Pronti a donare: «Stringi la veste ai fianchi»

William Xerra, Lezionario per le Messe Rituali – C.E.I. 2009 – pag. 274-275

Commento artistico-spirituale al Vangelo della XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – 07 Luglio 2022

Di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg

Colletta

O Dio, fedele alle tue promesse,
che ti sei rivelato al nostro padre Abramo,
donaci di vivere come pellegrini in questo mondo,
affinché, vigilanti nell’attesa,
possiamo accogliere il tuo Figlio nell’ora della sua venuta.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

«Stringi la veste ai fianchi». L’imperativo fa parte della chiamata di Dio al giovane Geremia affinché parli ed agisca in nome Suo, viva cioè da profeta. Siamo attorno al 627 a.C. Già d’allora gli ebrei indossavano una veste lunga sino ai piedi che si alzava fino a inserirla nella cintura (una fettuccia o una corda), per non avere intralci di sorta durante il lavoro o la corsa. Il gesto rimanda al bisogno di muoversi con libertà, senza impedimenti, al fine di partire o poter servire con più efficacia. A quest’attitudine si riferisce Gesù quando – secondo l’evangelista Luca (12,32-48) – dice ai suoi discepoli: «Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa».
Trovarsi «pronti» esprime l’attenzione e la capacità di valorizzare il tempo che è dato così da farlo fruttare al meglio per sé e per gli altri. Essere «cinti» pertanto, equivale al nostro «tirarsi su le maniche» e indica l’essere preparati a partecipare e ad agire come fecero gli Israeliti nella celebrazione della Pasqua, (Pésach) pronti a partire per uscire immediatamente dall’Egitto «con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano» (Esodo 12,11). Le «lucerne accese» indicano la necessità di mantenersi svegli quando è ora d’aspettare, la capacità di discernere per saper prendere decisioni sagge e lungimiranti. È una missione da svolgere sia di giorno sia di notte perché nell’oscurità, senza luce non si parte e non si procede.
William Xerra ha «scritto» l’affermazione del Maestro traducendola in arte, attraverso collage e tecnica mista su cartoncino, dal titolo «Servi fedeli». Osserviamo la riproduzione della sorprendente opera inserita tra le pagine 274 e 275 del «Lezionario per le Messe Rituali» (C.E.I. 2009) che pare alludere con poesia alla seconda parte della considerazione di Gesù: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli».
Siamo di certo in un contesto di cielo evidenziato dalle rapide e larghe pennellate di luce in cui è posta una tavola, raffigurata di proposito senza prospettiva, dove si intuiscono posti o segnaposti. Un’imprevista e fulgida mano, fatta di luminosa energia – citazione della «mano di Dio» (dextera Domini o dextera Dei) presente nell’arte cristiana a partire dall’inizio del III secolo (sinagoga di Dura Europos in Siria) – sta per prendere un frutto e dare inizio alla distribuzione nello stile del servizio.
Assaporiamo i versi fulminanti di una poesia di Patrizia Cavalli, recentemente passata nell’eternità: «Tutto di me ti piace eccetto me/Io amabile soltanto nel fenomeno/di me che spargo e dono».

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