“Dimmi come preghi e ti dirò in quale Dio credi”

Fabritius, Il fariseo e il pubblicano, 1661, o/t 95 × 293 cm, Rijksmuseum di Amsterdam

Colletta

O Dio, che sempre ascolti la preghiera dell’umile,
guarda a noi come al pubblicano pentito,
e fa’ che ci apriamo con fiducia alla tua misericordia,
che da peccatori ci rende giusti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Commento artistico-spirituale al Vangelo della XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – 23 Ottobre 2022

Di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg

In alto a sinistra dell’opera rappresentata, un diavolo cornuto e alato sventola la bandiera con la scritta: «qui se exaltat humiliabatur» (chiunque si esalta sarà umiliato) mentre sullo striscione mostrato dall’angelo, in alto a destra, si legge: «Qui se humiliat exaltabitur» (Chi invece si umilia sarà esaltato). L’autore dell’invenzione per comprendere la scena raffigurata è Barent Fabritius, nell’opera «Il fariseo e

il pubblicano», ora esposta al Rijksmuseum di Amsterdam, realizzata ad olio su tela nel 1661, insieme ad altre due per la chiesa luterana di Leida. Sono affermazioni tratte dall’ultima frase della parabola riportata solamente dall’evangelista Luca (18,9-14) e narrata da Gesù «per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri».
Proprio la maschera mostrata dal diavolo al fariseo appena uscito dal tempio, sottolinea l’incapacità di questi a guardare con verità a sé stesso e a Dio. Il fariseo infatti sale al tempio per pregare, dicendo tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano [indicato con la mano sinistra]. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Il fariseo è illustrato nell’atto di battersi il petto e con lo sguardo fiero, davanti all’altare, elegantemente vestito, con il capo coperto, per mostrare sé stesso e i suoi «meriti» ma effettivamente camuffando il proprio volto e quello di Dio.
Dietro la colonna, in ombra, il pubblicano, dall’abito semplice e con il cappello in mano, probabilmente consapevole delle conseguenze del suo mestiere – riscuotere le tasse in modo spietato – «non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”».
Oltre le due lesene, nello spazio esterno del luogo sacro, l’artista dipinge i due personaggi che ritornano alla vita quotidiana, sottolineando l’effetto del diverso modo di pregare.
Il fariseo, sulla sinistra, esce dal tempio per ritornare soddisfatto tra i colleghi, rigorosi osservanti della legge ebraica mentre, sulla destra, il pubblicano illuminato dall’alto, ritorna alla sua vita rimesso «in piedi» dal perdono ricevuto. Barent ha figurato così l’affermazione conclusiva di Gesù: «Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Paolo Ricca, pastore Valdese commenta: «Non c’è misericordia per il fariseo? Sì, c’è misericordia anche per lui, a patto che non si guardi nel suo specchio, ma nello specchio della vita di Cristo e lì scopra che non c’è nessun giusto tranne Cristo e che la sua giustizia la dona ad entrambi: al faris
eo e al pubblicano».

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