La ragione umana scopre Dio nell’ “intelligenza del Cosmo”

La storia della filosofia e della teologia è zeppa di vie razionali all’esistenza di Dio.  Tra queste, una delle più suggestive è l’argomento teleologico o finalistico. Nella formulazione che ne dà Tommaso d’Aquino esso dice che tutto ciò che agisce per un fine intelligente, senza possedere un’intelligenza propria e consapevole, esige un’ intelligenza esterna e superiore.

Come la freccia, che raggiunge il bersaglio, non per intelligenza propria, ma per intelligenza e volere dell’arciere. Come l’orologio, che persegue il fine di dare l’ora esatta, non per caso nè per sua scelta, ma per decisione del suo autore, l’orologiaio.

Scrive Tommaso: «Due sono i modi di muoversi o di agire per il fine. Primo, quando l’agente determina se stesso nel movimento verso il fine, come è il caso dell’uomo e delle altre creature razionali… Secondo, si dice pure che un essere si muove o agisce per il fine quando è mosso e diretto al fine da altri: come la freccia va verso il bersaglio direttavi dall’arciere… Ma come l’andare della freccia verso il punto prefissato dimostra che essa vi è diretta da un agente dotato di conoscenza, così il corso stabile delle cose prive di conoscenza manifesta chiaramente che il mondo è governato secondo un piano prestabilito» (Somma Teologica, questione 103).

Così per Tommaso, in natura, ogni realtà agisce per un fine intelligente: i fiori, le api e le formiche, i pianeti... E tutte queste cose, inoltre, formano un’unità, il cosmo, in cui ogni fine particolare contribuisce alla finalità generale. Ciò significa che il cosmo non è a caso, ma progettato, disegnato, dall’Intelligenza divina (cui tutti i tipi di intelligenza naturale partecipano).

Questo argomento non ha mai smesso di avere nuove formulazioni.

Ad esempio quelle di Hubert Reeves (astrofisico vivente), quella del noto chimico Giuseppe del Re (1932-2009) o quella del biologo Mario Zatti (vivente).

Scrive l’astrofisico Hubert Reeves: “Dopo la domanda ‘Perché qualcosa anziché niente?’, siamo ora indotti a chiederci: ‘Perché la musica, anziché il rumore?’. Qui, quando parlo di musica, mi esprimo per analogia. E’ una musica generalizzata. Un po’ come l’antica musica delle sfere, che proviene non solo dai corpi celesti, ma anche dagli atomi e dalle molecole.

E’ tutto ciò che manifesta l’ordine mirabile del nostro cosmo. Per comporre musica (nel senso proprio del termine), il compositore sceglie un certo numero di elementi, i suoni, e li allinea in una sequenza che si svolgerà nel tempo. Se i suoni sono stati scelti a caso, se non c’è alcuna relazione fra ciò che precede e ciò che segue, si ha del ‘rumore’. Se invece i suoni sono concatenati secondo un ordine, quello di Johann Sebastian Bach o quello dei Beatles (cioè di creature intelligenti, ndr), si ha della musica. Esiste un numero infinito di modi di fare del rumore, ma un numero molto più ristretto di fare della musica”.

Il chimico teorico di fama internazionale, Giuseppe del Re, membro della Accademia della Filosofia della scienza di Bruxelles, sostiene, nel suo La danza del cosmo, che nell’universo regna un’armonia in continuo cambiamento, simile all’armonia di una danza. L’universo appare alla scienza di oggi come una rete di relazioni, anzi di comunicazione fra tutte le cose non viventi e viventi, dal più semplice atomo alle galassie, dai microrganismi all’uomo, cui ben si conviene la metafora della danza.

La danza infatti per struttura e proprietà ha un carattere dinamico, prevede un moto continuo e progressivo, ma non disordinato, anzi ha regole d’insieme e regole per ciascun danzatore con reciproche interazioni, e nel contempo riconosce libertà di movimento ai danzatori, al cui numero non ammette limiti. Accetta anche variazioni casuali che però contribuiscono all’armonia sempre nuova della danza stessa.

Mario Zatti, già direttore dell’Istituto di Biochimica e Biologia Molecolare Clinica dell’Università di Verona, nel suo Il dolore nel creato. Un disegno intelligente?, occupandosi di complessità molecolare, sopramolecolare e di caso, scrive: “Nel corpo umano vi sono migliaia di sistemi di molecole complesse interagenti a loro volta riuniti e organizzati in gerarchie di complessità strutturali e funzionali, sempre grazie a variazioni accidentali, semplicemente conservate nel tempo per gli eventuali vantaggi apportati alle classi, ordini… specie, susseguitisi…Pensare che ciò sia per caso è assurdo come pensare a un’orchestra di migliaia di suonatori ciascuno dei quali si sia trovato per caso, senza scuola, a saper comporre e suonare un pezzo; e che trovatisi insieme suonino la propria musica producendo per caso, senza maestro, una serie di concerti sempre più applauditi perché i suonatori sempre meglio trovano un accordo fra loro, ma sempre con variazioni casuali, guidati solo dall’applausometro”.

Oggi la cosmologia va addirittura oltre. Martin Rees, presidente della Royal Society di Londra, astronomo reale inglese, è tra i tanti a notare, nel suo I sei numeri del cosmo. Le forze profonde che spiegano il cosmo, che nel cosmo esiste una “sintonizzazione fine”, fine tuning, cioè una “giusta combinazione” di 6 numeri del cosmo, cambiando solo uno dei quali noi non esisteremmo.

La domanda filosofica sorge immediata: i 6 numeri sono per caso, o pensati e voluti? L’argomento teleologico direbbe: pensati e voluti, perchè combinazione intelligente e finalizzata all’esistenza dell’universo, della vita e dell’uomo.

Da: la voce del Trentino

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