LA SCUOLA DI PINOCCHIO E I VECCHI PROGRAMMI

Cos’è il 25 Aprile? – Da Tiktok

Attiva il video. Prova a guardare e rifletti su più aspetti; oltre la coltre nera del silenzio sulla realtà.

Qual è stata la tua prima impressione? Che idea ti sei fatta di quel che potrebbe pensare chi sta scrivendo questo breve articolo? Il solito che vede nei giovani sempre il negativo? Oppure, che i giovani di oggi valgono poco? O che qualcuno si diverte a metterli in ridicolo per i loro limiti oggettivi?

Nulla di tutto questo! Un poco di pazienza e ti dirò.

Ora, guarda questo video del ‘mainstream’, che presenta dei giovani che conoscerebbero il significato della data e della festività civile del 25 Aprile.

(RAI Gulp)

Nel primo video, si mettono in evidenza le non conoscenze dei giovani circa date e significati. Nel secondo non va meglio perché non abbiamo intervistati, ma giovani che hanno imparato a memoria alcune frasi o, peggio, e ritengo sia così, che leggono alcune frasi dal “gobbo”, altrimenti non sarebbero in grado di dire una sola parola o, almeno, così pensa il regista del video o chi l’ha commissionato. In ogni caso, tutto ruota intorno alla nozione.

Ma una cosa è vera: quei giovani non hanno comunicato alcun contenuto in merito alla domanda, ma ci hanno comunicato molte altre informazioni indirette:

  1. Questi sono giovani allevati nella scuola dei percorsi educatavi e formativi, dove la nozione e la terminologia appropriata sono trascurate.
  2. Dovremmo aspettarci da parte loro “un giudizio sulle cose”, modo di dire che ci deriva dagli anni settanta, ma esso è assente.
  3. Se non ci sono parole, potranno esserci significati? Non è la parola che ha un significato?
  4. Senza parole e senza “nozioni” (dal latino noscere “conoscere”, affine a cose note, res notae) potremo avere “giudizi sulle cose”?
  5. Su cosa si gioca la preparazione e la competenza di un giovane oggi? Sui processi di apprendimento, ma apprendimento di cosa?
  6. Se non conosco una cosa, un dato, una situazione (attraverso dati, riflessioni, che diventano dati, ecc.) cosa dovrei conoscere e comunicare?
  7. Dobbiamo sorridere di quei poveri intervistati che si sono almeno sobbarcati la fatica di “farsi ridere dietro” , ovvero, deridere perché non hanno informazioni, non possiedono notizie sulle quali riflettere? O dovremmo sorridere di quanti, genitori e docenti, hanno loro insegnato o non insegnato, indicando nulla, con il pretesto che occorre sostituire la lezione frontale con il dialogo, con il “brainstorming”, la tempesta di cervelli che, mal usata, uccide le intelligenze appiattendole al minimo comun denominatore del gruppo anonimo?

I programmi scolastici non esistono più, ma certi docenti fanno finta di non saperlo. Bianchi: l’ossessione di ogni prof.

Per un biglietto da quattro soldi si disfece della cultura


Lo stato degli orientamenti dell’istruzione in Italia

Da alcuni lustri, i Programmi scolastici sono stati sostituiti dalle Indicazioni nazionali:
nella scuola primaria e nella secondaria di primo grado, dapprima con il decreto
legislativo 59 del 2004, durante la lunga gestione a Viale Trastevere di Letizia Moratti, poi
perfezionato con il Dpr 89 del 2009 e successivamente ampliato per gli istituti superiori con ulteriori
Regolamenti approvati a seguito della riforma Tremonti-Gelmini.

Quanti libri … che fatica!

Qual è il mito, la leggenda contemporanea negli ambienti di formazione?

Eccola:

Gli insegnanti non devono più imporre temi e argomenti da affrontare in classe, ma modellare i percorsi formativi sulla base delle necessità dell’allievo, anzi, del singolo alunno. Molti docenti, soprattutto a fine carriera, continuano però a fare alla “vecchia maniera”. Non vogliono adeguarsi. Questa ostinazione è arrivata anche alle orecchie del ministro dell’Istruzione.

Pinocchio marinò la scuola, tradendo la fiducia del su babbo. Ma nel lungo cammino di risalita, con fatica, sofferenze e paure, riuscì a ritrovare la strada e a ritornare dal Padre, all’origine.

Qualcuno insegna che i libri siano la rovina della scuola e così, all’incirca, la pensava anche Romeo. Come? Chi è? Lucignolo, il migliore amico di Pinocchio.

Questa cultura pseudo innovativa della formazione permanente, del no ai programmi a favore dei percorsi, dimentica che anche i percorsi, come i programmi, devono fare i conti con la realtà nuda, cruda, frustrante, ma anche entusiasmante, se aperta a divenire scoperta.

Io, da quando insegno, e anche prima, finché lavoravo in comunità terapeutica per tossicodipendenti, o servivo nelle vesti di conduttore di gruppi per familiari di tossicodipendenti, o per persone separate e divorziate, ho sempre visto una grande sete delle radici.

La Scuola di Pinocchio non è il Paese dei balocchi, di Lucignolo, dell’Omuncolo grassoccio e sudaticcio che fascina bambini sprovveduti, ignoranti di sé, del presente, de passato e del futuro. E’ la scuola della fatica. Poiché sembrerà stantio a qualcuno e retorico, ma non si impara senza fatica e la fatica e sporgersi verso l’altro, verso l’altrui pensiero, primo fra tutto quello degli antichi, le radici, che si trova, ohimè, proprio nei libri!

Duc in altum, discipulě! Occorre piegar la schiena non solo per l’aratro, ma anche per coglierne i frutti. Anche la scuola esige di piegar la schiena e la testa e l’orgoglio. Questa scuola dell’autostima, della fiducia in sé stessi, stima poco o nulla proprio gli alunni. Da un lato li sopravvaluta e, dall’altro, li ritiene incapaci di sviscerare, di apprendere, di interiorizzare ciò che viene dalla storia e che la storia supera.

Povero Pinocchio! Come ci rimase male quando vide chi egli veramente fosse divenuto; lui che sognava di poter diventare un bambino vero! Aveva sbagliato la strada ed aveva perso sé stesso!

Fin dalla prima elementare, di fronte a bimbi all’oscuro di molto, ma appassionati del nuovo, quel che sembrerebbe superato diventa la terra ignota e davanti alla bellezza dell’arte, della narrazione, del gioco genuino si stupiscono di meraviglia, si di-vertono, cioè, si allontanano dalla via tracciata da altri, scoprendo le cose più semplici e più vere.

Sfogliano con interesse un libro d’arte, non solo i fumetti, ormai pure dimenticati a favore di slide, tempestano di domande vere, altro che brainstorming, altro che tempesta dei cervelli!

Amano esplorare il mondo di chi è vissuto prima di loro, tutto da scoprire. Prima di imbattersi nelle sirene della didattica multimediale integrata -e aggiungiamo altri aggettivi se pur li volessimo-, che neutra non è, che rischia di ottundere le menti in mani sprovvedute e si sostituisce alle esperienze sensoriali più dirette, essi han bisogno di esplorare le vie del sapere imparandone gli elementi basilari! Mattoncino sopra mattoncino; di dare spazio alla fantasia, di cullarsi anche nell’irreale, ossia, in quel mondo nel quale potranno inventare, ovvero, trovare, dice il latino lingua viva e mai morta!

Avete mai visto bimbi sì piccoli andare in visibilio per aver osservato e odorato libri di secoli passati, portati a scuola dal Maestro? Io, sì! Sono i miei alunni!

La mia non è certo la scuola della nozione, fine a sé stessa, indifferente alla vita dell’adulto come del discente, ma nemmeno la scuola che nega il libro e i programmi, che, invece, avrebbero il benefico scopo di indicare alcuni riferimenti di percorso, ministri o non ministri. Non si fa scuola per comando, miei Signori! E se si vuole una scuola di percorsi, a misura della persona, occorre ricordare, cari formatori che battete i lidi della scuola italiana, che senza punti di riferimento non si misura.

Il tempo della vita è misurato dai pensieri, non meno che dalle lancette dell’orologio l’ora. E le parole sono le lancette della vita, che dicono verso dove andare.

Che ore sarebbero, adesso, se cancellassimo il sole e le stelle e i pianeti? Ma mentre guardiamo il sole, le stelle e i pianeti, non dimentichiamo i sassi della terra nei quali non conviene inciampare, ma che è bene renderci amici, chinandoci su di essi a studiarli.

Cari Signori Ministri, cari formatori e deformatori, che guardate a un nuovo mondo, dovrò esser io a ricordarvi quel detto … -come fa? Ah, sì!- Non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca?

“La miseria, quando è miseria davvero, la intendono tutti: anche i ragazzi.” (Carlo Collodi). E quale sciagura e miseria più grave dell’ignoranza? E i ragazzi lo sanno. Ma se avalli la loro pigrizia, parola mai nominata dai formatori, che ne sarà?

I pericoli della scuola non sono poi molti: Il bambino, il maestro, la famiglia e la società. Se il bambino è ben avviato dalla famiglia, e l’insegnante sa accoglierlo, conquistarne la fiducia e incuriosirlo quel tanto che basta, -poiché il bambino è curioso di natura-, il gioco è fatto ed ogni programma assillante, se pensato fine a sé stesso e al controllo del Dirigente, diviene invece un sempre più ricco e arricchente percorso. E un percorso, anziché restare chiuso in sé stesso, nell’individualità del singolo alunno, con una eccessiva individualizzazione dell’insegnamento, diventerà un ‘programma/progetto’ sempre rinnovabile perché sarà vivo dentro, grazie alle persone che lo affrontano. I libri, invece, sono degli amici per chi ama e vuole imparare ad amare sempre di più.

E ce lo vogliamo ricordare con le parole di un uomo sapiente, il Card. Basilio Bessarione, che così scrisse al Doge di Venezia, Cristoforo Moro, donandogli la sua preziosa biblioteca che voleva salvare dai turchi:

“Sin dalla più giovane età mi sono impegnato in tutti i modi per mettere insieme quanti più libri potevo su ogni argomento. Non soltanto ne ho copiati molti io stesso quando ero ragazzo, ma ho anche destinato tutto quello che riuscivo a risparmiare all’acquisto di libri – non potevo immaginare di procurarmi nulla di più nobile e splendido, né tesoro più utile e prezioso […]. Questo fine ha sempre dominato i miei pensieri, ma è diventato ancora più urgente dopo la distruzione della Grecia e la caduta di Bisanzio in schiavitù. Da allora tutte le mie forze, il mio tempo, la mia dedizione sono andati alla ricerca di libri greci. Perché io temevo – anzi, avevo il terrore – che tutti quei libri straordinari, quei prodotti della fatica dei più grandi ingegni, quelle sorgenti di luce per il mondo, fossero in pericolo e rischiassero di andare distrutti in un istante”.

Si legge altresì:

“I libri sono pieni delle parole dei saggi, degli esempi degli antichi, dei costumi delle leggi, della religione. Vivono, discorrono, parlano con noi, ci insegnano, ci ammaestrano, ci consolano, ci fanno presenti ponendole sotto gli occhi cose remotissime dalla nostra memoria.

Tanto grande è la loro dignità e maestà e infine la loro santità che, se non ci fossero i libri, noi saremmo tutti rozzi ed ignoranti, senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio: non avremmo conoscenza alcuna delle cose umane e divine; la stessa urna che accoglie i corpi cancellerebbe anche la memoria degli uomini.”

Perdonatemi un’ultima parola, dopo questa parenesi insolita al dì d’oggi. I compiti! Quei famigerati compiti che fan piegare la schiena, si diceva!

Essi, in tutte le epoche, furono troppi. E poiché gli alunni sempre cercarono e cercheranno per lo più di evitarne il peso, tanto quanto chi, non avvezzo alla montagna, preferisca evitarne la salita, non stupisce che, venuto meno il principio di autorità, e dimenticando il fine dello studio personale, che dai compiti principia, coloro che i compiti odiarono cercheranno di risparmiarli alle nuove generazioni, illudendosi, così, di fare loro un bene; ed essendo divenuti ministri e formatori si sentiranno ora anche dei liberatori da quella prigionia che sarebbe la scuola!

Che volete fare? Sic transit gloria mundi!

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