“Accumulare il bene”

Rembrandt, Il ricco stolto, Gemäldegalerie (Berlino), olio su tavola,1627

Acclamazione al Vangelo

Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli. (Mt 5,3)

Commento artistico-spirituale al Vangelo della XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – 31 Luglio

Di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg

Rembrandt «scrive» in cantina o in uno sgabuzzino, lontano da sguardi indiscreti, la parabola narrata da Gesù (Luca 12,13-21) per spiegare l’affermazione: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

Il quadro «La parabola del ricco stolto» ora alla Gemäldegalerie (Berlino), dipinto dall’artista ventunenne nel 1627 ad olio su tavola, in uno stile accurato e minuzioso, proprio del periodo giovanile, presenta la pagina evangelica come se la stessimo guardando da vicino, appena al di là del tavolo, al buio e non visti.
Da protestante devoto e praticante che ben conosceva la Bibbia alla quale si è sempre ispirato e da esperto conoscitore della cultura ebraica grazie al periodo in cui abitò in un quartiere giudaico, l’autore subordina gli oggetti alla figura centrale: un facoltoso ebreo dipinto in piena luce, unico personaggio, circondato da aggeggi concernenti la sua attività, impegnato con i suoi soldi e perso follemente nei suoi pensieri, come narra la parabola. «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divèrtiti!».
In un forte chiaroscuro l’anziano è raffigurato con abiti e cappello sfarzosi, in uso nel 1600, segno della sua prosperità, seduto dietro a un tavolo stracolmo di libri mastro e carte scritti in ebraico mentre, aiutato dagli occhiali stretti sul naso e senza stanghette («pince-nez»), con la luce d’una candela sta attentamente esaminando una moneta che tiene nelle dita della destra. Colpiscono i tratti del volto del ricco ottenuti con raffinata stesura pittorica e quanto sta sul tavolo – altre monete e la bilancia per pesarle, registri contabili d’ogni genere – che confermano la sua cupidigia. In penombra, si scorgono sulla sinistra una stufa e al centro un armadio-cassaforte aperto, contenente numerosi sacchetti di denaro.
All’avaro giunge la sentenza di Gesù: «Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
L’ingordo dimostra scarsa intelligenza e manca di perspicacia come l’uomo della parabola o come «Mazzarò» nella novella «La roba» di Giovanni Verga che, sentendo la morte vicina, protesta: «Questa è un’ingiustizia di Dio, che dopo essersi logorata la vita ad acquistare della roba [ricchezza], quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla!».

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