Corrado Gnerre

Nei tempi in cui parla tanto di san Francesco d’Assisi, vengono colpiti Francescani che vivono in maniera radicale la Regola

Lo scrittore inglese Chesterton spesso diceva che la chiave di lettura per capire la realtà sono i paradossi, non perché alla paradossalità corrisponda la logica, tutt’altro, bensì perché attraverso la dimensione paradossale diventa più facile evidenziare ciò che è nel senso delle cose: un po’ come si può capire l’ordinario attraverso lo straordinario e viceversa.

Ovviamente ci sono paradossi e paradossi. Ci sono paradossi che in un certo qual modo sigillano il senso della realtà per cui questa (la realtà), proprio attraverso il paradosso, diviene più comprensibile; ma ci sono paradossi che contraddicono la realtà in quanto tale, facendola diventare ancora più incomprensibile.
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Solo l’uomo casto può assaporare veramente la Bellezza

Percepire la bellezza è una capacità data solo ad un’anima pura, perché solo essa l’apprezzerà per se stessa e ne coglierà, per così dire, l’essen- za, e non solo l’utilità. Questa è la grandezza a cui può aspirare l’uomo, se non sceglie la via della “bestializzazione”… 

Il filosofo cattolico tedesco, Joseph Pieper (1904-1997), riflette sulla prima questione della temperanza della Summa Theologiæ di san Tommaso d’Aquino. Egli scrive: «Solo una sensibilità casta è capace di portare a compimento questa potenzialità specificamente umana: percepire la bellezza sensibile, per esempio quella del corpo umano, come bellezza e goderne unicamente per essa [...] in un diletto immune e libero da quella bramosia edonistica che tutto offusca e ammorba. [...] È stato detto con ragione: solo in un cuore puro può fiorire il sorriso, il sorriso libero e liberatore. Con eguale ragione possiamo dire che solo a chi lo contempla con occhio puro il mondo offre la sua bellezza». Continua a leggere

Tra primato dell’economia e tecnocrazia, il dovere e la bellezza di rimanere fedeli a Dio

L’Epifania è la manifestazione di Dio che si offre all’adorazione dell’uomo (tutto il Natale è Epifania), prendendo come momento più emblematico l’arrivo di alcuni potenti e sapienti che vanno ad adorare il Verbo incarnato.

Ebbene, questo fatto (perché di fatto si tratta!) ci dà come sempre diverse possibilità di riflessione.

Partiamo con delle parole del grande filosofo cattolico Gustave Thibon (1903-2001), che nel suo La scala di Giacobbe così scrive: “Non cercare di stringere l’astro che brilla solo per guidarti. Restagli fedele, a dispetto di tutto. E troverai l’ideale incorporato al reale: la stella del cielo t’insegnerà il vero senso della terra. Le cose supreme non fioriscono che al di là della tomba. Maesse cominciano quaggiù e la loro fragile semenza è nei nostri cuori, e niente fiorisce nel cielo, che non sia prima germogliato sulla terra.” Continua a leggere

Il Natale: l’ineluttabilità del bisogno nell’evidenza della nostalgia

 La nostalgia è ciò che schiude all’uomo la consapevolezza della sua grandezza, una grandezza che è ancorata al divino. Platone formula una teoria della conoscenza che non è cristianamente condivisibile. Egli dice che l’anima dell’uomo avrebbe contemplato le idee nell’Iperuranio e poi, una volta incarnatasi, conoscerebbe per reminiscenza. Una teoria, questa, inaccettabile, perché l’anima dell’uomo non preesiste al suo corpo. Eppure in questa concezione Platone dice qualcosa di vero. Dice che l’uomo è contraddistinto dalla nostalgia. L’uomo ha il desiderio dell’assoluto, eppure nulla sulla terra è assoluto. L’uomo ha il desiderio di infinito, eppure nulla sulla terra è infinito. Come allora si giustificano tali desideri?

Lasciamo in sospeso questo interrogativo. Continua a leggere

Alcune note sul concetto di modernità

Recentemente Massimo Introvigne su La bussola quotidiana ha recensito un testo di Massimo Borghesi su Augusto del Noce. Non entro nel merito del testo di Borghesi perché non l’ho letto e quindi evito di far riferimento  a ciò che Introvigne dice sul testo in questione.

Né entro nel merito della lettura che Introvigne dà del pensiero delnociano, perché di certo lo studioso torinese ne sa molto più di me, essendosi anche giovato – come dice lui stesso – di una frequentazione con colui che è stato uno dei più grandi filosofi del ‘900. D’altronde va il merito ad Introvigne non solo di possedere una competenza vastissima ma anche di parlare dopo essersi ampiamente documentato. Ciò gli va riconosciuto. Si può non sempre essere d’accordo con lui, ma è così.  

Dove però vorrei dire qualcosa è in merito ad una questione che Introvigne stesso palesa nella sua recensione, ovvero quella che attiene alla categoria della modernità. Bene fa Introvigne a dire tre cose. Primo: bisogna distinguere tra una modernità cronologica ed una ideologica. Secondo: la scuola contro-rivoluzionaria mantiene pienamente la sua attualità avendo altrettanto pienamente compreso la modernità come un unitario processo immanentista e rivoluzionario. Terzo: anche la scuola contro-rivoluzionaria sa distinguere tra una modernità cronologica e una modernità ideologica. Tali affermazioni sono assolutamente incontestabili. Confondere la modernità ideologica con quella cronologica è un assurdo. Anch’io sono cronologicamente postmoderno ma non per questo mi sento di esserlo culturalmente. Fin qui dunque tutto bene.

C’è però un ma. Mi riferisco al fatto che Introvigne nel suo articolo ribadisce un punto che già ha espresso altre volte soprattutto commentando un celebre discorso di Benedetto XVI a Lisbona nel 2010. Il punto è questo: la modernità avrebbe espresso domande giuste dando però risposte sbagliate.

Ora, per capire se ciò è vero bisogna inevitabilmente porsi una domanda di questo tipo: ma quali sono le domande che ha posto la modernità?

Interrogativo a cui – diciamolo francamente – non è difficile rispondere. La modernità come categoria filosofica ha posto fondamentalmente due domande, da intendersi come aspirazioni: la centralità dell’uomo e lo sviluppo del suo pensiero sia culturale che scientifico. Ora, queste domande sono esclusivamente moderne? Solo la modernità le possiede? Nella societas christiana (come si dovrebbe chiamare il Medioevo) vi era tanto una centralità dell’uomo (potremmo definirlo “antropocentrismo teocentrico”) quanto un adeguato sviluppo scientifico-tecnologico. Tanto è vero che sono state proprio la cultura e l’antropologia cristiane a determinare la traduzione della conoscenza scientifica del mondo antico in sviluppo tecnologico e quindi a far sì che il bacino del Mediterraneo “planetarizzasse” il mondo.  

Certo, le domande giuste e peculiari della modernità ci sono, ma sono relative a problemi che ha posto e ha causato la modernità stessa, tanto è vero che essa ha dovuto necessariamente attingere a ciò che l’ha preceduta. Pensiamo – per esempio – a quelle encicliche sociali che hanno cercato di rispondere ai guasti di un certo tipo di industrialismo e liberismo.

Dunque, cosa significa che la modernità ha posto domande giuste dando però risposte sbagliate? Lo ripeto: le cosiddette domande che ha posto la modernità sono domande perennemente presenti nell’ordine naturale che solo (o se si vuole: soprattutto) il Cristianesimo può adeguatamente promuovere grazie al suo non conflittuale ma armonico rapporto con la ragione e con la lex naturalis.

 Ciò non è passatismo né rinuncia al valore del progresso. Il vero progresso è acquisizione di esperienza, è utile uso della storia; guarda caso il contrario della modernità che fa della storia non un mezzo ma un fine.

Prendere le distanze dalla modernità non vuol dire avversare qualsiasi sano sviluppo né tantomeno credere ingenuamente che l’uomo non sia collocato nel divenire storico, piuttosto tener presente che la storia è anche applicazione di una mentalità all’azione umana e che ogni epoca va valutata per questo giudizio di fondo.

Il giudizio di fondo della modernità è sì la promozione dell’uomo ma trasformando l’antropocentrismo teocentrico del medioevo con un antropocentrismo radicale e lo sviluppo del pensiero scientifico–tecnologico con una deriva tecnocratica della stessa. 

 Tutto questo per due motivi che non possono essere trascurati nello  studio della modernità: la dimenticanza della creaturalità dell’uomo e la negazione del peccato originale. Pio XI definì il socialismo intrinsecamente perverso per far capire come le dottrine socialiste non possono essere separate da un immanentismo di fondo, dando così un colpo notevole a chi – alla Maritain - voleva considerare il socialismo come una sorta di “eresia cristiana”: tolto l’ateismo, potrebbe essere recuperato. Lo stesso va fatto per la modernità. Lo studio della sua essenza ne palesa l’intrinseco errore e ne impedisce qualsiasi recupero.

Altra cosa è il valore del progresso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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