CREDO LA RESURREZIONE DELLA CARNE E LA VITA ETERNA

Il Tempo Pasquale è propizio alla meditazione, ma non meno a riflettere e a ricercare circa gli indizi e i motivi che nei Vangeli e nella Tradizione della Chiesa inducono alla fede nella Resurrezione.

Quando si parla di Resurrezione di Cristo, occorre tenere presenti alcune questioni di fondo:

La storicità della risurrezione di Cristo – Tanogabo.it
Beato Angelico e collaboratori, Meditazione sulla Passione Italiana,
Convento di San Marco, 1441-1442, Firenze,
  1. La credibilità delle fonti e la loro datazione
  2. La passione, processo e morte di Gesù
  3. La sepoltura di Gesù
  4. Il sepolcro vuoto
  5. Lo stile delle testimonianze dei discepoli e delle discepole e in che rapporto stiano tra loro
  6. Le apparizioni, dove e a chi apparve
  7. La differenza tra rivitalizzazione e resurrezione, tra resurrezione e reincarnazione.

Falsificazione delle testimonianze e datazione dei Vangeli

Le accuse di non veridicità delle testimonianze e dei testi, di incredibilità, iniziarono da subito, prima tra i discepoli e poi nelle prime comunità, per non dire, in seguito, delle accuse di vera e propria falsificazione della verità.

Per questo, sarebbe importante stabilire con buona approssimazione la datazione dei Vangeli canonici, specialmente dei sinottici.

Se per Giovanni si concorda per una data intorno al 90 d. C., per i sinottici la questione è più discussa. I Padri li facevano risalire, e forse non a torto, al 40-54 d. C., mentre la critica moderna li portò tra il 60 e il 70. Ma, tenendo per riferimento sia i testi degli Atti, che il Vangelo delle Lettere, alcuni studiosi pensano che si possa nuovamente anticipare la datazione dei Sinottici al 40-54, confermando la tradizione patristica (Cf Luisella Scrosati, I vangeli sinottici scritti tra il 40 e il 54, in La Nuova Bussola Quotidiana 10-04-2022, su studio di John William Wenham, Redating Matthew, Mark and Luke (vedi qui) e John Arthur Thomas Robinson, con il suo lavoro Redating the New Testament (1976) (vedi qui), il che è interessante per la questione della resurrezione, collocando questi scritti assai vicini all’epoca delle testimonianze orali. Ultimamente, si parla nuovamente degli studi del maggiore specialista degli Scritti del Mar Morto Jean Carmignac, e della qual questione tratta ampiamente la specialista Roberta Collu[1] ne Il Padre Nostro e i Rotoli di Qumran nel lavoro scientifico di Jean Carmignac (LEF, pp. 330)

Questo dibattito, ovviamente, riguarda principalmente gli specialisti. A noi basti dire che fosse vera l’una, o l’altra datazione, sarebbe difficile immaginare che dei semplici pescatori illetterati potessero inventare il complesso intrico di simulazioni e false testimonianze di cui taluni ancora li accuserebbero. Anzi, i primi a non credere alla resurrezione furono proprio gli Apostoli.

Come vedremo, molti saranno coloro che non crederanno alle primissime testimonianze e, ancora nel quarto secolo, le Protocatechesi di Cirillo di Gerusalemme, pronunciate per lo più nella Basilica del Santo Sepolcro, ne danno chiara notizia: siamo nel 348 o 350 d. C. Ma tutto ciò, lungi dall’incrinare la forza delle testimonianze di fede, piuttosto le rafforza. Scrive San Cirillo:

Poiché, dunque, l’Apostolo ci rimanda alla testimonianza delle Scritture, ci va bene che da esse conosciamo la speranza della nostra salvezza e, in primo luogo, sappiamo se le divine Scritture ci dicono il tempo della sua resurrezione … se le donne che lo cercano e non lo trovano si rallegrano di averlo di nuovo cercato. Così, quando si leggeranno i Vangeli, le [loro] narrazioni non saranno più prese per racconti mitologici o leggendari. (Cirillo di Gerusalemme, Protocatechesi XIV, in Cirillo e Giovanni di Gerusalemme, Catechesi prebattesimali e mistagogiche, Paoline, Mi 1994, 425-426).

Il Video

E, ancora oggi, un famoso autore scrive:

Io sono convinto che per ridestare e rinnovare la fede dei cristiani nella resurrezione della carne basterebbe che questi comprendessero la liturgia dei morti. (Cf Avvenire, 23 giugno 2013, di Enzo Bianchi).

Parole, dunque, non di un novello apologeta del XX° o XXI° sec., posto che l’apologetica abbia fatto il suo tempo, ma di un uomo di studio, che ha dedicato la sua vita e la sua comunità monastica di Bose allo studio, proprio, della resurrezione.

Il Simbolo Apostolico

Secondo la professione del “Credo”, nella versione del Simbolo Apostolico, gli articoli finali dichiarano: “Credo la resurrezione della carne, la vita eterna”; o, secondo il Simbolo niceno-costantinopolitano “Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”.

Prima di entrare in medias res, permettetemi di fare una precisazione sul verbo “credere”.

Credere è l’espressione tipica di tutta la fede biblica, da Abramo il primo credente, il credente per eccellenza, fino al Nuovo Testamento, fino a noi: credere ci costituisce in un rapporto preciso con Dio. In ebraico “credere” è espresso con alcuni verbi, e il più ricorrente è aman, da cui viene la notissima parola amen: aman significa aderire, mettere fiducia, avere fiducia.

Quando proclamiamo la fede cristiana e diciamo “Credo”, diciamo “pensiamo che…” e “abbiamo fiducia in Lui”, mettendo la fiducia in Dio: nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo.

Fatta questa doverosa precisazione, riflettiamo sulle due espressioni conclusive del Credo, secondo la versione del Simbolo apostolico: Credo la resurrezione della carne e la Vita eterna.

Credo la resurrezione della carne

Sembra che la resurrezione della carne, la resurrezione dei nostri corpi, sia la “cosa” più strana che la fede cristiana chieda di credere. Dalle analisi sociologiche condotte sulla fede dei cattolici italiani risulta che, se la maggior parte della popolazione crede in Dio, neanche il 20% crede nella resurrezione della carne.

Allora che qualità cristiana ha questa fede, che in verità sembra piuttosto una certa credenza in un dio, in un generico essere superiore?

Quando poi si ascoltano i pensieri dei cristiani sull’al di là, si può restare imbarazzati. Spesso parlano di reincarnazione (espressione sconosciuta fino a un secolo fa e introdotta con il fenomeno dello spiritismo), come se questo fosse il vero desiderio che li abita: vivere altre vite, altre esperienze.

La reincarnazione e la trasmigrazione delle anime

La nascita della filosofia, i primi filosofi - Studia Rapido
Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, Stanza della Segnatura Apostolica, 1509-1511

È questo un modo per rimuovere la verità della morte, oppure è un sogno di immortalità? Questi cristiani che spesso pensano la reincarnazione come una credenza religiosa orientale non sanno, tra l’altro, che nell’induismo e nel buddhismo la reincarnazione significa una condanna, perché la salvezza si attua proprio attraverso una lunga disciplina durante la vita, uscendo dal ciclo delle reincarnazioni che rappresentano sempre un fallimento! Questi cristiani si ispirano forse alla migrazione delle anime, concepita da Platone all’interno di un’ideologia dualista secondo cui l’essere umano sarebbe composto di un elemento mortale, l’anima, e di uno corruttibile, il corpo?

I Novissimi

Certamente, i novissimi, le realtà ultime, cioè, morte, giudizio, inferno e paradiso, non sono molto presenti nella predicazione e nella catechesi, e per questo si fa urgente la riproposizione di questi temi essenziali per la fede cristiana, anche per impedire derive spiritualiste, che rispondono alle curiosità e non agli autentici bisogni di fede dei cristiani.

La resurrezione cuore della fede cristiana

La fede nella resurrezione della carne è il cuore della fede cristiana, perché indissolubilmente legata alla fede nella resurrezione di Gesù Cristo. Già l’Apostolo Paolo, di fronte alle difficoltà mostrate a questo riguardo dai primi cristiani provenienti dal mondo greco, asseriva con forza:

“Se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede … Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini” (1Cor 15,16-17.19).

Di fronte a questa fede dei cristiani, la critica di chi non crede può anche essere feroce: il credere alla resurrezione sarebbe soltanto un artifizio per negare la realtà della morte; sarebbe soprattutto, per gli spiriti deboli, un modo di raggiungere nell’al di là ciò che non hanno saputo essere nell’al di qua; sarebbe una preoccupazione egocentrica, una non accettazione del fatto che nel mondo tutto nasce, cresce e muore. Oppure sarebbe una forma di rassegnazione, una via per evadere dal duro mestiere di vivere, mettendo la speranza solo nell’al di là, fino all’affermazione del filosofo Karl Marx (la religione) è l’oppio del popolo.

Le Sacre Scritture

Per reagire a tale situazione, cerchiamo innanzitutto di metterci in ascolto del messaggio consegnatoci dalle Sante Scritture riguardo alla resurrezione della carne.

Nell’A. T., sempre si insiste sul fatto che la vita è un dono di Dio, perché Dio è colui che l’ha creata e il solo che può disporne: l’uomo la riceve come grazia e benedizione, compito e vocazione. E la vita dell’umano è sempre alleanza con Dio…

Una vita beata e lunga, “sazia di giorni” (cf. Gen 25,8; 35,29, ecc.), è da un lato il desiderio umano, dall’altro la promessa di Dio per chi vive nella giustizia e nella pace (cf. Sal 128).

Eppure, salute e malattia, benessere e angoscia, pienezza di vita e vecchiaia e morte, sono realtà che attendono tutti sotto il sole… Davanti al male, alla sofferenza e alla morte il credente dell’Antico Testamento patisce il dramma di chi sente che la morte è un’ingiustizia, che la morte attende tutti, ma è sofferenza, che la morte è dolorosa perché è la fine delle relazioni, dei legami. Lo sarebbe anche dell’Alleanza con Dio? …

Cosa ne pensa Gesù: il N. T.

Gesù (dice) che la fede di Mosè era già fede nel “Dio dei viventi e non dei morti” (cf. Mc 12,27 e par.; Es 3,6), e il Nuovo Testamento fa risalire la fede nella resurrezione dei morti addirittura ad Abramo, il quale “pensava che Dio è capace di far risorgere anche dai morti” (Eb 11,19).

… nella fede di Israele, uomini come Enoch, che camminò con Dio e poi scomparve perché Dio l’aveva preso (cf Gen 5,24), o Mosè, del quale non si conosceva la tomba (cf. Dt 34,6), o Elia, che era salito al cielo in un carro fuoco (cf. 2Re 2,11), erano pensati viventi presso Dio. Dunque, uomini per i quali Dio aveva vinto la morte.

Giotto, Elia rapito in cielo sul carro di fuoco, Cappella di Santa Maria della Carità, detta degli Scrovegni, 1303-1305, Padova

Se questa consapevolezza faceva parte della fede, allora si poteva sperare e credere che il Signore, sempre fedele verso il credente lungo tutta la sua vita, non poteva non essere fedele quando il credente incontrava la morte (cf. Sal 16,10; 30,3- 4).

E così, verso il II secolo a.C., emerse la fede nella resurrezione dalla morte, dunque resurrezione della carne: i santi, i martiri messi a morte a causa della loro fedeltà al Signore, risorgeranno per una vita eterna (cf. 2Mc 7,9).

Questa fede, derisa dai sadducei, assunta dai farisei e dagli Esseni, sarà anche la speranza di Gesù, e i Vangeli ce ne danno testimonianza.

Gesù annuncia che Abramo, Isacco e Giacobbe sono viventi in Dio (cf. Lc 20,38), e al ladro crocifisso promette: “Oggi sarai con me nel Paradiso” (Lc 23,43). Sì, nella morte avviene un passaggio da questo mondo alla vita in Dio, vita in cui accadrà una trasfigurazione come quella già avvenuta nel corpo stesso di Gesù, quando “il suo volto risplendette come il sole” (Mt 17,2), e così, alla fine del mondo, “i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13,43). Ma il fondamento della fede cristiana, più che nelle parole di Gesù, sta nell’evento in cui il Padre ha definitivamente e in modo manifesto “costituito Signore e Cristo quel Gesù che era stato condannato e crocifisso” (cf. At 2,36). Seppellito nella tomba la vigilia di Pasqua, il 7 aprile del 30 d.C., Gesù è stato richiamato alla vita eterna da Dio e la tomba in cui era stato deposto risultò vuota per le donne e i discepoli che andarono a visitarla.

Quell’evento della resurrezione non fu la rianimazione di un corpo cadaverico, non fu un ritorno alla vita fisica, ma fu un evento in cui Dio attraverso la potenza dello Spirito santo vinse la morte e trasfigurò il corpo mortale di Gesù in un corpo vivente per l’eternità.

Gesù oltrepassò la barriera della morte, il suo corpo morì realmente ma non fu soggetto alla corruzione (cf. At 13,34-37), perché “si alzò”, “si svegliò” di tra i morti ed entrò nella vita eterna.

È significativo che, nelle diverse manifestazioni del Risorto ai discepoli, questi fanno fatica a riconoscere Gesù:

  • Un giardiniere (cf. Gv 20,11-18)?
  • Un pescatore (cf. Gv 21,1-14)?
  • Uno spirito (cf. Lc 24,36-43)?
  • Un viandante (cf. Lc 24,13- 35)?

La presenza di Gesù risorto non era più quella abituale che i discepoli avevano conosciuto…

Ma, alla fine i discepoli, nonostante i loro dubbi, giungono a riconoscerlo vivente:

  • sentono il loro cuore che brucia mentre spiega le Scritture (cf. Lc 24,32),
  • lo riconoscono mentre spezza il pane (cf. Lc 24,30-31; 35),
  • lo chiamano quando si sentono da lui chiamati per nome (cf. Gv 20,16).

È Gesù; è sempre Gesù il figlio di Maria, quel Gesù il cui corpo i discepoli hanno visto e palpato (cf. 1Gv 1,1), eppure, è un Gesù che ormai è in Dio, glorificato quale Signore e Dio (cf. Gv 20,28). Il crocifisso che … era un corpo umano, una psiche umana, ora è interamente in Dio trasfigurato e glorificato.

Questo poiché …

“Non era possibile che la morte tenesse Gesù in suo potere” (At 2,24) – come afferma Pietro il giorno di Pentecoste –, perché egli aveva vissuto fino all’estremo l’amore (cf. Gv 13,1), e questo suo amore – “Dio è amore” (1Gv 4,8.16) – ha vinto la morte, si è mostrato più forte della morte, più tenace degli inferi (cf. Ct 8,6).

Va proclamato con forza che la resurrezione di Gesù non significa tanto che la sua causa continua, che il suo insegnamento non muore, che il suo messaggio è vivente, bensì, che Lui, la sua intera “persona umana”[2] (Dice Bianchi, riesumando l’eresia nestoriana, ma la persona è solo divina), quindi diciamo il suo essere umano, morto in croce e sepolto, è stato resuscitato da Dio a vita gloriosa ed eterna.

Cosa “dimostra” la verità della resurrezione?

l Mistero pasquale, con la storicità del Golgota, e resurrezione, o si prendono entrambe in blocco, ritenendo vera la prima e la seconda, o si negano entrambe.

Per prima cosa notiamo che:

  • la testimonianza della resurrezione è affidata a donne;
  • gli stessi discepoli non credono e le seguono alla tomba vuota solo per scrupolo.
  • furono i pastori a vedere per primi il Messia, a riferire ciò che l’Angelo disse loro … ma anche loro non potevano testimoniare in un processo.
  • e fu Maria, donna, a rinviare alla testimonianza dei pastori, incapaci e non abilitati entrambi …

In una parola, il N. T. inizia e finisce con testimonianze di incapaci innominabili.

Scrive Paolo in 1Cor 14, 34:  «Le donne in assemblea tacciano» – non hanno la stessa autorità. Sconveniente che parlino in assemblea, vedi anche il vangelo dello pseudo Tommaso (p.42), che conferma. Va sotto il nome di vangelo copto di Tommaso, antologia di detti apocrifi (alcuni pare autentici) attribuiti a Gesù in epoca vicinissima a lui. L’ultimo frammento dice: «‘Maria deve andare via da noi, perché le femmine non sono degne della vita’. Così disse Pietro, ma Gesù rispose: ‘Ecco, io la guarirò in modo da farne un maschio, affinché diventi uno spirito vivo uguale a noi maschi. Poiché (solo) la femmina che si farà maschio entrerà nel regno dei Cieli’». Questa Maria è proprio la Maddalena.

I Vangeli trasmettono così la testimonianza per amore della Verità, sfidando ogni conformismo dell’epoca con il rischio di non essere credibili allora, ma, oggi, interpretando storicamente il testo, lo diventano proprio per questa apparente debolezza inziale.

E il capitolo 16 di Marco, aggiunto forse all’originale, ma riconosciuto da tutte le chiese come canonico, riconosce il dato delle donne, isteriche o ex indemoniate, come la Maddalena!

E le donne restano sotto la croce e al sepolcro, mentre gli uomini fuggono, contro Prov. 31, 10: “Una femmina forte chi la troverà?».

Lo stesso J. J. Rousseau scriveva: «Mensieur, non è così che si inventa!». Solo in caso di incomprensibile autolesionismo è possibile pensare a testi evangelici manipolati o addirittura inventati a tal modo!

Che dire degli Atti, in cui Areopagiti, esperti dei culti antichi, considerarono Paolo un mentecatto proprio perché parlava di resurrezione?

Il Sinedrio di Israele condannava e perseguitava chi parlava di resurrezione di Gesù, l’Areopago rideva (54-55). La resurrezione di Gesù dai morti fu proprio la cosa più difficile da accettare per gli ellenisti (1Cor 15, 12): scandalo per i giudei, follia per i pagani. Tra i pagani il concetto di resurrezione come morte di un dio e redentrice si farà strada dopo il 300 proprio per influenza cristiana.

«La risurrezione non è una credenza in più sviluppatasi all’interno della Chiesa. È il credo attorno al quale tutta la Chiesa stessa si è formata. È il dato di fatto sul quale e attorno al quale tutto l’edificio della fede si fonda e si appoggia» (Vittorio Messori, Dicono che è risorto, SEI, Torino 2000, 65).

Ma i discepoli non credettero nemmeno ai due testimoni di Emmaus. assurda, eppure, su di essa si fonderà la predicazione. Sì! La Resurrezione è assurda, non è realtà immediatamente constatabile, eppure, i discepoli da questa partiranno per il mondo per annunciare il Vangelo. Gesù ancora vivo, infatti, si chiedevano «che cosa volesse dire risuscitare dai morti» (Mc 9, 9s.). Altro che inventare: non capivano!

E le contraddizioni dei Vangeli?

La stessa storia della redazione (Redaktiongeschichte) del N. T. fa capire che i singoli vangeli non raccontano una storia diversa, ma si soffermano su particolari diversi a motivo di interessi teologici e pastorali diversi a seconda delle comunità cui si rivolgono (72).

Messori apprezza le parole dello psicoanalista francese Françoise Dolto:

«Nei racconti evangelici di resurrezione domina un carattere di gioia che tutti vogliono far partecipare a tutti gli altri. Ciascuno, uomo o donna, si mette subito per strada per avvertire, per comunicare, per gridare che Gesù non è morto ma è di nuovo vivo. Si avverte, leggendo, come un correre esultante, istintivo, di qua e di là» (66-67).

A mio avviso, benché positiva, questa considerazione mi pare troppo compiacente. Non stiamo forse parlando della questione centrale della fede? L’argomento è utile, ma acquista maggior splendore solo se posto su più solide basi anche sul piano razionale. Tuttavia è vero che i discepoli, gente semplice, si addentrano in un terreno arduo per la sapienza umana, posto tra tempo ed eternità, tra visibile e invisibile al quale, come diceva Dodd, non si può chiedere la precisione della descrizione perché non descrivibile (in Messori, 76).

Siamo salvi perché Lui è risorto! I testimoni non hanno bisogno di dimostrare avendo visto e non secondo la carne!

Se Cristo per me non fosse risorto, ovvero, se io non fossi persuaso della veridicità delle parole degli Apostoli, non crederei al Vangelo e se la Chiesa non lo testimoniasse, non crederei la Chiesa. Credo la Chiesa per Cristo Redentore e Risorto!

Motivi per non ammettere il fondamento storico della resurrezione?

E perché diversi autori cattolici non ammettono la fede in una resurrezione che abbia fondamento storico? Perché seguono la tesi protestante secondo la quale se la resurrezione fosse storica la fede diverrebbe superflua. Per lo più la conclusione è che il sepolcro vuoto non può essere una prova della resurrezione, tanto che Maria di Màgdala lo trovò vuoto e suppose che qualcuno avesse portato via il corpo.

Ma “…nella Gerusalemme di allora l’annuncio della resurrezione sarebbe stato assolutamente impossibile se si fosse potuto far riferimento al cadavere giacente nel sepolcro. Per questo, partendo da un’impostazione giusta della domanda, bisogna dire che, se il sepolcro vuoto come tale certamente non può provare la resurrezione, esso resta però un presupposto necessario per la fede nella resurrezione, dal momento che essa si riferisce proprio al corpo e, per suo tramite, alla persona nella sua totalità” (Joseph Ratzinger-Benedetto XBI, Gesù di Nazaret, LEV, Città del Vaticano, II, 283).

Ma se Paolo afferma il contrario, da dove i protestanti e alcuni teologi cattolici derivano questa dottrina se non da sé stessi? Che ne direbbe Paolo redivivo? Ora, i veri nemici della pura fede non sono i pagani, gli atei, ma molti cristiani! Ma ciò non costituisce per noi un problema, poiché noi perdoniamo i nemici. Gesù è venuto per i malati, non per i sani (Mt 9, 12).

Alcuni segni

«… un po’ di pesce arrostito a riprova che è vivo» (92) -Lc 24, 14-43 – Ad Emmaus, è riconosciuto mentre spezza il pane (però, questo spezzare, con la sua scomparsa, ha più un sapore trasfigurante che fisico in senso ordinario). A Tiberiade chiede di mangiare e prepara da mangiare agli Apostoli. Gv 21, 9-10; 12; 15. Mangiare e bere con lui (At 10, 41) ha un significato, è fisico (92) è comunione, è intimità. E l’essere a tavola con Lui, per Pietro è garanzia di testimonianza della verità della Resurrezione.

Se lo gnostico e lo spiritualista sono disincarnati, qui la testimonianza dello spirito è data dal ventre. Già allora … credevano di vedere un fantasma … (Lc 24, 37) «Ma Egli disse: – Perché … sono proprio io … un fantasma non ha carne o ossa come vedete che io ho» (Lc 24, 38ss) = pselafáo, tasto, palpo, molto materiale ed evidente! (93). Così Tommaso: … metti il tuo dito … Gv 20, 27. … 1Gv 1, 1ss. Il sepolcro è vuoto … e per sempre! E certo, non tanto la tomba vuota portò alla fede gli Apostoli, ma aver mangiato con Lui. Eppure gli Apostoli ripetono che il corpo non vide corruzione:

Il dubbio degli Apostoli

Ma poi è fondamentale il fatto che gli stessi Apostoli abbiano più volte dubitato di quanto stavano vedendo (cf 105) tanto che Gesù dirà loro: «In verità Io vi dico: se avrete fede e non dubiterete …» (Mt 21, 21 p. 106) e a Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). E i Discepoli di Emmaus (Lc 24, 25 pag. 106). Tutti questi dubbi, alla loro base, devono avere un dato storico accaduto: proprio la resurrezione della quale dubitavano e che poi annunceranno a costo di essere presi per pazzi.

Giovanni vide e credette. Il segno delle fasce vuote è il segno di Gesù.

Giovanni fu il primo che credette. Ma cosa lo spinse a credere? La tomba vuota no, ma qualcosa che Giovanni vide al suo interno.

Messori trovò interessanti riflessioni in un libro del sacerdote Antonio Persili, non specialista, ma che per tutta la vita fu appassionato dalla ricerca del significato di quel “vide e credette”. Ne tenne conto nel suo Dicono che è risorto. Persili sapeva che lì c’era la chiave della fede in Giovanni (cf Messori, 124). Eîden kaì epísteusen: cosa vide Giovanni per credere? Il volume del persili fu pubblicato nel 1988 con il titolo Sulle tracce del Cristo risorto-Con Pietro e Giovanni testimoni oculari. Inizialmente, Messori pensava che fosse uno scritto da apologeta naïfs, ma, studiatolo a fondo, dovette ricredersi. Il testo dimostrava una competenza nella lingua greca non comune e di avere alla base approfondite conoscenze circa “le tecniche di sepoltura, gli usi, i costumi funerari nell’Israele antico”. Ciò è essenziale per capire cosa vide Giovanni, mentre, nella immensa bibliografia biblica, non è approfondito. Certo, anche così non si può dimostrare la “verità” dei Vangeli, ma la verosimiglianza sì, la ragionevolezza sì, oltre la quale sarà la libera fede. L’evidenza dissolverebbe la fede, ponendo tutto nelle mani dell’uomo. Da questo studio si comprende, per esempio, che, diversamente da quanto solitamente scritto, la preparazione del corpo di Gesù fu accurata e non affrettata. Nicodemo e Giuseppe disponevano di molti servitori e, quindi, in poco tempo, poterono portare a termine quanto necessario prima dell’inizio del Sabato. Gesù morì nell’ora nona (tre del pomeriggio).

Le operazioni di sepoltura iniziarono più tardi, venuta la sera (Mt 27, 57 e Mc 15, 42). Fu acquistato un sindòn, che significa anche lenzuolo; un tessuto di lino, non essendo Gesù ricoperto delle vesti. Il Crocifisso vi fu avvolto perché chi l’avesse toccato non risultasse impuro, contaminandosi con il sangue.

Giuseppe di Arimatea non unse il corpo, non per la fretta, ma perché sapeva, come uomo della Legge, che i morti di morte violenta andavano sepolti con il loro “sangue di vita”. Una prescrizione particolare sconosciuta alle “donne” (cf 128). Il corpo, dunque, fu avvolto e il corpo, con il telo, fasciato.

Ma veniamo al testo di Giovanni 20. Giovanni 20, 5 dice che Giovanni vide (cf Messori, 130) le bende per terra, ma non entrò. Don Antonio Persili traduce più aderentemente al testo …le fasce distese … La differenza è fondamentale. In greco “per terra” non è la traduzione corretta. Il greco scrive keímena tà othónia, in latino “linteamina posita”. Le othónia, infatti, non sono semplici bende, sono più ampie. Giovanni vide le grosse fasce, ma non il telo. Il lenzuolo, infatti, era coperto dalle fasciature, ad esclusione del capo, coperto dal sudario, e questo perché, stando all’esterno della tomba, vedeva solo la parte dei piedi.

Le fasce messe attorno al corpo, sopra il telo, avevano anche la funzione di impedire un’evaporazione troppo rapida del liquido aromatico versato sulla sindone (cf Messori 131). Anche il sudario assolveva alla stessa funzione. Soprattutto, le fasce erano non “per terra”, ma “distese”, keímena, participio del verbo keĩmai, il iăcēre latino, disteso, orizzontale. Quindi, ha il significato opposto di rialzate. Allora, prima, presente il corpo, erano rialzate; assente il corpo, sono distese, come svuotate, giacendo nel posto in cui si  trovavano quando contenevano il corpo (cf 132). Dunque, fasce distese e “vuote”: distese e non disciolte, diversamente da come spesso immaginiamo. Questa è una prima traccia della resurrezione poiché come sarebbe potuto uscire il corpo di Gesù in modo naturale dalle bende, come da un sacco sigillato, senza un intervento a noi ignoto?

La questione del “vedere”: vide e credette. Soffermiamoci ora sul “vide”.

“…sia la Vulgata latina che l’attuale versione cattolica italiana (Messori si riferisce a quella del 1974) traducono sempre con ‘vedere’ i tre (diversi) verbi greci impiegati in questi versetti da Giovanni. Si perde così una sfumatura importante, con la quale l’evangelista sembra aver voluto indicare una progressione: dal primo ‘constatare’ con perplessità, al ‘contemplare’ successivo e poi al ‘vedere pienamente’, direi io con occhi di fede, così da comprendere e credere (cf 133).

Tali verbi solo apparentemente sono sinonimi e con essi Giovanni conferma di chiedere al lettore attenzione nel cogliere il significato di ogni parola a beneficio della progressione di conoscenza nella fede, appunto, passando dal dato storico a quello interiore.

Quali sono i verbi greci? Béplei, (constatare), theoréi, (contemplare) eíden (vedere pienamente). Riduttivo tradurli tutti con un “vide”. Chi vuole potrà approfondire le ulteriori argomentazioni del Persili e Messori alle pagine 120 e seguenti dell’edizione da noi utilizzata (SEI 2000).


[1] Roberta Collu è antropologa, diplomata in Scienze e Teologia delle religioni all’Istituto Cattolico di Parigi. Ha insegnato presso questo istituto dal 2008 al 2018 antropologia delle religioni, storia e teologia dell’ebraismo e socio-antropologia presso la FASSE (Facoltà di Scienze sociali e economiche).

[2] CCC n. 466 L’eresia nestoriana vedeva in Cristo una persona umana congiunta alla Persona divina del Figlio di Dio. In contrapposizione ad essa, san Cirillo di Alessandria e il terzo Concilio Ecumenico riunito a Efeso nel 431 hanno confessato che «il Verbo, unendo a se stesso ipostaticamente una carne animata da un’anima razionale, […] si fece uomo ».91 L’umanità di Cristo non ha altro soggetto che la Persona divina del Figlio di Dio, che l’ha assunta e fatta sua al momento del suo concepimento. Per questo il Concilio di Efeso ha proclamato nel 431 che Maria in tutta verità è divenuta Madre di Dio per il concepimento umano del Figlio di Dio nel suo seno; « Madre di Dio […] non certo perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine dalla santa Vergine, ma, poiché nacque da lei il santo corpo dotato di anima razionale a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne (Concilio di Efeso, Epistula II Cyrilli Alexandrini ad Nestorium: DS 251).

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