“LA RIVOLUZIONE NELL’ARTE”. Minaccia alla lettura!

Un libro sull’arte presentato dall’amico Roberto Allieri, autore di numerosi articoli sul Blog Oltre il giardino

Di Roberto Allieri, 13 Marzo 2022

Cari amici, ma anche carissimi non amici e soprattutto cari agnostici della mia amicizia, riprendendo le iniziative già proposte qualche giorno fa (QUI e QUI) vorrei suggerirvi un altro libro sul quale meditare. Scusate i termini altamente offensivi (libro? meditare?) in questi tempi di informazione disimpegnata, mordi e fuggi, ghermita su dispositivi elettronici da social o mail.

Lo so, il libro è roba da vecchi analfabeti della comunicazione smart. La carta su cui è stampato è un oltraggio agli alberi e alla natura; la sua produzione uno spreco di energia e di CO2. Ogni libro è una limitazione, se non un furto al nostro tempo da destinare alle connessioni. E’ una pretesa di ridurci alla schiavitù del silenzio o della concentrazione, necessari per affrontare tante pagine scritte.

L’invito alla lettura di un volume stampato è percepito oggi come una minaccia. Se lo proponi a qualcuno vieni guardato storto come se volessi schiacciargli un callo. E, in effetti, se andassi in giro a schiacciare calli alla gente con un martello susciterei maggiori entusiasmi di un invito alla lettura.

E allora che scrivo a fare una recensione di un vecchio libro che nessuno leggerà?

Fatti miei! Voi preoccupatevi di leggere queste mie importanti annotazioni e l’acutissima raccolta di impressioni. E, se vi piaceranno, vi prego di recensire con entusiasmo questo mio breve componimento, per promuoverne la diffusione.

Dunque, ecco la proposta del libro di cui voglio ora parlarvi: ‘La rivoluzione nell’arte’ di Roberto Marchesini, prima edizione 2016.

Il volume costerebbe circa 15 euro. Difficile rubarlo, pardon, volevo dire trovarlo, nella maggior parte delle librerie. Su internet potreste recuperare la versione e-book, purtroppo a pagamento. Se invece preferite avvalervi del diritto di procurarvi una copia digitale pirata o un pdf non autorizzato, vi consiglio di rivolgervi direttamente all’autore. Perlomeno potete provarci. Magari potrete anche chiedergli una copia cartacea barattandola con una bottiglia di birra artigianale (vino no, non gli piace). Anche una tavoletta di cioccolato va bene.

L’autore Roberto Marchesini è un personaggio molto conosciuto, soprattutto presso i suoi famigliari. Oltre ad essere un affermato e stimato venditore porta a porta dei suoi libri (professione nella quale si distingue per la sua appiccicosa ostinazione) il buon Marchesini svolge anche attività di psicologo e psicoterapeuta in uno studio a Milano. Guadagna tantissimo!

I suoi volumi sono anche commerciati all’ingrosso con forniture a mense, ospizi, industrie tessili e ospedali della Val Engadina, in Svizzera.

‘La rivoluzione nell’arte’ è sicuramente una delle migliori opere di Marchesini, un libro di notevole interesse e di scorrevole lettura. Io stesso ho letto senza difficoltà l’inizio del libro e qualche pagina qua e là (mica pretenderete che mi sorbisca tutto il mattone solo per voi!). E ne ho ricavato le seguenti note.

COME APPROCCIARSI ALL’ARTE

Roberto Marchesini
Roberto Marchesini, specializzato in psicoterapia sistemico-relazionale, opera presso il Centro Milanese di Terapia della Famiglia

Raccomando questo libro agli studenti, digiuni di competenze e conoscenze sull’arte nonché sulla storia dell’arte. Ma ancor di più lo raccomando a tutti quelli che credono di saperne o a coloro che magari assimilano ogni espressione artistica con smarrimento, superficialità o senza criteri interpretativi.

L’itinerario in cui ci guida Marchesini abbraccia tutte le principali espressioni artistiche: musica, pittura, architettura, scultura, letteratura, teatro, danza, fotografia e cinema. Il tutto condensato in 150 pagine, apparentemente leggere, brillanti ed aneddotiche; in realtà molto acute, con approfondimenti filosofici e metafisici che meriterebbero una rilettura (sto parlando ai masochisti). Ecco perché potreste anche permettervi di barattare questo libro con un più oneroso salame senza pentirvene, gratificando l’autore per i suoi meriti. Attenti però che così non ve lo staccherete più di dosso.

Da parte mia sono un po’ in difficoltà nel voler condensare tanto scibile umano in poche righe. Dovendo fare una cernita di spunti, partirei dal senso dell’arte ovvero dal suo significato. L’ars dei latini e la techne

Apollo Belvedere 3.jpg
Apollo del Belvedere, copia romana di età ellenistica (350 a.C.), Musei Vaticani

dei greci rimandava alla retta norma per compiere determinate opere ovvero mestieri. Difatti, da sempre, la locuzione ‘a regola d’arte’ vuol dire un lavoro ben fatto. L’arte nei secoli scorsi ha sempre significato fare le cose come si deve o ‘come Dio comanda’. Il collegamento tra arte, bello, vero, giusto e Dio era patrimonio comune: già Aristotele affermava che la bellezza è dono di Dio e quindi compito dell’arte è imitare la natura che è espressione di perfezione ma anche di un progetto.

Scoprire che la natura ha una finalità scritta in un progetto (e che quindi dietro essa c’è un progettista), capire che la realtà che ci circonda non è frutto del caos o di casualità, pone l’uomo in un atteggiamento di stupore, con un metro da utilizzare nella sua ricerca: bello è ciò che riflette la finalità presente nella natura; brutto ciò che non si conforma ad essa.

Secondo la cultura classica e cristiana la bellezza riconduce all’ordine, alla simmetria, all’armonia, alle proporzioni: il piacere dell’uomo scaturisce dalla partecipazione alla bellezza di Dio e avviene per attrazione, perché il senso della bellezza è già scolpito nel nostro animo. Anche l’infante di pochi mesi custodisce il senso del bello, apprezza le giuste proporzioni e rifugge ciò che è disarmonico ed esteticamente brutto.

Ad un certo punto della nostra storia però si è arrivati ad un divorzio tra arte e bellezza. O forse sono cambiati i canoni per definire ciò che è bello.

NON E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO MA E’ BELLO CIO’ CHE PIACE

(O CHE VIENE FATTO FORZATAMENTE PIACERE)

IL CANONE SOGGETTIVO E IDEOLOGICO SOPPIANTA QUELLO OGGETTIVO

Qualcuno suggerisce che l’arte contemporanea non ha più un fine estetico-sensoriale, bensì intellettuale. La funzione dell’arte oggi è veicolare un messaggio che magari non è immediatamente comprensibile. Perciò va spiegato. Ecco allora che il significato di un’opera non è più univoco. Per esempio, una stessa scultura (una sfera di metallo) può essere banale o artistica a seconda del contesto e del messaggio di cui è caricata. Quando l’arte diventa concettuale può succedere che il messaggio diventi criptico o di una banalità sconcertante; o che pretenda arrogantemente di mascherare l’assoluta mancanza di talento o di capacità tecniche.  

Carla Accardi, «Animale immaginario» del 1988, asta al Dorotheum, Vienna

Quel che è peggio, però, è l’ossessione tipica dei moderni artisti di voler distruggere ogni valore, infrangere norme, dissacrare, anche suscitando disgusto. Sono, questi, i tratti tipici dell’arte rivoluzionaria sulla quale Marchesini espone una particolareggiata analisi.

Seguiamo dunque Marchesini nel suo percorso divulgativo. La giusta domanda che il nostro maestro di pensiero si pone, tra una birra un pezzo di cioccolato e un salame, per poter spiegare questo cambio di paradigmi a partire dal diciottesimo secolo è questa: cos’è la rivoluzione?

La risposta, che non riguarda solo il mondo dell’arte, è articolata in molte pagine.

La rivoluzione, ci viene spiegato, è essenzialmente un processo volto a sovvertire e distruggere l’ordine e l’armonia del creato. Conseguentemente, si scaglia anche contro la bellezza, della quale si pone in antitesi.

Interessante, in merito, questa citazione di un altro autore, Massimo Introvigne:

il movente primo della Rivoluzione è l’empietà, l’odio contro Dio che è cagionato dall’orgoglio e dalla sensualità, conseguente all’invito satanico “sarete come Dio” della Genesi. Poiché Dio è irraggiungibile, l’odio rivoluzionario si scaglia contro le sue opere e anzitutto contro l’ordine, riflesso della perfezione divina. L’odio contro Dio si articola poi in odio contro la ragione’.

Tela Arte Contemporanea "CAOS COMPLETO"
Manuel Zaccarella, Caos completo

Riprendendo poi un altro pensatore del secolo scorso, Plinio Correa de Oliveira, si arriva a comprendere che ‘l’orgoglio è, insieme alla sensualità, uno dei due valori metafisici della Rivoluzione’. Il risentimento è il sentimento rivoluzionario per antonomasia. La negazione dell’ordine, bellezza, armonia che non si può o non si vuole raggiungere genera invidia. Negli ultimi tre secoli la ribellione si è radicalizzata nell’odio ed è diventata un fenomeno suicidario che ha finito per investire ogni manifestazione di arte.

La Rivoluzione andrebbe inquadrata in un contesto metafisico (per intenderci meglio, in una contrapposizione, non solo filosofica, tra forze del bene e forze del male); il suo obiettivo principale è da sempre la demolizione della civiltà cristiana in quanto tale. In tale ottica, si spiegano più chiaramente le dinamiche rivoluzionarie che hanno caratterizzato l’involuzione delle principali manifestazioni dell’arte, sino ad arrivare alla negazione degli specifici canoni artistici.

Le indagini di Marchesini in questo libro, ripercorrono le tappe del declino e della corruzione delle varie arti, con sapienti pennellate che mettono in luce episodi e personaggi chiave. Il punto discriminante, per ogni espressione artistica, tra il mondo di prima e il mondo di poi, è il secolo dell’illuminismo e della Rivoluzione francese.

Non potendo soffermarci su tutte le analisi che l’autore ci offre sull’evoluzione storica delle varie discipline artistiche, consideriamo emblematicamente la parabola avvenuta nel campo della pittura. Riprendiamo il discorso di Marchesini, citando e collegando le sue testuali parole (per i diritti di autore ci metteremo d’accordo con qualche caramella).

LA PAROLA A MARCHESINI

UNA CARRELLATA SULL’EVOLUZIONE DELL’ARTE PITTORICA NEGLI ULTIMI SECOLI

La pittura riguarda la rappresentazione che l’artista fa della realtà attraverso la produzione di immagini. La storia della pittura occidentale è quella di una continua evoluzione tecnica che, a un certo punto, si arresta, addirittura retrocede. Il vertice pittorico dell’arte occidentale può essere riconosciuto nella pittura barocca, in particolare quella di Caravaggio.

L’arte nata con il Concilio di Trento dominò la scena artistica fino al Settecento.

In quel secolo qualcosa accadde a livello metafisico e a livello artistico se ne videro le conseguenzeLa bellezza neoclassica abbandonò il realismo barocco per ricercare l’idealità espressa dalle statue greche. La figura umana scomparve dall’arte pittorica poiché, con le sue imperfezioni turbava l’olimpica serenità e grandezza dell’arte classica. Il Neoclassicismo fu un fenomeno di chiara rottura rispetto alla pittura precedente.

Figlio del Neoclassicismo fu il Romanticismo. Nei suoi quadri l’uomo appare piccolo e fragile nei confronti delle forze della natura; la cultura e la religione sono rovine (di palazzi, templi e chiese) decrepite, sommerse da piante e rampicanti.

A sua volta il Romanticismo fu superato dal Realismo. Sparisce, nella pittura, la metafisica e trionfa il materialismo.

Dal Realismo derivò l’impressionismo che del primo condivideva l’idea rivoluzionaria. Si impose l’utilizzo di una nuova tecnica con lo scopo di rappresentare esclusivamente l’impressione che i nostri sensi ricevono dalla realtà.

Dall’impressionismo all’Espressionismo: se nell’Impressionismo la realtà si imprimeva, senza mediazioni razionali, sull’anima dell’artista, con l’Espressionismo è la proiezione dell’anima dell’artista che viene riportata sulla tela: un’esplicita ribellione contro la realtà oggettiva. Ciò che conta è il sentire dell’artista, la sua visione soggettiva della realtà. Ad esempio, Van Gogh soffriva di disturbi psichiatrici, Munch di nevrosi: la loro pittura è l’espressione di una interiorità distorta, sofferente, malata.

Da Gaugin, precursore dei Fuaves (belve), attraverso Matisse, cultore dell’arte primitiva africana, arriviamo a Picasso. Fu proprio Matisse infatti ad iniziare Picasso alla oscura e selvaggia dissoluzione del pensiero occidentale, offerta dall’arte africana. Con il quadro ‘Les Demoiselles d’Avignon’ abbiamo l’abbandono totale e definitivo della prospettiva e dei canoni fondamentali della pittura occidentale. Già però gli impressionisti e soprattutto gli espressionisti avevano abbandonato il realismo dei colori e il chiaroscuro, Gaugin aveva rinunciato alla profondità, dipingendo figure bidimensionali, Cezanne aveva messo in crisi la prospettiva.

E arriviamo alla pittura astratta (KandinskiJ, Mondrian, Klee): il soggetto di un quadro diventa assolutamente irrilevante: per dipingere bastano forme e colori.

Successivamente, venne alla ribalta un movimento d’avanguardia tutto italiano: il Futurismo, incarnato principalmente da Marinetti. Quest’ultimo profuse il militarismo, il giovanilismo progressista, l’azione violenta, il rifiuto della tradizione, l’infatuazione positivista per la scienza e la tecnica, il socialismo rivoluzionario.

I futuristi, secondo l’entusiastica analisi che ne fece Gramsci, ‘hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto senza preoccuparsi se le nuove creazioni fossero nel complesso un’opera superiore a quella distrutta’.

Nel primo dopoguerra si afferma la pittura metafisica (Giorgio e Andrea De Chirico, Carrà), che di metafisico non ha proprio niente. Essa predilige la stasi e l’immobilismo (contrapposto alla frenesia futurista), dipinge soggetti irreali, raffigura un mondo onirico: fugge al mondo fisico per rifugiarsi in un altro mondo (da qui il termine impropriamente definitorio ‘metafisico’), quello dei sogni, prodotto dell’inconscio.

Il Dadaismo, in voga negli anni’20 del secolo scorso, ci porta al nulla (Dada non significa nulla): il suo obiettivo è la negazione del senso. Frutto della pittura metafisica e del Dadaismo è il Surrealismo (Magritte, Mirò, Dalì), che diede spazio ad una realtà alternativa, pura espressione dell’inconscio, oltre la realtà: surreale, appunto. Qui motivo dominante è il caos assoluto, la decadenza totale, una natura snaturata: il surrealismo è l’ultimo frettoloso passo verso lo sfacelo dell’arte e dell’uomo.

Dopo la seconda guerra mondiale il polo della pittura si spostò negli Stati Uniti. Pollock inventò e lanciò la tecnica dell’action paintig (spruzzare o lasciar sgocciolare il colore sulla tela). Altri artisti (?) americani in queste forme d’arte ormai degenerate si affermarono grazie alla profusione di mezzi e alla promozione massiccia di facoltosi mecenati (famiglia Rockefeller, l’ereditiera Peggy Guggenheim in primis) che investirono montagne di dollari per accreditare gli artisti americani in Europa. L’opera artistica acquistò interesse non per la sua bellezza ma per il suo valore commerciale: divenne un investimento economico, una speculazione. Tanto più ricercata quanto più di moda.

In Italia questa tendenza venne al contempo denunciata ma anche assecondata da Pietro Manzoni, che nel 1961 mise in commercio 90 barattoli numerati e firmati contenenti ‘merda d’artista’, venduti a caro prezzo.

In reazione a questo successo artificiale promosso da un’avanguardia elitaria, si affermò nei decenni successivi (anni sessanta, settanta, ottanta) la pop-art, arte del popolo, di massa. Essa celebrava la civiltà dei consumi, della pubblicità, della produzione industriale. Gli artisti (Warhol, Liechtenstein) consumavano droghe e sesso senza sosta e destinavano le loro serigrafie e riproduzioni in migliaia o milioni di copie, per raggiungere il grande pubblico.

Un ultimo accenno va dedicato al graffitismo, espressione della controcultura di massa, arte nata dalle periferie degradate di New York che ancora oggi possiamo ammirare negli scarabocchi, ideogrammi e strisciate di pittura a spray che abbelliscono muri, palazzi ed edifici urbani (dopo essersi affermate in ogni parete di stazioni o metropolitane).

ULTIMI COLPI DI CODA DELLA MINACCIA DI LETTURA

(SIETE QUASI LIBERI)

Credo che questa breve sintesi dell’evoluzione storica nell’ambito della pittura, possa rendere l’idea del processo degenerativo dell’arte che ha investito anche altri campi espressivi. Con tratto leggero e pieno di gustose curiosità, Marchesini ci guida lucidamente in un percorso multidisciplinare, smascherando tanti luoghi comuni e stereotipi che vengono propinati acriticamente nelle nostre scuole.

Christo, ovvero l'arte dell'esperienza - Patria Indipendente
Cristò, ovvero l’arte dell’esperienza

Definirei quindi il libro di Marchesini uno studio imperdibile, una perla rara nel campo della saggistica, un trattato che sovverte tutti gli schemi abituali. Direi quindi, un’opera rivoluzionaria. Ehm… forse non ho usato il termine più corretto.

Devo subito ritrattare, altrimenti temo che Marchesini mi restituirebbe indignato e offeso il salame che gli ho dato per avere una copia del libro che vi ho recensito. Era un salame un po’ avariato e immangiabile. A chi altri lo potrei dare?

Nota dell’Autore

Il carissimo Roberto Marchesini è una persona che merita la mia e la vostra massima stima. Poiché lo considero mio amico, mi sono permesso qualche piccola innocente burla nei suoi confronti.

Si sa che tra maschi lo sfottò è una delle più genuine manifestazioni di affetto e simpatia. Da buon psicologo, Marchesini lo comprende: perciò mi ha concesso il suo magnanimo benestare alla pubblicazione di questo articolo. Però ha voluto in cambio un salame. Questa volta non avariato.

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