“Il padre che perdona”

Giorgio De Chirico, Il figliol prodigo, 1922, Museo del Novecento, Milano

Commento artistico-spirituale al Vangelo della XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – 11 Settembre 2022

Di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg

Colletta

O Padre,
che in Cristo ci hai rivelato
la tua misericordia senza limiti,
donaci di accogliere la grazia del perdono,
perché la Chiesa si rallegri
insieme agli angeli e ai santi
per ogni peccatore che si converte.

Agli Esami di Stato del 2016, per l’ambito artistico-letterario della prova di Italiano, fu proposto il quadro «Il figliol prodigo» dipinto nel 1922 da Giorgio De Chirico, dal 2010 al Museo del Novecento di Milano.

I candidati dovevano sviluppare l’argomento scelto – «Il rapporto padre-figlio nelle arti e nella letteratura del Novecento» – o in forma di «saggio breve» o di «articolo di giornale», utilizzando i documenti e i dati forniti. Quali sorprese troveremmo se ci fosse dato leggere alcuni degli scritti dei maturandi di quell’anno che nella totalità erano nella situazione di «figli» o di «figlie».

Il tema del «figliol prodigo» è stato più volte trattato dall’artista che nella vita si è spesso interrogato sul rapporto padri e figli. Questa parabola che oggi si preferisce titolare «Il Padre misericordioso», è narrata da Gesù secondo il Vangelo di Luca (15,1-32) dopo quelle de «La pecora smarrita» e «La moneta perduta», per affermare che non c’è alcun male, compresa la scelta libera del figlio di allontanarsi dal padre, che possa trattenere Dio dal cercare senza tregua chi si è allontanato.

Il Maestro racconta: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto». Ridottosi a fare il guardiano ai maiali, il giovane si pentì e decise di tornare da suo padre pronto a dirgli: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati».

Nella scena, ambientata in una delle sue piazze metafisiche, circoscritta a destra da un edificio con porticato in stile quattrocentesco, aperta sulla sinistra con un paesaggio e un cielo luminoso sullo sfondo, De Chirico raffigura la conclusione della vicenda: il padre, di spalle, in una sagoma molto corporea e pura, come una statua ottocentesca, sta perdonando il figlio pentito, rappresentato in uno dei manichini tipici dell’artista. Niente abbracci ma almeno due gesti genialmente creati e sorprendenti, in un’atmosfera serena e reale: padre e figlio si mettono reciprocamente la mano sulla spalla pronti a sostenersi mentre tengono la testa abbassata quasi a sottolineare l’intensa emozione del ritrovarsi.

Il grande scrittore Charles Péguy, nel «Mistero dei santi Innocenti» allude alla parabola del Padre misericordioso quando, dopo aver ricordato: «Si sa bene come il padre ha giudicato il figlio che se n’era andato e che è ritornato», senza dire che lo ha perdonato, annota con sottigliezza: «Ed è ancora il padre quello che piange di più».

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