato centro-destra? Soprattutto, i cattolici che creduto nell’attuale governo?
Stesso discorso per il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, che dopo una iniziale presa di posizione in difesa della famiglia naturale nel 2007 è passata dall’altra parte della barricata, divenendo anch’ella (forse per consiglio del suo amico Italo Bocchino?) fiera sostenitrice dei cosiddetti “diritti” degli omosessuali.
E non dimentichiamo la ormai più datata ed esperta Stefania Prestigiacomo, che in tempi non sospetti già si faceva paladina delle coppie di fatto e dei diritti degli omosessuali (quando era lei ministro delle Pari Opportunità assumeva specificamente “gay” al suo ministero). Chi rappresenta la ministra Prestigiacomo? Chi l’ha voluta? Chi la vuole?
Sia ben chiaro: le tre ministre sono in fondo anche tre frustrate (come ogni tanto, cedendo alla loro natura femminile, danno a vedere), in quanto alla fine l’attuale governo non ha ceduto quasi in nulla alle loro aberranti richieste. Ed è anzi merito di questo governo l’avere almeno in parte costituito un muro all’avanzata delle lobby omosessualiste. E, sappiamo tutti molto bene, che un prossimo governo di centro-sinistra segnerebbe la catastrofe per l’Italia anche e anzitutto da questo punto di vista.
Rimane però il problema di Berlusconi e delle sue donne, quelle delle feste e quelle dei ministeri. Sulle prime, possiamo indignarci, ma è un’indignazione morale e, in fondo, la sapienza della vita cristiana ci insegna che spetta a Dio il giudizio; sulle seconde invece dobbiamo indignarci, e il nostro senso morale, naturale e cristiano, ci impone di non accettare mai più la possibilità politica (ancor prima che morale) che simili ministre possano usufruire dei fondi – che sono le tasse che noi paghiamo – e del potere mediatico e politico per sostenere ciò che è sempre moralmente e politicamente inaccettabile e condannabile. E in questo non possiamo e non dobbiamo aspettare il giudizio di Dio: questo è compito nostro.
Altrimenti saremo anche noi complici: non di Tarantini e dell’Olgettina (quella la lasciamo agli ipocriti), ma complici del processo di distruzione della nostra civiltà.
Ciò che stiamo vivendo giorno dopo giorno, anno dopo anno, governo dopo governo, è un vero e proprio sconvolgimento della nostra identità spirituale, morale, civile, Politica: mentre ci vogliono togliere la carne dai nostri piatti, il gusto del tutto naturale e virile della caccia, i cavalli dalle nostre carrozzelle, il Palio di Siena (e quindi tutte le altre tradizionali feste con animali, che sono decine e decine in tutta Italia) dalle nostre contrade, le feste dei santi patroni dalle nostre piazze, ci vogliono rifilare l’omosessualismo di massa come “progresso” doveroso, per raggiungere “un cambiamento culturale di cui c’è davvero bisogno”, come ha detto la ministra di centro-destra e come ha altrettanto di fatto realizzato il sindaco di Roma con il suo recente appoggio pubblico dato al “Gay-pride” e al “Gay-Village”.
Per questo, alle prossime elezioni, dovremmo riuscire a far sentire tutto il peso del voto cattolico che ponga come ultimatum allo schieramento di centro-destra la cancellazione politica delle ministre dei sindaci arrivisti e di tutti coloro, maschi e femmine, che si rendano complici costruttori, dall’alto dei loro potentati, di un mondo rovinato, immorale e a-civile.
Ciò che sta accadendo sta accadendo con un governo di centro-destra. E se dovesse vincere il centro-sinistra? Non si può più restare a guardare. E nemmeno soltanto a scrivere articoli su riviste o siti web di settore. Occorre iniziare a pensare e realizzare nuove forme di organizzazione civile e politica per porre freno allo sfacelo generale della nostra povera Italia.

Chi comanda oggi nel mondo?

La crisi economica che stiamo vivendo è di portata devastante. Non è un’affermazione esagerata, né personale: la si può leggere e udire ovunque nei media, negli interventi degli esperti, nei discorsi dei politici. E non è neanche solo una crisi economico-finanziaria.

? molto di più, molto più profonda nelle sue radici e cause, molto più vasta nelle sue conseguenze. Ormai non sono pochi gli intellettuali di ogni genere, pur quasi sempre non cattolici, a evidenziare tutto questo. Lo ha fatto per esempio in maniera usualmente chiara Ernesto Galli della Loggia in un suo editoriale sul Corriere della Sera di domenica 21 agosto 2011.

La sua è una lucidissima denuncia della triste fine delle democrazie odierne, che da politiche sono diventate “economiche” e – come lui le definisce – “democrazie della spesa”, vale a dire fondate quasi esclusivamente sulla necessità di spendere soldi da parte dei governi allo scopo di poter sperare nuovamente in una propria rielezione politica alle successive elezioni.

Tale meccanismo, oltre a provocare i disastri finanziari che da anni ci perseguitano e che sono divenuti ormai strutturali al nostro sistema, ha contribuito a svuotare di potere politico reale i governi stessi, al punto tale che oggi, in verità, nessuno al mondo sa più chi è che comanda. Infine, tale drammatica situazione è ancor più esacerbata dall’assenza almeno dagli anni Ottanta, a livello assolutamente mondiale, di statisti veri, che possano operare per il bene comune. Gli attuali, da Obama ai leader europei nessuno escluso, sono insomma solo delle comparse, che poco o nulla sanno fare e possono fare. Anzitutto perché neanche essi hanno più ormai il potere politico per agire su chi controlla, o, per meglio dire, fa il bello e il cattivo tempo con l’economia mondiale e con il sistema mondiale della spesa su cui si regge il mondo odierno.

Queste amarissime considerazioni del politologo italiano, come noto di estrazione fortemente laica (sebbene non pregiudizialmente anticattolica), fanno da contrasto, in una mattinata di afosissima domenica d’agosto, con le immagini di un milione e mezzo di giovani in piazza a Madrid, sotto un sole spietato da ore o da giorni, in attesa della Messa di Papa Benedetto XVI, che conclude la GMG 2011. Un milione e mezzo, due milioni di giovani: queste sono le cifre usuali delle GMG, e, a sorpresa di tutti, ciò è stato vero non solo con Giovanni Paolo II, il grande comunicatore, ma continua a essere vero anche con l’attuale pontefice, tanto scomodo quanto all’apparenza “inattuale”.

E tali cifre si ripetono in ogni parte del mondo, non solo nella geograficamente comoda Europa: le abbiamo viste anche nel Nord America, in Australia, le vedremo, se Dio vuole, fra due anni a Rio de Janeiro. E tali cifre riguardano solo i giovani. Non si tratta infatti di raduni generali aperti a tutti. Sono solo per i giovani, i quali, se ad aiutarli a viaggiare hanno da un lato entusiasmo e spirito di avventura, mancano dall’altro spesso di soldi e magari anche di autonomia e di coraggio (inutile accennare alle ben note problematiche anche psicologiche dei giovani d’oggi).

Eppure, ogni due anni sono lì, a pregare, a cantare, a gioire, in qualsiasi parte del mondo. E così è avvenuto anche in questi giorni in Spagna, mentre gli indignados schiumavano di rabbia per l’assoluto vuoto intorno a loro, vuoto di interesse, vuoto politico (perfino l’iperlaicista Zapatero è andato di sua sponte a rendere omaggio al Papa…), vuoto mediatico, vuoto delle loro anime ricolme di un odio annientato dalla gioia di milioni di ragazzi sorridenti e oranti venuti da tutto il mondo per salutare e ascoltare il successore di Pietro. Da un lato si parla di mondo che crolla: non stiamo esagerando, un po’ ovunque, sui giornali e sui media, tale espressione sta facendo sempre più capolino, chiunque segua gli eventi l’avrà letta o sentita. Dall’altro, vi sono milioni di giovani (non solo quelli presenti a Madrid, ma anche tutti quelli, ben più numerosi rimasti per tante ragioni a casa dinanzi alla tv a seguire l’evento), anzi, decine di milioni, forse centinaia di milioni di cattolici giovani e non più, che seguono con entusiasmo, attenzione, fiducia, speranza, amore, le parole e le preghiere del successore di Pietro. Da un lato, ci si impazzisce, sia a livello mondiale che nazionale – basti pensare che gli Stati Uniti (dicesi Stati Uniti!), hanno rischiato, come si suole dire, il default, o basti pensare alla nostra povera Italia sempre più in via di dissoluzione – perché non si viene a capo di una crisi che ormai dura da venti anni (anche se nessuno lo ammette), e va sempre peggiorando, mentre le società “scoppiano” nella violenza folle (basti pensare ai disordini di Parigi, Atene, Madrid, Londra e Birmingham, ora Berlino, e poi?); dall’altro, ci si entusiasma per la propria fede, pur essendo perfettamente consapevoli che al ritorno a casa non vi saranno più soldi nel proprio portafoglio (semmai di meno…), e ci si riempie comunque di vita e di gioia. Mentre Galli della Loggia fotografa con acuta intelligenza il disastro attuale senza però realmente fornire via credibili di uscita (né lui né nessun altro, naturalmente), milioni di persone su questo pianeta sono già oltre. Non oltre i propri dolori, bisogni, problemi economici e di ogni genere, quelli rimangono nella vita quotidiana.

Sono già oltre nella risposta e nella speranza che danno interiormente ed esteriormente a tali dolori e problemi. Il mondo crolla, e loro pregano. Il mondo è disperato, e loro cantano. Obama, Sarkozy, Merkel, Cameron, e tutti gli altri (italiani in primis) non sanno che pesci prendere, e loro guardano con piena fiducia all’unico uomo che non ha alcun potere politico ed economico effettivo reale, ma che fornisce loro la soluzione alla loro vita. Non parla di pensioni, di scudi fiscali, di province, di FED, di Eurobond, non propone di prendersi con una spudorata guerra il petrolio della Libia come sta facendo chi per primo condannava Bush perché si voleva prendere il petrolio dell’Iraq.

Non propone ricette politiche e sociali. Eppure, i giovani sono là, da questo ultraottantenne teologo che però siede sul trono di Pietro, vale a dire sul trono – anche politico – più antico del mondo. Sembra incredibile, eppure è realtà: non Obama o chi per lui (che al massimo riceve feste e applausi ogni 4 anni per due mesi) e tanto meno i politici europei; non i grandi della finanza; non gli intellettuali, e nemmeno attori, cantanti e modelle (il cui successo è una meteora), ma solo la Chiesa di Roma può chiamare a raccolta, ovunque e quando vuole, milioni di persone, pronte ad amarla, a servirla, forse a morire per essa.

E questo ancora oggi, in questa società in cui viviamo dove tutto o quasi conduce lontano dalla fede e da Cristo. Probabilmente, molti, moltissimi, intellettuali, economisti, politici, scienziati, laicisti, indignados di ogni genere e tipo, avranno sorriso sardonicamente vedendo milioni di giovani sotto il sole e la tempesta per giorni in attesa dell’uomo più “inutile” del mondo, se non “nocivo”, mentre tutto l’Occidente sta per crollare. Ma è un sorriso amaro il loro: è il sorriso di chi non può negare a se stesso il fatto che quell’uomo inutile… non è affatto inutile. Anzi, per centinaia di milioni di persone è forse l’unico uomo veramente utile oggi sulla terra. Lui, proprio lui, che non ha alcun potere materiale, ma che ha un immenso potere dello spirito, o meglio, che gestisce questo infinito potere, un potere che non viene dagli uomini, e in quanto tale invincibile. Tutto ciò merita una riflessione conclusiva, con due aspetti, uno ab intra del mondo cattolico, l’altro ab extra. Ab intra: tutti felici? No, non credo proprio.

Inutile continuare a nascondersi dietro a un dito. L’immenso successo di queste giornate, che fanno seguito a quelle di Colonia e Sidney, appartiene sì alla Chiesa e alla fede cattolica, ma anche a Papa Benedetto XVI. Il suo stile, così profondamente differente da quello del suo predecessore, faceva pensare a tutti che le GMG sarebbero tramontate con il tempo, che i papaboys erano solo di Giovanni Paolo II, un fenomeno mediatico che sarebbe morto con lui. Benedetto XVI ha dimostrato ormai per la terza volta, dopo 6 anni dalla morte del predecessore, che non è così, anzi.

Ed è proprio questo che, mentre scriviamo, starà facendo schiumare di rabbia una non troppo minoritaria parte del clero e dei cristiani “adulti”, “progressisti”. Queste giornate, ancor prima dei laicisti e degli anticattolici di ogni risma, segnano la sconfitta proprio di tutti coloro – fedeli semplici o impegnati, intellettuali, religiosi/e, teologi e teologhesse, sacerdoti alternativi e parroci di frontiera, vescovi e cardinali ribelli – diffusi un po’ ovunque ma soprattutto nel centro-nord Europa e nelle Americhe, che credono che la Chiesa debba “aprirsi al mondo” (ancor più di quanto abbia già fatto…) accettando tutte le deviazioni dottrinali che il mondo richiede, dall’ambito teologico-morale a quello politico-sociale.

Diciamolo apertamente: i giorni di Madrid sono l’ennesima, ripeto ennesima, conferma che tutte le folli richieste del clero progressista europeo (uso degli anticoncezionali, sesso senza la remora del peccato come liberazione dalla “morale paolina”, magari per alcuni anche aborto libero, elezione popolare dei vescovi, elezione popolare del papa e durata temporanea del suo mandato, vendita dei beni della Chiesa, matrimonio dei religiosi, apertura alle donne delle cariche ecclesiastiche e della celebrazione della messa, lotta contro il capitalismo o anche contro la proprietà privata, magari anche accettazione dell’omosessualismo e perfino di altro… e chi più ne ha più ne metta), oltre a indicare palesemente da quale fonte siano ispirate, non hanno neanche alcuna utilità “mediatica”. Voglio dire che, anche senza considerare la loro follia teologica, religiosa e anche intellettiva, non servono nemmeno a “raccogliere consensi”. Il consenso era a Madrid, paradossalmente nella patria di Zapatero. Il consenso ce lo ha Pietro, che fermamente ha sempre condannato e condannerà sempre tutte e ognuna le eretiche, folli e sovversive pretese del clero progressista.

Dicono che bisogna aprirsi al mondo, e avanzano proposte di autodistruzione e perdizione per piacere a chi li vuole annientare. E nemmeno serve, perché ai giovani, quelli veri, delle loro richieste fondate sull’invidia sociale e sull’odio della sovversione morale non interessa nulla. I giovani vogliono carità, speranza, fede. Vogliono un ordine e un uomo in cui credere, che rappresenti l’unico Ordine e l’unico Uomo (Dio) per cui vivere.

Ecco perché erano a Madrid. Benedetto XVI da solo ha in questi giorni risposto chiaramente a “Noi siamo Chiesa”, a tutti e ciascuno di coloro che, dichiarandosi cattolici, credono che il mondo sia più forte di Dio. Diciamolo: in molte diocesi francesi, belghe, tedesche, austriache, svizzere, brasiliane, centro-americane, in parte statunitensi, canadesi, e in qualcuna anche italiana, oggi non si fa festa. In fondo, i veri sconfitti sono proprio loro, i cattolici “adulti” e di frontiera. Che portino in piazza due milioni di giovani, se possono… Credono di poter comprare le anime divenendo i paladini del riscatto dei piaceri del mondo: invece, i poveretti sono già umiliati su questa terra, fin da ora.

Per quanto il noto cattolico adulto prof. Alberto Melloni si disperi ogni volta contro l’attuale pontefice perché non è come lui lo vorrebbe e continua di contro a condannare i diritti dei gay e a non capire le istanze delle moderne democrazie laiche (l’ennesima denuncia del giornalista docente in tal senso è nel Corriere della Sera del 20 agosto scorso), in realtà egli continua solo a far finta di non capire che i giovani cattolici non seguono i suoi schemi da cattolico adulto che va oltre la morale paolina, ma seguono la voce del cuore che li porta da Pietro, da quel pontefice che si ostina a ribadire che la legge di Dio non cambia, né oggi né mai, con buona pace del Melloni solitario, cui rimane come unica soddisfazione l’accesso al più importante quotidiano nazionale per poter denunciare il suo personale disgusto per l’evidenza dei fatti.

Ab extra. Galli della Loggia chiudeva il suo editoriale con una eccellente osservazione. Denunciava il fatto che un’altra delle conseguenze rovinose della economicizzazione della politica mondiale è stata la fine di una robusta politica estera, specie per i Paesi europei (indica de Gaulle, Kohl e la Tatcher come gli ultimi statisti che hanno fatto qualcosa di importante in politica estera). Ha perfettamente ragione, e questo vale prima di tutto per l’Italia, da sessant’anni colonia sottomessa anzitutto in tale campo. Quando gli Stati avevano potere reale, quando esistevano statisti veri, la politica estera era il metro di misura più importante nel giudizio storico. Oggi, a parte gli USA (e ogni giorno di meno), chi fa ancora politica estera in maniera pienamente autonoma e responsabile? Ebbene, anche in questo aspetto potrebbe esservi una sorpresa. Infatti, se per politica estera si intende la capacità di uno Stato o di un governo di influenzare gli eventi e risolvere i problemi internazionali (e di conseguenza quelli nazionali), in linea di principio la politica estera più insignificante del mondo dovrebbe essere quella della Santa Sede, che non ha esercito, non ha banche, non ha potere, non ha alcuno degli strumenti necessari per esercitarla.

Eppure, il Re della Città del Vaticano, cioè il Sovrano Pontefice, in questi giorni ha fatto un’eccellente politica estera. Non nel senso tradizionale come la può intendere Galli della Loggia e chiunque altro al mondo, ma nella maniera unica che spetta alla Chiesa Cattolica di oggi: ha esercitato un potere effettivo sull’animo di decine e decine di milioni di giovani di tutto il mondo, ognuno dei quali certamente sarà più pronto a dare la sua fiducia e il suo cuore al Vicario di Cristo a Roma che al proprio Capo di Stato o leader di partito. Più politica estera di questa? E ciò è vero ancor più oggi, mentre tutto crolla intorno a noi e nessun governo è più in grado di esercitare una politica estera nel senso tradizionale del concetto. Quando tutto crolla, rimane pur sempre una cosa: l’animo di ogni uomo, con la sua intelligenza, con il suo cuore, con i suoi pregi e difetti. E chi è l’unico uomo al mondo oggi in grado di influire decisamente sull’adesione intellettuale e su quella della fede e del cuore di decine di milioni di persone in tutto il mondo? Certo, è una politica estera spirituale e morale, non economica o militare.

Quella, la Chiesa l’ha anche fatta, e per secoli. E il giudizio a riguardo spetta allo storico onesto. Ma quelli erano altri tempi. Erano i tempi in cui ogni Stato era uno Stato vero, non sottoposto a misteriosi poteri forti della finanza, i cui sovrani temevano (spesso) Dio e la legge naturale, e rendevano omaggio reale al Vicario di Cristo, erano i tempi della Cristianità, i tempi del Sacro Romano Impero e dell’universalismo cristiano. Tempi maledetti dall’illuminismo in poi, ancor oggi odiati e vituperati in nome della laicità dello Stato, in nome della democrazia odierna, quella appunto della spesa.

Un mondo poggiato su valori eterni che ci è stato strappato come ci si libera di una cosa ignominiosa, per farci vivere nella odierna società della spesa. Ci abbiamo realmente guadagnato? Forse, questi sono i giorni adatti per cominciare a porsi anche questa atroce domanda. Vuoi vedere che si stava meglio prima, nell’abominevole società cristiana, quando la fede sorreggeva la morale, la morale la politica, la politica l’economia, e l’economia serviva a garantire il bene comune? Quando l’imperatore era l’imperatore, il re il re, e il banchiere faceva il banchiere, e niente più? Anche questa, forse involontariamente, è la grande politica estera di Benedetto XVI, l’unica possibile oggi.

E forse ci si può accorgere che in questo mondo qualcuno ancora comanda, la persona più insospettabile: comanda i cuori, dirige le menti. E quel qualcuno è solo un umile servitore dell’unico eterno Signore e Re di tutto l’universo.

I giorni di Sodoma

Uno dei migliori sistemi per seguire le tracce della dirompente evoluzione del processo di distruzione di ciò che rimane della nostra civiltà cristiana e – nella misura del possibile – dello stesso ordine del creato così come voluto da Dio, è percepire i messaggi che arrivano da certe pubblicità, specie quelle a carattere meno commerciale e più ideologico (tipo “pubblicità&progresso”, insomma).

Se ne potrebbero ricordare a decine di esempi, da quelle – tanto per citarne alcune – degli anni passati della premiata ditta Benetton/Oliviero Toscani a quella di Ikea (già recentemente commentata), aperta a tutti i “tipi di famiglia” (con due giovinotti mano nella mano). Ebbene, a poco tempo da questo capolavoro della multinazionale svedese (che però, pur nella sua follia sovversiva, potrebbe essere in linea di principio ipocritamente ricondotto a logiche commerciali), un’altra pubblicità omosessualista – stavolta con cartelloni di enormi dimensioni, oltre che sui mezzi pubblici e un po’ ovunque – sta invadendo Roma, dopo il “successo” del “gay-pride”, ed è quella per il decennale del “gay village”, usuale estivo ritrovo per omosessuali finanziato puntualmente dal Comune di Roma, sia quando c’era il “ma anchista” Veltroni, e sia ora che c’è il cattolico neo simpatizzante pro-gay sindaco Alemanno (già convinto sponsorizzatore del recente “gay-pride”).

E questa volta tale pubblicità non ha nulla di commerciale, ovviamente, ha solo significato ideologico. Quale significato? Perché vale la pena di parlarne in un articolo? Cerco subito di spiegarlo in poche parole, per quanto possibile; ritengo infatti che quella che può sembrare di primo sguardo una battuta polemica in stile “gay” sia invece un vero e proprio “cartello programmatico” di un mondo infernale che sta avanzando. Vi sono varie versioni di questa pubblicità, ma il tema comune è questo: una coppia, con il naso da Pinocchio (che mente sapendo di mentire quindi) che dice: “Noi? Scherzi?”, il tutto sovrastato dalla scritta “Gay Village”.

A nessuno può sfuggire il significato del messaggio: anche chi fa finta ipocritamente di scandalizzarsi o per lo meno di non avere alcun interesse a frequentare il “Gay Village” (e quindi gli omosessuali tout court), in realtà nel profondo lo vorrebbe eccome.

È insomma solo questione di ipocrisia: siamo tutti pinocchi che prima o poi getteremo la maschera e apertamente manifesteremo l’omosessualità che vi è in noi. In ognuno di noi. In tutti noi che riteniamo l’omosessualismo un peccato aberrante. Ma in realtà non capiamo che siamo solo ipocriti o condizionati da una cultura retriva, e che prima o poi, grazie ai movimenti omosessualisti gay e ai politici complici (e qui la lista sarebbe lunga… ogni giorno più lunga…), getteremo il nostro naso da Pinocchio e manifesteremo la nostra vera natura.

Come detto, il messaggio è molto più inquietante e pericoloso di quanto forse possa apparire di primo acchitto agli ingenui. Qui non si sta solo pubblicizzando un luogo di ritrovo, nemmeno una ideologia in sé. Qui si sta affermando che un giorno tutti ci accorgeremo che anche noi siamo come loro e smetteremo di essere bugiardi con noi stessi e con gli altri.

 Insomma, è un invito a prepararci, a tagliare i tempi della nostra ipocrisia e ad affrettare quelli della definitiva liberazione. Magari iniziando ad andare al “Gay Village”… L’aspetto forse non facile da cogliere in tutto questo è quello più recondito. È l’“avviso ai viaggiatori”: “un giorno anche voi sarete come noi”. È il “smettete di mentire”. È il “siate sinceri con voi stessi”. È il “preparatevi”.

È il totalitarismo di un’ideologia che non vuole solo rivendicare presunti “diritti” inesistenti, che non vuole solo ottenere ciò che mai in nessun tempo e in nessun luogo è esistito (un conto infatti è l’omosessualità, più o meno diffusa ovunque e in tutti i tempi, un conto l’omosessualismo, cioè l’avanzamento della richiesta di diritti civili e sociali speciali proprio in quanto e perché omosessuali: questo sta accadendo solo nei nostri folli giorni), ma che vuole imporre alla società intera il proprio “stile di vita” come il migliore, e chissà, forse, un giorno, come l’unico…

 Stiamo esagerando? È la solita replica degli impauriti remissivi, che negano anche la realtà dinanzi ai loro occhi pur di evitare di affrontarla per quello che essa è. Se avessero detto – non dico a un uomo medievale, non dico a un uomo del 1500, non dico a un uomo del 1800 – ai nostri nonni che un giorno avremmo avuto sfilate di “Orgoglio omosessualista” in tutto in mondo, compreso a Roma, dove si sarebbe profanato prima il Colosseo e poi occupato il Circo Massimo, e che questo sarebbe avvenuto con il consenso dei politici, compresi quelli di “destra”, compresi quelli che si definiscono “cattolici”, e nel silenzio assoluto delle gerarchie ecclesiali, e magari con il consenso di qualche “prete di frontiera”… pensate forse che ci avrebbero creduto? O avrebbero detto: “State esagerando”… “ciò non avverrà mai”… “Gli omosessuali vogliono solo fare i fatti loro, e nient’altro, come sempre”…

Questo certamente avrebbero risposto i nostri nonni, ed era giusto pensare così a quei tempi (cioè ancora fino agli anni Sessanta…). Ma oggi, come si fa a continuare a chiudere gli occhi senza colpa e complicità? Come si fa a pensare che le lobby omosessualiste vogliano solo avere più “diritti”? Ma quali “diritti”, poi?

Volevano il “matrimonio”? Lo stanno ottenendo quasi ovunque. Volevano l’adozione dei bambini? La stanno ottenendo quasi ovunque. Pensate che si fermeranno qui? Illusi. Verranno ancora altri “Gay Pride”, altre richieste, senza sosta. E più otterranno, più vedranno politici disponibili e complici, più vedranno le gerarchie ecclesiastiche silenti e prone, e noi laici esterefatti ma innocui, anzi, col tempo, “abituati” a ciò che solo 50 anni fa era impensabile e inimmaginabile, più avanzeranno richieste. Lo ripeto per i sordi e i muti: più avanzeranno richieste.

Quali richieste? Chissà, provo a indovinare… Magari un giorno, scendendo e precipitando in questa china, qualche lobby omosessualista potrebbe avanzare un’accusa verso chi omosessuale non è: quella di “razzismo sessuale”… E tutti sappiamo molto bene che in questa nostra società laicista e tollerante si può essere tutto, fuorché “razzista”. Ci avete mai pensato a questa eventualità e alle sue conseguenze? Sono esagerato? Magari lo fossi…

Preghiamo Dio che sia così. Ma, personalmente, non mi meraviglierei di certo se si arrivasse a questo. Non posso più permettermi il lusso di far finta di vivere nel mondo di mio nonno. Concludo con la più amara delle riflessioni. Se il problema fossero solo gli omosessualisti e le loro folli pretese, sarebbe (ed è) un’immane tragedia, il segno della fine melmosa della nostra civiltà. Ma c’è di peggio, molto peggio. Ci sono i politici conniventi e sponsorizzatori, non solo di sinistra, ma anzitutto di destra (ministre d’assalto, sindaci “cattolici”, laicisti di ogni genere). Ci sono gli scienziati alla Umberto Veronesi (ogni giorno sui giornali e in tv) che ci ammoniscono che quello omosessuale è l’unico amore puro. Ci sono i cattivi maestri della tolleranza a ogni costo, sparsi ovunque nelle scuole, nelle università, nelle televisioni, sui giornali, nelle famiglie, ovunque.

Ma soprattutto c’è il silenzio devastante di chi dovrebbe urlare. Di chi dovrebbe ricordare a tutti ogni giorno cosa è avvenuto a Sodoma e Gomorra. C’è il silenzio di chi dovrebbe essere pronto a dare la vita ogni giorno per difendere l’ordine del creato, così voluto da quel Dio a cui ha donato la propria vita. C’è il silenzio di chi ha la somma responsabilità su questa terra, che è quella di assicurare la vita eterna a ogni anima, di servire e difendere la Verità, di proteggere l’innocenza e la purezza, di preservare dal peccato non solo gli adulti, ma anzitutto i bambini.

C’è il silenzio di chi si preoccupa più di dare moschee ai musulmani, di difendere no global e criminali e di denunciare la svalutazione dei bot che di urlare a squarciagola, fino alla morte se necessario, “NON LICET!”. C’è il silenzio di chi non perde un’occasione per sdegnarsi per il Bunga Bunga di uno e poi tace dinanzi all’omosessualizzazione della società intera. Dinanzi ai bambini affidati a coppie dello stesso sesso. C’è il silenzio di quelli che dovrebbero essere i nostri padri, preoccupati di molte altre cose. E allora, tocca a noi parlare. Perché «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt., 18,6). E non possiamo più essere complici dei complici degli scandalizzatori.

Napoli e la sua nemesi

Quando si è saputo della vittoria di De Magistris a Napoli, le persone intorno a me erano abbastanza dispiaciute, arrabbiate, costernate anche, come ovvio che sia. Anche per me naturalmente questi sono stati i primi sentimenti (ancor più aggravati dall’incredibile vittoria di Pisapia a Milano), ma poi, dopo breve riflessione più intuitiva che razionale, ho sentenziato:

secondo me è meglio così. E di gran lunga… De Magistris non è un semplice uomo di sinistra, e non è neanche un Masaniello, come è stato detto, perché non ha fame, anzi, sta molto bene. È invece un giacobino della peggior specie, cioè di coloro che non credono in nulla se non alla propria ambizione personale e fanno del loro giustizialismo strumento di carriera.

Ora ha vinto: ma non essendo un semplice politico di sinistra, come Bassolino o la Jervolino, non potrà venire a patti con Napoli. E nemmeno con la padrona di Napoli, la camorra. Dovrà sfidarla, e vincerla pure: ed è proprio questo il grande vantaggio per noi: qualcuno infatti ha dubbi su chi vincerà la sfida tra Napoli e De Magistris? Tra De Magistris e la camorra?”.

Dicendo tutto questo, non immaginavo che avrei avuto ragione solo dopo una settimana… Ma non è di questo esattamente che volevo parlare. Volevo sottoporre all’attenzione una piccola amarissima riflessione, ancor più scomoda nell’anno 150nario in cui ci siamo tutti (o quasi) sentiti italiani con tante bandiere alle finestre.

Fin da quando andiamo a scuola, fin dalle elementari, ci fanno respirare a pieni polmoni la “vulgata” risorgimentale, in tutti i suoi triti e ritriti aspetti oleografici. Fra questi, uno dei più consistenti e ripetuti è quello della mostruosa arretratezza del Regno delle Due Sicilie, la “negazione di Dio”, come fu definito a quei tempi, terra di abbandono e miseria, ingiustizia e orrore sociale, dove 7 milioni di persone gemevano nella fame e languivano nella sporcizia in attesa del “riscatto” italiano, della “liberazione” piemontese, che arrivò puntuale a liberare il Sud arretrato per trasformarlo finalmente in una terra di progresso, orgogliosa di essere italiana.

È fin troppo facile oggi fare ironia sulle scempiaggini risorgimentali, sulle calunnie infami su cui i padri della Patria dovettero costruire la giustificazione morale per invadere un Regno sette volte secolare, pacifico, alleato del Re che lo invase, a quei tempi il più progredito d’Italia, dopo il Lombardo-Veneto; scempiaggini imperdonabilmente ripetute decine di migliaia di volte in questi 150 anni, dai manuali di scuola ai libri di storia più impegnativi, dai giornali alla tv, dai discorsi dei docenti a quelli dei politici, ecc. Non mi attarderò quindi a riportare facile vittoria su tutto quanto – e questo vale specie per uno come me che di mestiere fa lo storico del Risorgimento – si sente da decenni.

Più amara riflessione voglio fare per concludere: ed è quella della infallibilità della nemesi storica. I padri dell’unitarismo italiano presentarono – mentendo sapendo di mentire – il Regno delle Due Sicilie, e in particolare la città di Napoli, come una mostruosità della società umana (paragonata ai bassifondi di Istanbul), e questo ovviamente per poter giustificare come detto l’invasione piemontese agli occhi propri, degli italiani, dei governi europei, dei posteri.

Ora, in questi 150 anni di unità statuale, neanche a farlo apposta, la terra che più di ogni altra ha subito conseguenze negative dell’unificazione è il Sud Italia (questione meridionale, corruzione endemica, clientelismo, mafia e camorra et similia, povertà, disoccupazione, arretratezza sociale e civile, mancanza di infrastrutture e di speranze per i giovani, immigrazionismo, e chi più ne ha più ne metta…). E la città che più di ogni altra verte in una situazione di orrore (stavolta veramente orrore) di sangue quotidiano per le vittime della camorra e di fetore di immondizia di cui è sommersa, è proprio Napoli.

Quella Napoli che nel XVII secolo era capitale europea di cultura e benessere, che sotto i Borbone ha visto cambiare il suo volto sociale, urbano e architettonico, quella Napoli, situata in un paradiso naturale (“Vedi Napoli e poi muori”) che le ha permesso di produrre una civiltà propria, nel senso di cittadina ma allo stesso tempo universale, nella letteratura, nella poesia, nell’arte, e, soprattutto, nella cucina e nella musica (una cucina amata ovunque, regina fra tutte le tradizioni culinarie di questo pianeta, una musica celebre in tutto il mondo, quasi si trattasse di una produzione nazionale anziché urbana), quella Napoli meta di tutti i grand tour del ‘700 e dell’‘800, celebrata dalle migliori penne del romanticismo e dai migliori pennelli del XIX secolo – questa Napoli oggi, dominata dalla nostra Repubblica Italiana, governata da decenni dai partiti del “sol dell’avvenire”, del progresso civile e sociale del proletariato, questa Napoli, nipote della conquista garibaldina, figlia della resistenza delle quattro giornate, frutto del celebratissimo “rinascimento bassoliniano” di cui per dieci anni tutti i giornalisti d’Italia ci hanno riempito gli occhi e le orecchie, ebbene, questa Napoli, ora in mano al giacobino De Magistris esponente di lusso della sinistra giustizialista, muore immersa nell’immondizia. Un’immondizia morale e civile, prima ancora che materiale. Oggi, si può ben dire, “Se vedi Napoli, poi muori”…

La Napoli degli acquarelli ottocenteschi, con il Vesuvio fumante e il suo popolo (nobili e scugnizzi, frati e borghesi mischiati insieme in armonia sociale e civile) che passeggia negli incantevoli panorami di Posillipo o di Capodimonte, nella marina di Via Caracciolo o in Piazza Plebiscito; la Napoli delle canzoni di fine ‘800 e prima metà del ‘900, famose in tutto il mondo per la melodia e le parole, per il dramma e l’ironia; la Napoli della funicolare e del traghetto per Capri, Sorrento e Ischia; la Napoli poetica Ferdinando Russo e Salvatore Di Giacomo, e la Napoli gioiosa di Totò e Peppino o drammatica dell’Oro di Napoli o di Miseria e nobiltà; la Napoli di san Gennaro e Pulcinella, del Pazzariello e del guappo; questa Napoli, tutta sole mare mandolino pizza e spaghetti, per quanto la si voglia oggi deridere o biasimare, è esistita, e, a suo modo, era una civiltà.

Civiltà che solo a Napoli si può capire e vivere, non altrove, nella sua filosofia secolare, fatta di fatale e scettico ma anche saggio abbandono alla vita e alla Provvidenza, come di incontenibili esplosioni di ira popolare e di gioia collettiva; questa Napoli, in qualche modo ancora esistente 50 anni fa, oggi è sommersa dall’immondizia del progresso civile e sociale della nostra Repubblica, e dal sangue camorristico della tolleranza giudiziaria, politica e morale della nostra classe politica e culturale. Al posto degli acquarelli, foto d’epoca della serenità povera e tenace di un popolo, oggi vi è Scampia e Secondigliano, altra foto d’epoca di questi giorni di sangue e immondizia. E più Napoli sprofonda in questo abisso, vera “negazione di Dio”, più storici e giornalisti, docenti, politici e intellettuali, ci vengono a dire che Napoli fu liberata 150 anni fa dalla barbarie borbonica…

È tutta colpa del Risorgimento? Della Repubblica? Di Bassolino e soci? Non del tutto, occorre essere onesti. È colpa anche dei napoletani: non solo e non tanto perché dovevano aspettarselo 150 anni fa; quanto piuttosto perché se ancora oggi, dopo 150 anni, continuano a non capire, continuano a dimenticare quanto era bella Napoli quando non era italiana ma napoletana, continuano a dimenticare quanto era bella Napoli sotto i mostruosi Borbone, continuano a dimenticare ciò che le loro canzoni del passato e i loro acquerelli, quadri e affreschi stanno lì a ricordare ogni giorno, se ancora oggi, dopo 20 anni di bassolinismo e jervolinismo, continuano a votare a sinistra, se ancora oggi, dopo aver vissuto da decenni sotto il regno della camorra, continuano a volerci vivere, ebbene, allora è colpa anche dei napoletani, soprattutto dei napoletani.

Soprattutto di quelli che credono che Bassolino e De Magistris siano la soluzione alla camorra. E all’immondizia. “La maledizione degli uomini”, fa dire J.R.R. Tolkien a uno dei suoi personaggi: “è che dimenticano”. E quante cose hanno dimenticato i napoletani…

E oggi la Storia presenta loro il conto. Un conto non salato, ma “fetente”, per usare per l’appunto nel suo senso più letterario una nota colorita espressione partenopea. Un consiglio mi permetto di dare ai napoletani: per tornare alla memoria della Storia, si vadano a rileggere quello che fecero i loro antenati nel 1799, come reagirono quando arrivarono i giacobini e i francesi che volevano cacciare i Borbone e annientare la religione, per costruire una “nuova Napoli”, repubblicana e democratica. Se lo vadano a rileggere, perché potrebbero scoprire che i loro antenati, i celebri lazzaroni, ignoranti e poveri, sudditi dei Borbone e non cittadini della Repubblica Italiana, erano molto più intelligenti di loro, perché capirono subito cosa stavano perdendo, cosa stava arrivando in cambio, e seppero cosa fare.

Si vadano a rileggere le parole del loro inno, la “Carmagnola”. Lì c’è scritto già tutto… Può essere un buon modo per ricominciare a trovare la propria memoria, la propria storia, la propria civiltà, la propria libertà. Basterebbe capire che camorra e immondizia sono la stessa cosa, su tutti i piani, morale, civile, sociale, politico. E che hanno la stessa causa e la medesima fonte. Provate a indovinare quale è questa causa, dove è questa fonte, cari napoletani.

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