Quale dignità nella pratica dell’utero in affitto?

di Pino Morandini1

«Il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo consiste nel riconoscimento della dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana».

Sono queste le prime parole della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata all’ONU il 10 dicembre 1948, e poi continuamente riprese da innumerevoli Convenzioni e Dichiarazioni internazionali.

La stessa Unione Europea, nel Trattato di Lisbona, indica il suo fondamento nel rispetto della dignità umana e dei diritti dell’uomo, mentre la Carta europea dei diritti fondamentali, cui l’art. 6 del Trattato di Lisbona attribuisce pieno valore giuridico vincolante, esordisce con un capitolo intitolato “Dignità”.

Dignità, parola misteriosa e affascinante, che rimanda a qualcosa che va oltre l’umano, a un “già e non ancora”. Destinata tuttavia ad infrangersi dinanzi a certe pratiche evocanti la schiavitù, esperienza devastante che si pensava superata, quantomeno in gran parte del mondo.

Invece, non pare affatto così.

Si pensi infatti a formule eufemistiche quali “gestazione conto terzi”, “gravidanza su commissione”, “donazione solidale”, “maternità surrogata”. Locuzioni volte chiaramente ad ingentilire a rendere meno scabrose anche soltanto ad un primo impatto meramente lessicale e linguistico, pratiche abominevoli, degradanti ed offensive per la dignità della donna.

Siffatti lemmi rappresentano infatti alcune delle denominazioni utilizzate per indicare, sotto mentite spoglie di un vocabolario ingentilito, sostanzialmente l’affitto dell’utero.

A parte l’appena stigmatizzata antilingua usata, chiaramente mirante a mascherare, dietro il paravento del solidarismo, lo scempio di una pratica disumana, questa si sostanzia nella disponibilità di donne le quali, normalmente previo pagamento più o meno cammuffato, affrontano la gravidanza e il parto per poi cedere immediatamente il neonato a chi lo ha loro commissionato, più o meno “legalmente”.

Come se non bastasse, raramente il figlio è legato geneticamente alla partoriente. Nella stragrande maggioranza dei casi viene infatti trasferito nel suo utero un bimbo creato in laboratorio con ovociti che non le appartengono biologicamente.

Il tutto con il risultato di una scomposizione innaturale della maternità: “genetica” per la donna che cede i propri ovociti; “gestazionale” per la donna che mette a disposizione il proprio utero, la fatica della gravidanza e del parto (nonché le terapie ormonali collegate alle pratiche di fecondazione artificiale, non certo assimilabili ad una passeggiata di salute per la gestante); “legale” (o “sociale” o “intenzionale”) per chi ha commissionato il tutto al fine di avere un figlio!

Non è chi non veda in tutto ciò una nuova forma di schiavitù: commercio di donne e bambini, per lo più provenienti da zone povere del pianeta (si tratta, in altri termini, di una ferma becera ed abietta di neocolonialismo, in perfetta consonanza, del resto, con l’aspetto schiavistico di tali abomini), cosificazione della vita umana sin dal suo venire al mondo, progettazione di figli come beni di consumo da fabbricare su ordinazione per coppie etero o omosessuali.

Ad colorandum, non va sottaciuto come il moltiplicarsi dei diversi tipi di riconoscimento di unioni omosessuali, soprattutto del matrimonio o di forme ad esso assimilate, che consentono alle coppie dello stesso sesso di accedere all’adozione e alla PMA, abbia indotto una forte spinta a detta pratica. Si pensi, ad esempio, a ben noti miliardari occidentali, i quali hanno avuto possibilità di acquistare il bimbo oggetto dei loro desideri in spregio a qualsiasi attenzione e cautela, anzi ostentando un mercimonio degno più di regimi autoritari che di platinate popstar albioniche o di ex segretari di italici partiti ad asserita difesa degli ultimi (si pensi, ad esempio, ad Elton John ed al nostro espatriato Nichi Vendola).

Il tutto, ca va sans dire, connesso sovente a un imponente giro d’affari, in cui l’intreccio di eugenismo, traffico di gameti ed embrioni umani, alterazione del legame di filiazione, di genitorialità, dell’essere famiglia, evidenziano quanto la questione sia eminentemente antropologica.

E’ in primo luogo antropologica, per la profonda lesione inferta alla dignità ed identità femminili, con banalizzazione assoluta dell’esperienza della gravidanza e del parto: la mamma, che dopo nove mesi di gestazione, cede il proprio figlio ai committenti, vede svilita, banalizzata, un’esperienza umana incancellabile; dal canto loro i committenti, convinti che il denaro possa tutto, esprimono come meglio non si potrebbe non solo la disponibilità del corpo della donna, bensì ciò che di tale disponibilità si pone quale indefettibile corollario: la sua riduzione a res. Cioè, la sua mercificazione.

Non a caso svariati movimenti femministi, evidentemente per non veder espropriata la donna della sua corporeità e identità, hanno dichiarato la propria contrarietà alla pratica dell’utero in affitto!

Ancor prima, profeticamente, Karl Marx preconizzava le sciagure di cui si va trattando con queste parole: «Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato (objet d’échange, de trafic et pouvait s’aliéner); il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio (tout enfin passa dans le commerce). È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore (pour être appréciée à sa plus juste valeur)» (K. Marx, “Miseria della filosofia”).

E’ antropologica perché, prima ancora che nei sentimenti, il vincolo materno coglie le sue radici in una realtà biologica innegabile. Infatti, nel lungo e intenso abbraccio di nove mesi che è la gestazione, madre e figlio si appartengono reciprocamente, come la scienza medica ha efficacemente documentato.

E’ antropologica, perché la posta in gioco è identitaria, vista la perfida sottrazione dell’identità materna nei confronti della donna che ha affittato il proprio utero. Talvolta, però, il “grido” della donna che ospita nel suo grembo il figlio commissionato da altri, si fa sentire. Non sono rare, infatti, le vicende giudiziarie avviate nei confronti dei committenti da madri surrogate che vogliono tenersi quel figlio che sentono proprio, in quanto s’è tracciato nel loro corpo e nel loro cuore un legame incancellabile! E le Corti adite danno loro ragione, giustamente.

E’ antropologica, per la brusca e immediata separazione da sua madre del figlio appena partorito il quale, dopo nove mesi d’intimo legame con lei, viene privato definitivamente, fin dai primissimi giorni dopo il parto, di una presenza affettiva e fisica fondamentale. E sì che la Convenzione internazionale dei diritti del Fanciullo (1989), di cui abbiamo celebrato l’anniversario il 20 novembre scorso, afferma che «…il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica e psichica, ha bisogno di una particolare protezione anche giuridica, sia prima che dopo la nascita»!

Una questione di dignità, appunto.

La storia ci ha insegnato (o, meglio, avrebbe dovuto insegnare) che il vero progresso consiste nel riconoscere la piena umanità dell’altro e la sua eguale dignità.

Trattare i figli come merce e le loro madri alla stregua di incubatrici a pagamento, cosa configura se non una nuova ipotesi di schiavitù, un vero e proprio crimine contro l’umanità?

Servono una visione antropologica nuova e condivisa dei diritti e della dignità dell’uomo e della donna. Che faccia leva su ciò che è giusto e vero in ordine alla vita umana, alla maternità, alla paternità, alla famiglia.

Il tutto al fine di edificare l’avvenire su un più alto livello di civiltà e di umanità.

Faccio perciò conclusivamente mio l’accorato appello di S. Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae: «Urgono una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per mettere in atto una grande strategia a favore della vita. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura della vita. Nuova, perché in grado di affrontare e risolvere gli inediti problemi di oggi circa la vita dell’uomo; nuova, perché fatta propria con più salda e operosa convinzione da parte di tutti i cristiani; nuova, perché capace di suscitare un serio e coraggioso confronto culturale con tutti».

1 Pino Morandini è magistrato, attivista per il diritto umano alla vita, membro del MpV e del Comitato Difendiamo i nostri figli.

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