La Gran Bretagna decreta che i down valgono meno

In quello splendido popolo che sono gli uomini e le donne con la sindrome di down, l’inglese Heidi Crowter spicca senza dubbio come una delle figure più coraggiose e battagliere per le nobili cause della giustizia e dell’uguaglianza. Specie con il suo gruppo pro life Don’t Screen Us Out, che difende i nascituri malati dall’aborto e gli anziani fragili dall’eutanasia.

Secondo stime dell’OMS, nascerebbe down un bambino ogni 1200 circa e in Italia ve ne sono quasi 40 mila. Anche se negli ultimi decenni esiste una politica eugenetica che mira alla cancellazione della trisomia 21, non attraverso nuove cure mediche o scientifiche, ma attraverso metodi antichi e piuttosto spartani (cf. Roberto Volpi, La sparizione dei bambini down, Lindau).

La Crowter, il 6 luglio 2021 ha intentato una causa legale contro il governo britannico per rimuovere una incontrovertibile discriminazione. Il punto incriminato dagli avvocati della ragazza è semplice. Come può esserci uguaglianza tra i cittadini se la legge inglese ammette l’aborto fino al terzo mese per i nascituri sani, mentre è possibile abortire fino al momento della nascita se il bambino è portatore della sindrome di down?

Anche un cieco, se non ha perduto il ben dell’intelletto, capirebbe che sussiste disparità di trattamento.

Eppure no. Venerdì 25 novembre la Corte d’appello di Londra ha respinto la causa. Per la gioia di tutti i nichilisti e i progressisti, votati ormai alla nobile causa dell’ineguaglianza tra esseri umani e della sacrosanta esclusione dei “difettosi” dalla vita civile.

Secondo il laicissimo Guardian, i giudici anziani Lord Nicholas Underhill, Lady Kate Thirlwall e Lord Peter Jackson hanno affermato che “la sentenza non interferisce con i diritti dei disabili viventi”. Il nascituro down, mentre sta nella pancia della mamma, sarebbe quindi un non vivente?

I Lord, bontà loro, hanno ammesso “che molte persone down e con altre disabilità saranno sconvolte e offese dal fatto che una diagnosi di grave disabilità durante la gravidanza è trattata dalla legge come una giustificazione per l’aborto”.

Ma anche le persone senza alcuna disabilità si avvedono della discriminazione. Oppure bisogna essere ebrei per rendersi conto che le leggi razziali erano ingiuste?

Inoltre, continuano i togati, i down potrebbero considerare la legge inglese “come implicante che le loro vite siano di minor valore”. Però?

Però questa “percezione” non cambia il diritto della donna ad abortire il figlio down. E questo, solo nel caso dei down, fino al momento della nascita. In pratica un infanticidio meno il nome.

La battagliera Heidi Crowter ha dichiarato davanti alla Royal Courts of Justice che non intende rinunciare ad essere considerata alla pari degli altri cittadini. E che porterà il proprio caso davanti alla Corte suprema.

Tre domande ai finti tonti. Come si può credere che la democrazia relativista (e totalitaria) di oggi sia un sistema che tuteli l’uguaglianza dei cittadini se la vita di alcuni è vista come un peso che dovrebbe essere eliminato dai “cittadini responsabili”? Come possono i fautori del Progresso, parlar male del nazismo mentre con le leggi, la cultura e la propaganda fanno di tutto per scartare i “meno adatti”, facendoli sentire infondo dei “cittadini abusivi”? Che cos’è poi lo Stato di diritto, se alcune mamme possono sbarazzarsi dei loro figli perché imperfetti e, sommo pregiudizio, “votati all’infelicità”?

Proprio Heidi Crowter – 27 anni, parrucchiera, sposata e fervente cristiana – con le sua grinta e il suo zelo per la giustizia manifesta una lapalissiana verità: gli handicappati siete voi.

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