“Vegliate, per essere pronti al suo arrivo”

Carlo Carrà, L’attesa, 1926, o/t, 95 × 100 cm, Firenze, Collezione privata

Colletta

O Dio, che per radunare tutti i popoli nel tuo regno
hai mandato il tuo Figlio nella nostra carne,
donaci uno spirito vigilante,
perché, camminando sulle tue vie di pace,
possiamo andare incontro al Signore
quando verrà nella gloria.

Commento artistico-spirituale al Vangelo della I DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 27 Novembre 2022

Di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg

I cristiani si mettono in cammino per iniziare con il tempo di «Avvento», un nuovo anno liturgico in cui vivere nella storia la misteriosa presenza di Cristo che dà forza per aiutare ad essere ogni giorno, responsabili costruttori di bene.
Il brano di Matteo (24,37-44) ricorda che l’esistenza cristiana consiste nell’attendere il ritorno di Gesù alla fine dei

tempi come Egli disse ai discepoli: «Come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata”». E poi il Maestro aggiunge: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Il tempo di «Avvento» pertanto richiede ad ogni credente l’esercizio della virtù dell’attesa purificando il desiderio di Gesù che viene e superando l’impazienza tipica del nostro tempo: si vuole tutto e subito perdendo, di conseguenza, l’emozione dell’attesa, la gioia della scoperta, la bellezza del pensare, la fecondità del riflettere, il gusto dello scorrere del tempo.
Nel dipinto «L’Attesa» di Carlo Carrà, che cosa, o meglio, chi attendono la donna e il cane? Dal paesaggio ad olio sulla tela del 1926, quasi trattenuto in un’arcana fissità, sembra emergere una silenziosa situazione gravida di aspettative, leggibile attraverso la lingua muta ma viva della natura. Lo stesso artista ha scritto in proposito: «Principio fondamentale delle mie ricerche era di fermare la commozione suscitata nel mio animo alla contemplazione del paesaggio, ma occorreva stabilire il rapporto tra i miei sentimenti e il mondo esterno». L’atmosfera sospesa nel tempo quotidiano è piena di attese: non parole, niente movimenti, ma incantata certezza che qualcosa o qualcuno sta arrivando. Lo confermano la luce e le prime foglie sui rami
Non è l’attesa senza fine di Giovanni Drogo, il protagonista dell’indimenticabile «Il deserto dei Tartari» o di Vladimir ed Estragon, i due che non si muovono più «Aspettando Godot».
L’«Avvento» domanda vigilanza come scrisse Clemente Rebora poco prima della conversione. «Dall’immagine tesa/vigilo l’istante/con imminenza di attesa/[…] e non aspetto nessuno:/ma deve venire;/verrà, se resisto,/a sbocciare non visto,/verrà d’improvviso,/quando meno l’avverto:/verrà quasi perdono/di quanto fa morire,/verrà a farmi certo/del suo e mio tesoro,/verrà come ristoro/delle mie e sue pene,/verrà, forse già viene/il suo bisbiglio».

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