Cosa resta della tragedia del Professor Luca Bianco?

Foto da “Informazione.it” del 15.06.2022, particolare

Una discutibile indignazione

“Tutti” i Ministri si dichiarano indignati per la morte suicida del Prof. Luca Bianco (si faceva chiamare Cloe), a pochissime ore dalla sua dolorosa morte e Tecnica della Scuola, testata dedicata alla scuola, cerca “il colpevole”, intitolando: “Suicidio prof trans Cloe, di chi è la colpa? Dopo l’ira del ministro Orlando, Bianchi avvia l’indagine. Turi (Uil): trattata come malata sociale”. Cos’ in un articolo di Alessandro Giuliani del 19/06/2022. Anzi, tecnica della Scuola amplifica la risonanza riportando le parole del Presidente

della UIL Scuola Pino Turi: “il ministero dell’Istruzione – ha detto Turi – è colpevole in quanto è stato complice di quanto accaduto: ha sospeso Cloe Bianco dall’insegnamento, mettendola a lavorare nelle segreterie, non ritenendola più in grado di insegnare e colpendola come fosse una malata sociale”.

Alcuni motivi della scuola e della magistratura

Ma cosa aveva suscitato una ferma risposta nella scuola e nella magistratura? Il Professore fece e perse il ricorso al tribunale del Lavoro di Venezia, perché la sua transizione, definita “legittima scelta identitaria”, era stata troppo repentina e appariscente davanti agli studenti: “Se tempi e modi di tale scelta fossero stati attuati diversamente, questa sarebbe stata responsabile, corretta e consona alla funzione di docente”, decideva la sentenza (Tecnica della Scuola 15 Giugno 2022 QUI).

Dunque, il Prof. Luca Bianco, non fu sanzionato per gli orientamenti sessuali e di identità, ma per aver riversato con eccessiva forza, e forse inconsapevole violenza, il proprio disagio sugli alunni che non aveva preparato con la dovuta prudenza. Insomma, la problematica personale aveva preso il sopravvento sulla responsabilità professionale. Si può comprendere, ma si deve giustificare, avallare in un funzionario pubblico, quale è un docente tenuto ad un comportamento che non desti sconcerto, e con il dovere di accompagnare i propri alunni? Nella mia vita ho avuto buone conoscenze e alcune amicizie di persone omosessuali di entrambe i sessi e ho sempre notato in loro grande discrezione.

Il dibattito

Lo stato d’animo del Professore ha certo giocato un duro colpo rendendo decisamente complicata la sua situazione. Ma non meno difficile si profilò la situazione degli alunni, della scuola, delle famiglie.

In cinque anni nessuno, o quasi, si accorse della sofferenza, se non ora perché l’atto del suicidio pone ciascuno davanti ad un fatto compiuto? Bene! Perché, allora, cercare il colpevole? Perché non cercare le nostre responsabilità più che quelle di altri?

Perché ora tanta smania di sbracciarsi a favore del Professore incompreso? Che il presidente della UIL Scuola trovi naturale appellare il Prof. al femminile, come se fosse cosa scontata, significa solo una cosa: approvare che l’identità sessuale sia soggettiva e privata. Ma che contraddizione! Se soggettiva e privata, perché dovrebbe avere un riconoscimento pubblico e per di più imposto dal soggetto in questione sull’onda dei propri vissuti e impulsi?

Mi spiace parlare di una vicenda che tocca una persona morta tragicamente, perché tragedia è, e che non ha saputo o potuto far fronte ai propri dolorosi vissuti al punto di togliersi la vita, ma la stampa e i “politici” fanno di tutto per portare la questione a questi livelli.

In realtà, ci sono altre persone che vivono la stessa vicenda con dolore e sono vivi e gli auguriamo di continuare a vivere e sorridere alla vita, nonostante tutto. Insomma, la questione della propria sessualità non può non toccare in profondità la propria esistenza!

Una prospettiva

Chi potrebbe dire che sia cosa da poco la questione della propria identità sessuale, quando si fatica ad accettarne il suo segno esterno, la fisicità del proprio corpo con i relativi vissuti, ma anche gli oggettivi dati di fatto, i comportamenti che ne sono segno?

Questa è la materia del discorrere e, se vogliano, del contendere.

Le sue parole

Il 10 giugno scorso, Bianco ha pubblicato un post sul suo blog, annunciando il suicidio:

«Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte. In quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono. Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Ciò è il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto. Addio. Se mai qualcuna o qualcuno leggerà questo scritto».

Il Professore, purtroppo non si accettava come uomo maschio, ma nemmeno come uomo femmina, non si accettava. Si vedeva “brutta”. Lo stile aulico e classicheggiante del testo lasciato dal Professore in eredità nostra mi fa pensare che la scelta del nome Cloe non sia dettato da una inconsapevole simpatia, ma piuttosto sollecitato dal tema sessuale intrinseco al mito greco di Dafni e Cloe, in cui Cloe, che si crede dimenticata da Dafni e medita perfino il suicidio. Ma non è possibile basarsi su pochi appigli per inscenare interpretazioni più o meno probabili e per questo codesta vicenda non può essere utilizzata.

Ma l’ideologia di genere, con i suoi paladini è dietro l’angolo a cogliere la ghiotta occasione per ricercare i colpevoli.

“Naturalmente la lettura obbligata di questa dolorosa vicenda era già preconfezionata: Luca Bianco si è suicidato perché si sentiva discriminato. Un’altra vittima della transfobia. Lettura avvalorata anche dagli scritti del professore, come il seguente: «Essere una persona fuori dai canoni diffusi, dai modi comuni del vivere, ossia fuori da quello ch’è ritenuto giusto in una data società in uno specifico periodo temporale, vuol dire incarnare ciò che non si deve essere, con le fin troppo ovvie conseguenze di rifiuto date dalle scelte ritenute, dalle altrui persone, scandalose, inaccettabili, non condivisibili». (Da La Nuova Bussola del 18.06.2022 QUI)

Probabilmente, il Professore era talmente poco convinto della propria scelta da non riuscire a reggerne le conseguenze. Non gliene si può fare ovviamente una colpa, ma nemmeno possiamo di per sé incolparne il contesto, a meno di casi evidenti e provati, perché, di fatto, ne siamo lontani e non possiamo cadere in processi sommari del contesto, processi buoni solo per le chiacchiere da bar, poco consone al dolore di questi momenti.

È morto un nostro Collega, un mio Collega. Con la “C” maiuscola e ciò non può lasciare indifferenti!

Errato sarebbe calunniare, giudicare, ma anche accettare questa scelta in sé del cambiare o del manifestare un sesso diverso, come se fosse ovvio e indolore. Doveroso è invece accogliere la persona, prendendo anche le distanze dalla sua soggettiva scelta, che, perché soggettiva, non può essere imposta specialmente a giovani alunni in via di formazione. Su questo, un educatore e insegnante non può scendere a patti. Ma il Professore non si è comportato così. Né così si comportano i suoi sostenitori dell’ultimo momento, che probabilmente non sapevano nulla della sua esistenza e ne discettano trasformandolo in una categoria di pensiero e in una bandiera, interessati alla loro ideologia oggi di moda e che crollerà come tanti altri idoli.

Continua La Bussola:

Pare che Bianco non fosse oggetto di critiche o condotte gravemente e ingiustamente discriminatorie: minacce, insulti, vessazioni, lesioni etc. Altrimenti ne avrebbero scritto e i media avrebbero rilanciato la notizia in occasione della sua morte. Sicuramente percepiva l’imbarazzo delle persone attorno a lui e la comprensibile critica alla sua scelta da parte di alcuni come ingiuste discriminazioni.

Non sappiamo se il motivo esclusivo o concorrente alla sua morte sia da rintracciarsi in questa erronea percezione da parte del professore del sentito sociale nei suoi confronti, ma quello che è certo sta nel fatto che Bianco nutriva un forte disagio interiore che nulla aveva a che fare con il giudizio degli altri. La prova evidente è stata la frattura esistente nella sua mente tra il percepito e la realtà: si vedeva donna, ma era uomo. E laddove c’è scissione, c’è crisi. La scelta del transessualismo o del travestitismo è un sintomo, una spia che rimanda ad un malessere interiore. (QUI)

Cosa traspare dal suo blog:

«Il possibile d’una donna brutta è talmente stringente da far mancare il fiato, da togliere quasi tutta la vitalità. Si tratta d’esistere sempre sommessamente, nella penombra. In punta di piedi, sempre ai bordi della periferia sociale, dov’è difficile guardare in faccia la realtà. Io sono brutta, decisamente brutta, sono una donna transgender. Sono un’offesa al mio genere, un’offesa al genere femminile. Non faccio neppure pietà, neppure questo».

E, allora, il Professore è ricorso al suicidio, come coloro che ritenendo di condurre una vita non degna di essere vissuta, vorrebbero ricorrere all’eutanasia. Probabilmente si sentiva gravemente in colpa e non sapeva sopportare la propria condizione. Potevano dei giovani alunni sostenere tutto questo da soli? Il suicidio del Professor Bianco è stata una sorta di eutanasia, che ovviamente deploro. Ma chi direbbe che chi ricorre all’eutanasia lo faccia perché vittima della società? Nessuno dei suoi sostenitori!

E perché, in questo caso, vi sarebbero invece dei colpevoli? Il professore non riteneva questa sua vita degna di essere vissuta per motivi intrinseci, i suoi “vissuti”. Fino a che punto ciò dipendeva da lui o dagli altri? Difficile dirlo. Proprio perché difficile, non essendo giudici del Professore, della sua vita interiore, dovremmo astenercene in un senso e nell’atro e restare sulla questione in sé. Non è scontato che si debba accettare un cambio di identità sessuale né che sia giusto. Grave sarebbe solo una cosa: essere indifferenti!

Va anche detto che il tema della sessualità personale, tutta attorno alla percezione del proprio corpo sembra far eco al tema contemporaneo del corpo e della genitalità, fraintesa con la sessualità. Forse questo pensiero, ampiamente diffuso, è un probabile colpevole.

Prima, il Professore non si accettava come persona, credendo che il problema fosse la sua mascolinità, il suo sesso maschile. Mutata l’apparenza del soma, le cose non cambiarono in meglio. Anche come donna si vedeva pari a uno sgorbio. Cercò, dunque, un capro espiatorio negli altri? Forse. Non è raro che prima si assegni la colpa ad un corpo ritenuto sbagliato e poi agli altri, come a coloro che sbagliano, che rifiutano. Ma, in ogni caso, è pur evidente che nell’Occidente il corpo e l’immagine sono il tutto della persona e della sua vita. Questo è grave. Ma ammetterlo da parte dei “sostenitori del Professore” equivarrebbe a criticare i propri presupposti ideologici ed etici.

Ricerche sociologiche promosse da Associazioni di omosessuali

Voglio citare a tal riguardo delle ricerche promosse da associazioni di omosessuali. Nel 2017 la Stonewall e l’Università di Cambridge condussero una ricerca su 400 giovani studenti transessuali la quale confermò che oltre a comportamenti autodistruttivi, che il soggetto campione era affetto in massima parte da depressione, ansia ed era incline al suicidio (40% contro il 25% delle persone omosessuali). Nella ricerca si addebitavano queste condotte al clima transfobico. L’ex transessuale Walt Heyer, autore del libro 50 anni di cambiamenti sessuali, disturbi mentali e troppi suicidi, ha criticato questa spiegazione e ha ricordato che «le persone che sono emotivamente, socialmente e psicologicamente a posto non tentano di suicidarsi, ma il 40% delle persone transgender tenta il suicidio. È perché hanno gravi disordini mentali. Il 62,7% degli individui che si identificano come transgender soffrono di disturbi psichiatrici”.

Similmente lo statunitense National Center for Transgender Equality – altra istituzione pro gender – nel 2015 aveva evidenziato che il 40% dei transessuali aveva tentato il suicidio e sempre un altro 40% dichiarava di soffrire di disturbi mentali.

Dunque, il problema, ovviamente per le autorità scolastiche come per il giudice che dovettero esprimersi e decidere, non stava nel transessualismo o nel travestitismo, ma nel non aver preparato le scolaresche ad accettare il “cambio” di sesso. La decisione del tribunale, quindi, fu coerente con le idee di quanti ora si schierano con il Professore. Quei verdetti, del datore di lavoro come del Tribunale, ricalcavano lo spirito dell’educazione sessuale più diffuso ai giorni nostri, secondo cui l’alunno dovrebbe imparare che esistono diversi orientamenti sessuali e diversi “generi”. Questo nell’illusione che, se tutti accetteranno tale dottrina arcobaleno, i gesti estremi come quello del povero professor Bianco non accadrebbero più.

E, allora, cari “colpevolisti”, che fate di tutto per emarginare chi pensa che il segno sia indice di verità, cosa andate cercando?

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