“MI PIACCIONO LE COSE CHE NON FINISCONO MAI”. La vocazione di San Matteo secondo il Caravaggio

Chi va a Roma non può non entrare a San Luigi dei Francesi a contemplare la grande tela di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Ci colpisce oggettivamente e soggettivamente. Vorrei parlare dell’aspetto soggettivo.

Non si può non partire da alcune informazioni fondamentali. Gesù e Pietro irrompono da destra. Tutti e due, Cristo e la Chiesa, -Pietro rappresenta la Chiesa-, puntano l’indice su Matteo, il quale dice: «Proprio io, un peccatore come me? Non ho meriti!». Questo sembra esclamare quell’uomo barbuto, al centro della scena, rivolgendo l’indice verso il proprio cuore.

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E questa è la vocazione: non per un nostro merito, ma per una Sua scelta. A noi la libertà. Matteo segue liberamente. Dei due giovani a destra, uno si gira, ma ha un’espressione perplessa, l’altro è già sulla difensiva. Sulla sinistra, un anziano è così miope che neanche si è accorto … e un altro giovane è ben attento che Matteo non prenda un centesimo in più del dovuto …

I cinque attorno al tavolo vestono con abiti alla moda, di circa quattrocento anni fa, mentre Cristo e Pietro sono in abiti antichi. Dunque, quello che è accaduto duemila anni fa riaccade oggi … E l’altra mano di Gesù?

Entriamo, allora, più profondamente nell’opera. E qui inizia una storia incominciata per non finire più, come la storia di Lin, che ascoltiamo dal libro Il bene che permane (Itaca Edizioni), la storia di uno studente cinese che, dopo un incontro speciale con i suoi novi amici, non vorrà più occuparsi di cose che finiscono. E giunge davanti al quadro del Caravaggio, a San Luigi dei francesi e accade …

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