L’eutanasia: sappiamo davvero cos’è e dove può portare?

In questi giorni approda in Senato il ddl Bazoli (fortemente voluto dal PD), per legalizzare l’eutanasia. Abbiamo chiesto al dottor Renzo Puccetti (classe 1965, medico, specializzato in medicina interna, docente di bioetica, noto conferenziere e collaboratore di riviste e giornali specializzati e divulgativi) di parlarci dell’argomento.

Dottor Puccetti, anzitutto facciamo chiarezza sui termini: cos’è l’eutanasia?

«Si ha eutanasia vera e propria quando si fa cessare la sofferenza, facendo cessare la vita, uccidendo. Cosa differente, perché moralmente lecita, è quando si interrompe un trattamento ad un paziente perché ci si accorge che esso determina una sofferenza maggiore di quanta non ne tolga. E’ evidente che ciò che si vuole è ridurre la sofferenza del paziente causata dal trattamento che si è messo in atto, ma il fine dell’agire, in questo caso, è invece la rimozione di un trattamento futile. Se dalla rimozione del trattamento dovesse derivare la morte, non si sarebbe comunque responsabili di avere commesso un’eutanasia, giacché mancherebbe l’elemento intenzionale dell’opera, il fine di ciò che si fa. Infatti il fine della rimozione del trattamento, non sarebbe la morte, ma la riduzione della sofferenza, e la morte sarebbe un effetto che, quantunque previsto, non sarebbe voluto».

Cosa è invece l’accanimento terapeutico?

«Se un trattamento non fa ciò che dovrebbe fare, oppure se fa ciò che dovrebbe fare, ma il farlo non è di alcun beneficio per il paziente, oppure ancora se il trattamento provoca una sofferenza maggiore di quella che allevia, allora siamo di fronte ad un trattamento non proporzionato che moralmente e deontologicamente il medico ha il dovere di non attuare o interrompere e se a questo segue la morte della persona non si tratta assolutamente di eutanasia, ma di astensione dall’accanimento terapeutico».

Si sente dire spesso che il rischio, introducendo l’eutanasia legale, sarebbe quello del piano inclinato: si sa da dove si parte, ma non si sa dove si arriva. E’ così?

«In questo la storia ci può aiutare. L’eutanasia fu introdotta, per la prima volta in Europa, durante il nazionalsocialismo. Ebbene, un protagonista di primo piano di quella stagione, il dottor Leo Alexander, che aveva visto molto da vicino la banalità del male, nel 1949 da medico perito dell’accusa al processo di Norimberga scrisse sulla prestigiosa rivista medica New England Journal of Medicine un ammonimento ai colleghi delle generazioni successive: “Gli inizi sono stati dapprima solo un sottile cambiamento nell’atteggiamento di base dei medici. È cominciato con l’accettazione, alla base del movimento eugenetico, che esiste una cosa come una vita non meritevole di essere vissuta.

Questo atteggiamento riguardava all’inizio solo i malati gravi e cronici. Gradualmente la sfera di coloro da includere in questa categoria è stata allargata per comprendere i socialmente improduttivi, i non desiderati ideologicamente e alla fine tutti i non tedeschi”. Il dottor Leo Alexander proseguiva così: “È però importante rendersi conto che il cuneo infinitamente piccolo che ha funzionato da leva perché questa intera linea di pensiero ricevesse impeto è stata l’ atteggiamento nei confronti del malato non recuperabile. La categoria vite immeritevoli di essere vissute è sufficientemente vaga da consentire una graduale estensione a nuovi e meno chiari casi, una volta che il principio di base sia stato assicurato”».

Dunque il piano inclinato è possibile. Ma abbiamo anche esempi più recenti?

«In Olanda, dagli iniziali 1626 casi di eutanasia legale del 2003, dopo l’approvazione della legge sull’eutanasia del 1 aprile del 2002, si è passati ai 6.585 casi del 2017, un incremento pari al 405% che nel 2019 si è stabilizzato a 6.361 persone soppresse.

In Belgio, dove è in vigore dal 28 maggio 2002 un’analoga legge che permette l’eutanasia, si è passati dai 235 casi del 2003, ai 2.024 casi di eutanasia del 2017, ma qui, a differenza dell’Olanda la crescita non si è interrotta, perché è proseguita fino a toccare nel 2019 la cifra di 2.656, un incremento superiore a 11 volte rispetto al primo anno. Ancora in Belgio il numero di eutanasie su malati psichiatrici è cresciuto dalle 6 nel 2004 alle 67 del 2013. In uno studio pubblicato nel 2015 sul BMJ, su 100 richieste di eutanasia psichiatrica in Belgio 48 sono state accettate e 35 effettuate al momento della pubblicazione. (BMJ Open 2015;5:e007454). Dal Paziente terminale volontario si è passati a sopprimere il Paziente cronico volontario. Da questi al Paziente involontario terminale. Poi si è allargato l’ambito al paziente psichiatrico, a quello non malato, ma semplicemente affetto da sofferenza esistenziale, fino ad arrivare alle persone che temono di rimanere sole e ai neonati, applicando il cosiddetto Protocollo di Groninghen».

Però ci sono situazioni davvero terribili…

«Certamente, ma il cosiddetto caso pietoso è solo un piede di porco. Anche in questo caso è un fatto storico che il programma eutanasico nazista mosse proprio da un caso pietoso. Un caso pietoso come lo sono stati quello di Terry Schiavo, di Tony Bland, di Charlie Gard, di Alfie Evans, quello di Piergiorgio Welby, di Eliana Englaro, del Dj Fabo e di molti altri. Nel 1939 un agricoltore tedesco, Richard Kretschmar, residente nella cittadina di Pomssen, vicino Lipsia, scrisse ad Adolf Hiltler domandando di potere dare la morte al proprio figlio nato il 20 febbraio. Il bambino si chiamava Gerhard. Era nato cieco, con un apparente deficit mentale e mancava di una gamba e di parte di un braccio. Hitler inviò il proprio medico personale, il dottor Karl Brandt, per autorizzare l’eutanasia del bambino e sollevare i medici da ogni imputazione legale.

Il dottor Brandt fu solerte nel recarsi alla clinica pediatrica dell’ospedale di Lipsia dove il bambino era ricoverato, parlò con i medici, il dottor Werner Catel (lo psichiatra che aveva consigliato al padre di scrivere ad Hitler) e il dr. Helmut Kohl, parlò con i genitori ed infine autorizzò l’uccisione del piccolo che probabilmente avvenne mediante barbiturico il 25 luglio 1939. Dopo nemmeno un mese fu avviato il programma eutanasico T4, dal nome della strada che ospitava gli uffici dove la commissione si riuniva per decidere la sorte di 8.000 bambini malformati e malati mentali uccisi in 6 distinti ospedali. Nuovi documenti indicano che attraverso 296 strutture in Germania, Austria, Repubblica Ceka e Polonia furono soppresse 296.000 persone malate. L’eutanasia legale è questo, solo questo è nient’altro che questo: il principio legale stabilito che si possa togliere la vita per togliere la sofferenza. Tutto il resto è contorno, il come, il quando, le condizioni… sono labili confini che ogni legislatore, democratico o tirannico che sia, può spostare a piacimento, una volta che il principio sia stato accettato».

Nel caso da lei citato abbiamo un genitore che chiede l’eutanasia per il figlio. Ma quali sono i moventi, di norma, che spingono una persona a chiedere l’eutanasia per se stessa?

«La scienza medica è riuscita a fornire solo alcune risposte. Spesso si pensa che alla base vi sia un dolore fisico insopportabile ed incontrollabile. Quando questo avviene, vuole dire che probabilmente c’è qualcosa da rivedere nella terapia. In realtà le cose sono molto più complesse e spesso coinvolgono la dimensione psicologica e spirituale. Sono stati identificati numerosi fattori predittivi associati alla richiesta eutanasica: la maggiore impressione di essere divenuti un peso per gli altri, la minore coesione familiare, la presenza e l’entità di una comorbidità depressiva, il minore addestramento psicoterapeutico del medico, la volontà da parte del medico, di anticipare la morte del paziente, il recente ricovero in hospice, la perdita dell’autonomia, la presenza di sintomi fisici, la perdita di futurazione, il disagio esistenziale.

Di particolare rilevanza è la valutazione della perdita di speranza, la hopelessness in inglese. Essa indica la presenza di un pervasivo pessimismo riguardo al futuro, di tipo cognitivo con aspettative negative, di tipo affettivo con mancanza di fiducia ed entusiasmo, di tipo motivazionale, con l’incapacità ad attuare cambiamenti. La hopelessness s’inserisce nel più vasto quadro della sindrome da demoralizzazione che colpisce i pazienti gravemente malati o in fase terminale. Si tratta di una sofferenza esistenziale causata dalla mancanza di scopi e significato. Una revisione della letteratura ha dimostrato che la prevalenza della sindrome da demoralizzazione nella popolazione affetta da patologia progressiva o oncologica si attesta tra il 13 e il 18% della popolazione ed è associata alla presenza di sintomi fisici scarsamente controllati, di ansia, depressione, riduzione della funzionalità sociale, disoccupazione e la condizione single (Robinson SKissane DWBrooker JBurney S. A systematic review of the demoralization syndrome in individuals with progressive disease and cancer: a decade of research. J Pain Symptom Manage. 2015; 49(3): 595-610)»

Cosa si può far fronte a situazioni simili?

«Pensate che nei centri eutanasici si adoperino per indagare i fattori associati alla richiesta di morte? Pensate che i loro medici si preoccupino di prescrivere farmaci antidepressivi se vi è una flessione dell’umore, o un sostegno psicoterapico se vi è demoralizzazione? Pensate che verifichino se vi sono sintomi fisici come il dolore non adeguatamente trattati e si adoperino per farlo? Se lo pensate, siete degli inguaribili ottimisti. Il problema per costoro è sempre il solito: rispettare le procedure. Esattamente come la donna che vuole abortire, l’unica cosa che riceve dai consultori è il documento per ottenere l’aborto, nel caso dell’eutanasia si tratta di verificare se la procedura sia stata rispettata».

Serial killer a pagamento, insomma?

«I medici che praticano l’eutanasia raccontano che il primo caso è stato terribile, ma poi, dopo un po’, si fanno l’abitudine ad uccidere. Uno di questi, il dottor Bert Keizer, un geriatra in pensione, racconta che tra le motivazioni che lo spingono a lavorare per la Clinica del Fine Vita, vi è quella di mantenersi attivi. Già, c’è chi si dedica all’orto, chi ai lavoretti domestici, chi accudisce i nipoti e chi, come fa il dottor Keizer, si mantiene attivo dopo la pensione somministrando barbiturici letali. Vede, per concludere, la mia opposizione ad ogni forma di eutanasia e di suicidio assistito è radicale e fondata sul fatto che una società che legiferi legalizzando tali pratiche nel momento stesso in cui lo fa afferma una menzogna mostruosa: l’esistenza di vite indegne di vita».

da: la voce del Trentino

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